MANOVRA KILLER PER LA GRECIA. Le privatizzazioni non salveranno il Paese, semplicemente perché non hanno quell’obiettivo.

In questi giorni di agosto 2015 abbiamo appreso da molti media italiani e internazionali che è ufficiale la decisione della Grecia di privatizzare alcuni aeroporti, i due porti del Pireo e di Salonicco e la ferrovia Trainose-Rosco, fino ad oggi proprietà dello stato. È interessante soffermarsi sulla questione per mettere in luce una conclusione diversa da quella che magari ci si aspetta.

Quello che molti pensano è che attraverso manovre di privatizzazione a tappe forzate, il Paese riuscirà a ripagare il debito che ha contratto a livello internazionale e a tirarsi fuori dalla crisi strutturale e finanziaria che ormai da tempo lo affligge. Si tratta di scelte di politica economica virtuose secondo molti economisti e organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale.

Andiamo a vedere però qual è il significato di queste privatizzazioni, analizzandone gli aspetti più paradigmatici. Per prima cosa: il governo greco ha scelto di svendere uno degli asset maggiori di cui era dotato, il porto del Pireo, il più grande porto della Grecia e tra i maggiori d’Europa per numero di passeggeri e quantità di merci, situazione che lo classifica come terzo porto più importante al mondo.

Sembra che Tsipras sia stato costretto a mettere sul tavolo della negoziazione un piatto troppo salato e che fa gola a molti possibili investitori: si parla già di Cosco, gigante cinese dei container che ha già in concessione la gestione dei moli I e III del Pireo. Il Paese, per incassare liquidità il più possibile e il prima possibile, svende così un punto di forza senza eguali della sua economia, che a lungo termine sarebbe stato sicuramente uno degli elementi su cui costruire una possibile ricrescita economica.

Per citare un altro esempio, sempre nella cornice di queste manovre, il governo di Atene ha approvato la vendita di ben quattordici aeroporti regionali a Fraport, gruppo leader nella gestione di scali aerei, che dirige tra gli altri l’aeroporto di Francoforte, il più importante aeroporto europeo per traffico merci. Questi scali, per quanto non di primaria importanza, servono per la maggior parte località turistiche, altro aspetto non secondario per un’economia come quella ellenica.

Queste privatizzazioni permettono a questi investitori di acquisire con un “colpo di mano” delle infrastrutture (asset materiali e immateriali) costruite negli anni grazie al contributo dei cittadini, che non si vedono arrivare niente in tasca, nonostante siano stati i primi ad investire su di esse, anche se indirettamente. Non c’è niente di meglio che ottenere qualcosa che è già completamente costruito e in pieno regime di funzionamento, oltretutto sottocosto perché chi svende ha necessità di liquidi e non ha tempo da perdere. Una manovra economica che svilisce la Grecia e ingrassa gruppi come Cosco, Maersk e Fraport, che non sono esattamente dei novellini in materia e sicuramente non hanno a cuore gli interessi dei cittadini greci.

E allora perché dissanguarsi con privatizzazioni di questo tipo? È evidente che queste manovre non puntano a migliorare la situazione economica del Paese, semplicemente perché se togli la canna da pesca a un pescatore è più difficile che restituisca il debito che ha contratto con te. Il vero obiettivo di queste privatizzazioni infatti è un altro: dissanguare il “paziente”, sottrargli linfa vitale, peggiorandone a poco a poco le condizioni.

L’Unione Europea (se non in toto, comunque molti singoli stati membri) e i vari creditori stanno scommettendo contro la Grecia perché hanno tutto da guadagnare da questa situazione: si spartiscono le eccellenze dell’economia ellenica e danno una lezione a chi rimane indietro nell’ordine economico di oggi, dimostrando di essere ancora delle potenze. Peccato non lo siano più, e da tempo dipendano comunque e sempre di più gli uni dagli altri, e gestiscano tutt’altro che rettamente le finanze dei loro Paesi.

Dunque questa pratica sicuramente vale per la Germania, ma stanno cercando di sfruttarla anche Francia e Italia: non sostenendo l’economia greca ma anzi parteggiando (più o meno visibilmente) con chi la affossa, nascondono i loro problemi strutturali e si fingono forti, sperando che i loro cittadini si accontentino della breve ripresa economica che si sta registrando e si dimentichino, come per magia, del loro terrificante debito pubblico (per citare una delle situazioni più macroscopiche).

Se l’intento è quello di salvare la Grecia, questa politica di aiuto appare insensata e controproducente, ma l’obiettivo a lungo termine è un altro: ridurla a poco a poco alla situazione di un Paese del Terzo Mondo, schiacciata dal debito internazionale e completamente dipendente dai creditori, priva di qualunque autonomia decisionale in campo economico-finanziario, le cui scelte politiche sono infine controllate dalle istituzioni internazionali, come è già successo in molti casi in Africa e non solo. Atene sarà vista come una zavorra all’interno dell’UE, osteggiata dai governi (quegli stessi governi che pochi anni prima avevano “chiuso un occhio” sulla sua situazione) e invisa alle opinioni pubbliche europee, che si vedono continuamente costrette a iniettare denaro nelle casse di una nazione insolvente.

A quel punto (5-10anni?) la Grecia sarà guidata probabilmente da un partito populista, estremista e xenofobo (Alba Dorata o chi altri?) che aizzerà la cittadinanza contro l’Europa e i suoi padroni, facendo proprio il gioco di chi vuole mettere all’angolo il Paese. A quel punto potrà uscire (essere espulso?) dall’unione monetaria e, perché no, forse anche dall’Unione Europea, non rispettando più alcun parametro di stabilità economica o finanziaria, e probabilmente anche di tipo socio-politico, per quanto riguarda l’ordine democratico.

Rientrano in questo scenario le recenti dimissioni del premier Tsipras e la divisione del suo partito, la cui ala più estremista si dichiara già “pronta ad uscire dall’Euro”. Già Varoufakis, ex ministro delle finanze e mastino di Syriza, era stato costretto alle dimissioni per ammorbidire le posizioni e facilitare le trattative con la Germania, che lo considerava troppo intransigente e critico verso i pacchetti di aiuto e le policies dell’UE.

Il sistema immunitario escogitato dalla Germania potrà amputare la cancrena greca come se fosse materia non sua, mentre invece è parte integrante dell’economia europea, e ci avrebbe potuto insegnare una grande lezione per quanto riguarda il concetto di unità, non solo economica, che non significa avere la tessera di un club esclusivo per ricchi e potenti.

Quel giorno avremo potuto imparare una lezione e aver messo in atto altre strategie, mentre invece probabilmente preferiremo gettare via una nazione intera come se fosse uno scarto e farle pagare anche gli errori degli altri, addossandole tutta la colpa della recessione per nascondere le falle dei nostri governi alle opinioni pubbliche. Faremo interpretare alla Germania la parte del maestro duro ma giusto, che punisce gli allievi negligenti che si allontanano dal sentiero della probità, e premia chi resta sul cammino tracciato da esso.

Da tutta questa situazione uscirà vincitore solo chi oggi ha scommesso contro la Grecia e se ne è spartito le ricchezze. Ne usciranno sconfitti i greci, che per pochi anni sono riusciti a godere dei vantaggi del mercato unico e dell’euro. Non sarà una vittoria neanche per gli altri cittadini europei perché una situazione del genere si ripercuoterà in ogni caso sulle casse dei loro Paesi e creerà un precedente, di cui nessuno potrebbe conoscere gli ulteriori sviluppi. Ma soprattutto sarà una sconfitta per chi aveva visto nell’Unione Europea un modello di sviluppo guidato da un ideale diverso che, partendo da una situazione privilegiata e democraticamente avanzata, poteva permettersi di interpretare in modo diverso le logiche del mercato e della finanza mondiale, invece di sfruttarle a vantaggio delle nazioni più forti.

Preferiamo aspettare e vedere come andrà a finire?

José-Manuel-Barroso

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