IL GAS EGIZIANO PUO’ DIMINUIRE LA DIPENDENZA ITALIANA DALLA RUSSIA. Qual è il nesso tra il giacimento record scoperto in Egitto, la leva energetica russa e la guerra in Ucraina

Domenica 30/08 l’Eni ha dichiarato di aver scoperto un giacimento di gas da 850 miliardi di metri cubi, pari a circa 5,5 miliardi di barili equivalenti di petrolio (1000 m3 di gas naturale equivalgono a circa 6 barili). Sembra si tratti di una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale degli ultimi anni. Il sito è stato chiamato Zohr e si trova al largo delle coste egiziane, a 107 km da Port Said. Se si confermasse tale, la sorgente potrebbe fornire combustibile per più di un decennio e trasformare lo scenario energetico del nostro Paese.

Dal punto di vista geopolitico, questa scoperta ha molti significati. Per quanto riguarda il legame di Eni con l’Egitto, l’azienda è presente nel Paese fin dal 1958, quando Enrico Mattei costituì una partnership con gli enti energetici egiziani, con l’entusiastica benedizione del presidente Nasser. Da allora L’Eni ha aumentato la sua presenza nell’area e la politica estera italiana ha provveduto a mantenere buoni rapporti con tutti i governi che si sono avvicendati. Questa scoperta inciderà sicuramente con il sostegno, o il mancato sostegno, che darà l’Italia al governo di al-Sisi. L’Egitto ricopre un ruolo di primo piano nell’area mediorientale, status che gli ha permesso di non scivolare nel caos che ha colpito la vicina Libia dopo la caduta di Gheddafi. Allo stesso tempo però questo primato è anche motivo di ingerenze continue da parte dei Paesi europei e degli Stati Uniti nei suoi affari interni, che si sono permessi di sostenere un governo di stampo militare salito al potere con un colpo di Stato.

Ma questa scoperta storica dell’Eni ha anche un altro significato, meno prevedibile del primo. La disponibilità di questo giacimento potrebbe ridurre in modo incisivo la cronica dipendenza del nostro Paese dal gas russo. L’Italia infatti è uno dei paesi che più soffrono della dipendenza dalle importazioni di gas e combustibile russo: circa il 45% delle nostre importazioni di gas provengono dalla Federazione.

L’amicizia tra Putin e Berlusconi non era fatta solo di feste e inviti a vacanze lussuose. I due hanno concluso molti affari insieme, soprattutto nel campo dell’energia. Sulla politica energetica, lo zar sapeva di avere un alleato fidato in Europa. Al contrario della Germania, che ha anch’essa da perdere da un peggioramento delle relazioni con la Federazione, ma può permettersi un braccio di ferro più lungo e vantaggioso nei rapporti con Mosca. Ha un’economia diversificata, grandi volumi di esportazioni in tutto il mondo, e si sta avviando seriamente verso un certo grado di indipendenza energetica. In sostanza, sembra avere più bisogno la Russia dei prodotti tedeschi che la Germania del gas siberiano.

Le posizioni della Farnesina rispetto alla Russia Putiniana sono sempre state molto più caute. L’Italia si era accodata alla decisione dei “falchi” sull’inasprimento delle sanzioni, ma Renzi è consapevole del fatto che la nostra economia risente molto delle difficoltà economiche e della chiusura del mercato russo alle esportazioni. Non si tratta solo del cosiddetto made in italy, che viene acquistato soprattutto dagli strati più ricchi della società, ma soprattutto di macchinari, parti meccaniche, componenti chimici e servizi prodotti in Italia per il mercato della Federazione. I numeri dell’interscambio sono impressionanti quando si parla di prodotti agricoli ed enogastronomici: secondo Coldiretti, un anno di embargo russo ha causato danni all’Italia per 240 milioni di euro.

Per molte imprese, l’export in Russia era l’unica voce di bilancio in positivo e potenzialmente in crescita. Dato che molte di queste imprese si trovano nel Nord Italia, la Lega di Salvini ha fatto sua la battaglia in “difesa” degli imprenditori, sbandierando bandiere bianco, blu e rosse, accusando di irresponsabilità il governo e flirtando con Putin. Renzi in realtà è tutt’altro che un falco, e la sua strategia sembra essere quella di chi tiene i piedi in due scarpe, per non perdere credibilità in Europa, ma allo stesso tempo rassicurare Putin sulla vicinanza dell’Italia alle sue posizioni.

Le sanzioni, che colpiscono soprattutto uomini d’affari e società russe, dovrebbero essere prorogate per altri sei mesi a partire dal 15 settembre. Una decisione del genere deve tenere conto di tutti i possibili cambiamenti che si possono verificare nel frattempo, e molti leader europei preferiscono essere cauti in proposito.

Ma il vero problema per il governo di Putin è un altro: la lunga stagnazione europea e la nuova crisi cinese potrebbero danneggiare duramente la Russia nei prossimi mesi. Le materie prime costano sempre meno perché la crescita cinese si è fermata e il Dragone non fagocita più tutte le esportazioni dei Paesi produttori di risorse naturali. Perdere posizioni nel bilancio energetico europeo sarebbe un duro colpo.

Tra non molto tempo, Mosca potrebbe non contare più così tanto sulla forza delle esportazioni, e il petrolio e il gas russo potrebbero non bastare più a reggere da soli tutta l’economia del Paese. La sua posizione di partenza abbastanza favorevole, potrebbe trasformarsi in una strada senza uscita: se la leva energetica non bastasse più a minacciare l’Europa, l’economia russa si troverebbe sempre più in ginocchio. Putin potrebbe trovarsi in una situazione molto simile a quella dei primi anni ’90, quando i bassi prezzi del petrolio furono la prima spia della crisi politica che fece cadere il governo Gorbačëv. Scelte come quella di sostenere i ribelli del Donbass in una guerra lenta e sanguinosa, che gli hanno fruttato il consenso popolare fino ad oggi, gli si potrebbero ritorcere contro. A quel punto la maggioranza dei votanti non parteggerebbe più così strenuamente per il suo governo e le opposizioni avrebbero maggiore forza di attrazione.

Probabilmente il presidente russo sa che presto la guerra dovrà arrivare a una soluzione, perché ne vale della sua credibilità, della tenuta del suo potere e del futuro della nazione che lui sostiene di difendere.

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