UCRAINA, UE E UNIONE EURASIATICA. Quali obiettivi ha raggiunto la politica estera di Vladimir Putin in Europa

Sia in qualità di premier che come presidente, Putin ha sempre prestato molta attenzione alla politica estera. Dopo aver consolidato il proprio potere all’interno, arginando lo strapotere degli oligarchi e riprendendo in mano le redini dell’energia, ha subito guardato oltreconfine, per riportare la Russia al centro delle relazioni internazionali e farle recuperare un ruolo di prestigio.

Negli anni, il presidente si è avvicinato alle posizioni della NATO, soprattutto per quanto riguardava la lotta al terrorismo, ma non ha ne perdonato l’allargamento ad est. Ha intrecciato buoni rapporti con l’UE, ma mai troppo buoni, e sempre migliori in campo economico che politico: gli europei gli rimproveravano la lentezza nell’adozione di riforme di trasparenza e good governance. Nel frattempo ha cercato di riavvicinare quei Paesi che si erano allontanati dalla Russia dopo il 1991. Per farlo ha utilizzato vari strumenti di politica estera, soprattutto dal punto di vista commerciale, rilanciando l’idea di una grande Unione Eurasiatica, zona di libero scambio e futura unione monetaria. Forse inizialmente non aveva pensato alla coercizione, ma alla fine ha usato la forza contro l’Ucraina, che si trovava stretta in un aut-aut tra Unione Europea e Federazione Russa.

Cosa ha raggiunto Vladimir Putin, appoggiando la guerra in Ucraina? Sicuramente alcuni obiettivi indesiderati come l’impennata del debito pubblico, la crescente disoccupazione e le bordate delle sanzioni, che hanno indebolito l’economia e gli scambi commerciali. Non ultimo si è fatto “terra bruciata” attorno, trovandosi sempre più solo nella comunità internazionale. Ma questo elemento era già stato considerato: rientra in quella strategia di isolazionismo eroico che gli attira tanti consensi in patria, grazie al crescente nazionalismo e all’appoggio della Chiesa ortodossa.

Putin ha centrato alcuni dei suoi obiettivi primari, che non sono trascurabili per quanto riguarda l’Europa nel suo complesso e gli assetti geopolitici del Continente.

Prima di tutto, attraverso la continua ingerenza negli affari ucraini, è riuscito ad arginare il rischio di una Rivoluzione Colorata in Russia e successivamente a frenare un possibile allargamento della protesta Euromaidan. Ha dimostrato che l’uso della violenza paga. La sua impresa è riuscita: ha posato la prima pietra nella riconquista di quello “spazio naturale” russo che è una delle rivendicazioni primarie che il suo partito e i suoi sostenitori portano avanti, più o meno esplicitamente. Con un atto qualificabile come aggressione (contrario alla Carta dell’ONU), è riuscito a separare l’intera Crimea dall’Ucraina e poi a ratificarne l’annessione, vincendo il referendum popolare. Dopo l’iniziale scalpore e le condanne scagliate da più parti, la notizia si è “sgonfiata” e la Comunità Europea (intesa come insieme di governanti e cittadini) ha accettato il dato di fatto: la penisola di Crimea è entrata a far parte della Federazione Russa.

Putin sapeva che nessun Paese europeo, o membro della NATO, avrebbe desiderato scatenare una guerra a pochi chilometri dal proprio territorio, sfidando una potenza nucleare. Questa debolezza è la prova che la Politica Europea di Vicinato ha fallito su molti fronti e che l’Unione non è riuscita a trasformare realmente la propria influenza economica in potere politico. Non è ancora un attore credibile nel campo della politica estera, dove talvolta è necessario assumere una posizione più assertiva, che non si può permettere.

L’Unione Europea sa trattare soltanto con propri pari. Uno dei maggiori difetti dei leader europei è che molti non riescono a immaginare (o non vogliono) che qualcosa sfugga alle leggi dell’economia e della logica occidentale. Bruxelles ha sbagliato nel valutare la classe politica di un Paese come l’Ucraina, tutt’altro che disposta a cedere parte della sua sovranità, senza nemmeno la garanzia di membership, ma interessata più che altro a ricevere aiuti economici. Inoltre ha sbagliato a fare il gioco dei russi, mettendo l’Ucraina con le spalle al muro, obbligandola a un gioco a somma zero: scegliere se approfondire i legami con l’UE, che è sinonimo di sviluppo per i Paesi dell’Est, o se mantenere il legame storico e profondo (ma allo stesso tempo difficile) con il potente vicino di sempre.

La Russia ha dimostrato che i membri dell’UE e della NATO non vogliono difendere quelli che considerano niente più che possibili partner commerciali, e non “Paesi amici”. Questo ha causato una profonda delusione nella coscienza di quelli che vedono sé stessi (a torto o a ragione) come baluardi di fronte all’espansionismo russo. Polonia e Stati Baltici sperano di trovare un supporto maggiore negli USA, che invece li utilizza soltanto come spauracchio e come merce di scambio nei rapporti con la Russia. Una politica di bilanciamento che ricorda molto il clima della Guerra Fredda.

Sicuramente la Crimea ha rafforzato la convinzione sulla fattibilità di quello che fino a ieri sembrava solo una fantasia geopolitica azzardata: allargare le frontiere della Russia. Alla faccia della signora Merkel, che aveva definito Putin uomo “di un altro secolo”. Nel 2014 l’espansionismo territoriale aggressivo è ancora possibile in Europa. La Russia ha approfittato del momento di crisi del governo ucraino e non ha subìto gravissime conseguenze per il suo gesto. Questo gli ha dato nuova forza per supportare l’azione dei separatisti nel Donbass.

Putin non riesce ancora a sfruttare completamente le potenzialità del bacino carbonifero e industriale del Donbass, ma sicuramente è riuscito a dividere e indebolire gli ucraini e ad aggiudicarsi una delle regioni più ricche del Paese. E se non riuscisse a pacificarla non avrebbe comunque importanza: la situazione gli permette di sfruttarne le ricchezze e al contempo di tenere in scacco gli europei. Un ottimo risultato, anche se difficile da sostenere sul lungo periodo.

Per di più lo stato di guerra è una condizione favorevole al potere Putiniano, già sperimentato durante il secondo conflitto in Cecenia: uno stato di guerra semi-permanente permette di zittire gli oppositori su qualunque questione, radunare la popolazione attorno al leader, creando un clima di “assedio”.

La guerra civile in Ucraina è un sintomo della debolezza dell’UE, della sua lentezza decisionale e del suo egoismo. È anche conseguenza della spregiudicatezza di un potere che teme di avere i giorni contati. È indice del fatto che la Guerra Fredda non si è conclusa con la “vittoria dell’Occidente”, e che l’arrivo del capitalismo non significava nascita della democrazia. È un segnale inquietante: ci ricorda che in politica estera, se è possibile che una cosa accada, prima o poi accadrà. Basta che si sappia approfittare di un momento di difficoltà, della superficialità di qualcuno, della voglia di riscatto o della mancanza di scrupoli di altri. È probabile che in futuro assisteremo ad altre crisi simili e sempre più profonde in Europa.

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