THE OIL ROAD. La strada del petrolio dal Caucaso a noi (parte 1)

Questo articolo necessita di un prologo: è a metà tra una recensione e una (micro) indagine personale, scritta qualche tempo fa. Spero che questo non ne diminuisca il valore dal punto di vista dei contenuti. Inoltre, essendo un po’ lungo, ho deciso di pubblicarlo in due parti.

Ancora una volta parliamo del Caucaso, trascurato dalle cronache e spesso percepito come un luogo remoto, lontano dagli scenari che contano sullo scacchiere mondiale. Ho scritto “recensione” perché prendo le mosse dal volume The Oil Road, di James Marriott e Mika Minio-Paluello (Verso, 2013). Si tratta di un’inchiesta molto interessante, purtroppo non ancora pubblicata in italiano, che consiglio a tutti gli appassionati di relazioni internazionali e di argomenti economici. Seguire il percorso che fanno le materie prime, dalle fonti di approvvigionamento agli utenti, serve a mettere in luce elementi inattesi dell’economia e della politica mondiale attuale. È quello che fanno letteralmente i due autori, procedendo lungo il tracciato dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che attraversa Azerbaijan, Georgia e Turchia, gestito da un consorzio a guida British Petroleum, e il suo “gemello” Baku-Tbilisi-Supsa (che si ferma in Georgia).

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La Città dei Venti e la Terra del Fuoco

Verso la fine del XIX secolo, il Caucaso diventa un’area strategica nello scacchiere geopolitico europeo, status che però non sempre ha giovato alle nazioni e ai popoli che lo abitano. In quest’area l’estrazione petrolifera ha attirato presto l’attenzione dell’Impero Britannico, che puntava a tagliare fuori il più possibile le compagnie statunitensi e russe dalle concessioni più promettenti. Nel 1849 a Baku viene trivellato il primo pozzo di petrolio al mondo. I fratelli Nobel sono i primi a costruire un oleodotto in questa zona, grazie a capitali forniti da banche inglesi e investitori internazionali, e anche i primi a dotarsi di una forza paramilitare (formata principalmente da cosacchi) per proteggerlo dagli attacchi della popolazione locale, che vedeva il proprio ambiente deteriorarsi, senza ricevere alcun beneficio in cambio. L’esercito inglese arrivò ad occupare Baku verso la fine della I Guerra Mondiale per mettere al sicuro gli investimenti della madrepatria e, nel 1919, si ventilò addirittura la possibilità di un mandato britannico sul Caucaso. Purtroppo per Sua Maestà, anche i bolscevichi avevano messo gli occhi sui campi di estrazione della zona e, liquidati i governi provvisori a matrice socialista, imposero un ordine di fatto coloniale sotto l’Unione Sovietica.

Nei decenni successivi, il business dell’estrazione in Azerbaijan non ha contribuito a costruire un modello economico equilibrato e ad assicurare uno sviluppo duraturo, ma piuttosto ha generato una crescita fatta di continui stop and go. L’economia dell’Azerbaijan ha vissuto fasi alterne di boom e crisi, influenzate dall’andamento del mercato petrolifero. L’alternanza tra periodi di crescita e di recessione ha causato repentini cambi di governo, allargato la forbice delle disuguaglianze tra i redditi e sostenuto le speculazioni finanziarie e gli interessi delle grandi compagnie straniere. Per farsi un’idea della dipendenza del Paese dall’oro nero basta citare il fatto che il petrolio con i suoi vari derivati arriva a coprire il 93,4% delle esportazioni totali azere.

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Le quote del Consorzio del BTC sono ripartite tra: BP 30,1%, SOCAR 25%, Chevron 8,9%, Statoil 8,71%, TPAO 6,53%, Eni 5%, Total 5%, Altri 10,76&

The Carbon Web

Gli oleodotti disegnano una rete mondiale di distribuzione degli idrocarburi e dei proventi dell’attività estrattiva. Una mappa fatta di rapporti di inclusione e di esclusione, che mostra la ripartizione della ricchezza e del potere, oltre che la divisione del lavoro a livello globale. Non è un caso, ad esempio, se il tracciato del BTC passa dall’Azerbaijan alla Georgia, aggirando l’Armenia per raggiungere la Turchia. Anche attraverso la rotta del petrolio, i governi azeri e turchi portano avanti l’isolamento economico che colpisce l’Armenia, vicino scomodo e fino ad oggi restio ad arrendersi alle rivendicazioni territoriali dei due Paesi.

L’estrazione mineraria e petrolifera oggi ha sempre più spesso luogo in enclave ad alta intensità di capitale, sostanzialmente isolate dalle economie locali. Pensiamo alle piattaforme offshore in Nigeria, alle miniere nello Zambia o ai campi petroliferi in Iraq, pattugliati da società di sicurezza private per conto delle società di estrazione (di solito straniere). Queste zone sono strettamente integrate con i centri metropolitani e i quartier generali dei gruppi multinazionali, ma nettamente tagliate fuori dalla società nazionale che le circonda: sono protette e in senso stretto anche governate con mezzi privati o semi-privati. Soprattutto, queste enclave sono sempre più collegate in sistemi transnazionali che connettono centri di importanza economica sparsi in tutto il mondo. Queste connessioni politico-economiche attraversano il globo saltando al di sopra dei territori abitati dalla maggior parte della popolazione.

The-Carbon-Web

Chi ne trae diretto beneficio sono le multinazionali del petrolio come BP, Shell, Esso (anche Eni nel suo “piccolo”) e chi investe, o specula, sulle materie prime. Ma non bisogna dimenticare le autorità governative, locali o centrali, che ricevono le percentuali ma molto spesso non le re-investono, preferendo utilizzarle per arricchire il proprio patrimonio personale o per comprare la lealtà del proprio elettorato, assicurandosi la rielezione a vita. Ma mentre il greggio viene estratto nel Caucaso e raggiunge l’Europa centro-occidentale, i veri profitti finanziari vanno a Londra e a New York, nelle borse mondiali dove vengono tradotti in potenza economica e supremazia politica. Per far comprendere le dimensioni di questo business mondiale, basta citare il fatto che lo stock di capitale della British Petroleum è talmente grande da coprire il 96% delle transazioni della Borsa di Londra.

Nel frattempo, chi abita in quei territori non ha voce in capitolo sulla localizzazione degli impianti o sui tragitti delle pipelines, la cui costruzione avviene spesso senza alcun tipo di garanzia né di guadagno per le popolazioni. In Georgia, per non dover rimborsare l’esproprio della terra ai proprietari, le condotte vengono poste sottoterra, talvolta al di sotto dei centri abitati, spesso senza informare gli abitanti dei possibili rischi. Il tragitto è sorvegliato dalla polizia, che non permette a nessuno di avvicinarsi. La tassa di transito di 50 milioni di dollari all’anno, pagata dal Consorzio al governo, viene dispersa all’interno dell’apparato burocratico tramite fondi governativi che diventano portafogli per la corruzione, e di cui la popolazione non beneficia.

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