THE OIL ROAD. La strada del petrolio dal Caucaso a noi (parte 2)

[Seconda parte dell’articolo uscito la settimana scorsa]

Democratizzazione e Organizzazioni Non Governative

La supremazia economica si traduce in deficit democratico quando sono i privati ad avere l’ultima parola anche nelle decisioni di politica interna. Per i Paesi in via di Sviluppo è difficile affrancarsi da questo tipo di ingerenze esterne, spesso legate a un’elite politica che difende lo status quo e gli interessi del proprio gruppo di potere. Questo progressivo allontanamento dagli interessi dei cittadini, specialmente dalle fasce più povere ed emarginate della popolazione, lascia un vuoto istituzionale che oggi tende ad essere sempre più spesso riempito da quella realtà multiforme che è la società civile.

Regimi come quello di Ilham Aliyev in Azerbaijan hanno compreso le potenzialità dell’attività delle ONG: da una parte offrono servizi alla popolazione permettendo una minore spesa pubblica, e dall’altra conferiscono legittimità democratica alla leadership. Le ONG oneste sono costrette a scendere a patti col regime per poter operare sul territorio e con le compagnie petrolifere per poter ricevere finanziamenti. Nei casi peggiori alcuni enti sono in realtà istituti fantasma, strumentali alla politica di regime o finalizzati al riciclo di denaro. Inoltre anche l’intervento, seppur importante, delle ONG spesso viene costruito su uno schema puntiforme e riflette le distorsioni nei rapporti tra centro e periferia del Paese. Le attività si concentrano infatti nelle zone limitrofe alla capitale, dove sono maggiormente attivi i finanziatori, contribuendo indirettamente ad aumentare la distanza dai centri del potere economico e politico.

L’interconnessione della BP col governo di Ilham Aliyev va ben oltre il sostegno assicuratogli dalle rendite petrolifere. Il Consorzio BTC coopera col sistema di sicurezza del regime a vari livelli, per garantire la sicurezza delle pipelines e la soppressione di voci critiche e dell’informazione. Per realizzare questa doppia missione di difesa e occultamento del dissenso, le forze di sicurezza azere si avvalgono anche di veicoli ed elicotteri ricevuti dalla NATO.

A questo proposito è interessante notare come il sistema di difesa collettiva più efficace al mondo sia schierato a protezione delle rotte del petrolio su vari fronti. Sulla rotta che attraversa il Mar Rosso ed entra nell’Oceano Indiano, particolarmente pericolosa a causa del fenomeno della pirateria, sono dispiegate navi da guerra inglesi, americane, dell’UE e dell’Alleanza Atlantica. Questo sistema reticolare di sicurezza segue lo stesso schema e ha le stesse caratteristiche sovranazionali della rete mondiale degli idrocarburi. L’operazione NATO Ocean Shield, si avvale del sostegno statunitense (Combined Task Force 151) e dell’Unione Europea (EU NAVFOR Somalia Atalanta), coordinando navi da guerra tedesche, francesi, spagnole e italiane, col sostegno delle forze ONU. La sede operativa si trova nel Quartier Generale di Northwood a nord-ovest di Londra. Il personale militare è affiancato da comandanti della marina mercantile al servizio delle multinazionali, che mantengono i collegamenti con le navi in movimento e in caso di necessità avvisano il comando, che invia le forze necessarie a “sanificare” l’area. Questo network militare ha sedi operative in Texas, Nevada, Spagna, Belgio, Inghilterra e alle Seychelles.

NATO anti-piracy operation

Insicurezza in cambio di petrolio?

Gli oleodotti BTC e BTS percorrono e contribuiscono a formare un corridoio di violenza. I petrodollari e l’importanza strategica dell’Azerbaijan permettono la continuazione di una guerra fratricida nel Nagorno-Karabakh. La pipeline passa a pochi chilometri dal confine Georgia-Ossezia del Sud (le truppe russe si fermarono lì durante l’invasione del 2008), e attraversa il Kurdistan turco, dove la militarizzazione dell’area permette lo scorrimento continuo del petrolio attraverso l’oppressione delle popolazioni curde e la repressione dei movimenti politici locali. Anche a nord del tormentato Medio Oriente, l’estrazione petrolifera ha portato un generico miglioramento degli indicatori economici, ma ha soprattutto contribuito a causare disagio, emarginazione ed emigrazione di massa, e a tenere aperti conflitti a bassa intensità ma di lunga durata.

Il viaggio del petrolio continua via mare fino a raggiungere l’Oleodotto Transalpino (TAL): la propaggine europea del BTC inizia nella baia di Muggia (Trieste) e va a rifornire l’enorme complesso della raffineria di Ingolstadt.

Forse è difficile per noi europei percepire il TAL, e tutto il cluster industriale che si è venuto a creare attorno ad esso, come parte di un sistema complesso ma unitario, che lega i campi di estrazione azeri, il corridoio georgiano e quello turco ai distretti industriali dell’Europa centrale. Allo stesso modo è difficile considerare il sistema repressivo dell’Azerbaijan e le difficoltà economico-sociali della Georgia come conseguenze del nostro benessere e del nostro modello di sviluppo. Un sistema politico-economico che sembra distante, ma di cui facciamo parte e che ogni giorno contribuiamo a mantenere e rafforzare, più o meno volontariamente. Modificare questi rapporti di potere significherebbe modificare il nostro modo di guardare alle questioni energetiche e al nostro stile di vita, cambiando la nostra idea di sviluppo e addirittura di vita quotidiana.

Avvisaglie di un sistema post-democratico

Nonostante l’impressione di stabilità e immutabilità di questo sistema, la sua tenuta è in realtà molto fragile, assicurata soltanto da un continuo flusso di risorse e di denaro e dalla stabilità dell’ordine politico ed economico internazionale. Fino a quando quelle aree saranno strategiche per la tenuta dei governi occidentali, questi ultimi non permetteranno che si verifichino difficoltà per le compagnie petrolifere. Una situazione di estrema difficoltà finanziaria sarebbe accompagnata da una vendita massiva di asset: chi acquisterebbe le proprietà e le società controllate dalla BP, gli oleodotti, i diritti di sfruttamento dei giacimenti? È molto probabile che in quel caso l’Azerbaijan possa entrare nella sfera d’influenza russa o cinese, due “campioni” dell’area che cercano di conquistarsi sempre maggiori spazi all’interno dell’Asia Centrale.

Cambiare la direzione del flusso petrolifero significa spostare la bilancia del potere mondiale e i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica non sono stati disposti a cedere il loro status privilegiato, almeno fino ad oggi. La progressiva esclusione di altre nazioni dal controllo di risorse strategiche come il petrolio è una pratica di politica internazionale che viene sostenuta con efficacia dalle potenze mondiali fin dagli albori dell’Era Industriale, e ne sono esempi l’attività inglese nel Caucaso e quella statunitense in Medio Oriente. Questa pratica viene portata avanti anche a costo di sostenere gruppi multinazionali che poco hanno a che fare con gli interessi diretti dei cittadini e che non devono rispondere, o almeno non completamente, delle loro azioni di fronte ad essi.

Analizzando gli interessi politico-economici che si intrecciano nel campo dell’estrazione di materie prime, si riesce a intravedere quel complesso di processi e di eventi che ha portato al progressivo ritiro dello Stato da alcune sue funzioni e responsabilità. A livello globale, la politica sta progressivamente abdicando a favore delle “leggi” dell’economia, e perdendo potere di controllo sui grandi gruppi di interesse e alle lobbies sovranazionali, capaci di scavalcare gli interessi delle nazioni o addirittura sfruttarli per i propri fini, leciti o illeciti.

HeavyTraffic

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