UNA GIORNATA ALL’EXPO (Parte 1). La visita

Arrivati a questo punto dell’anno abbiamo letto e visto tutto e il contrario di tutto sull’Expo di Milano. Ma non tutti sono riusciti a visitarlo, per motivi di tempo e di denaro, e in questi giorni si avvicina la chiusura. Ho scritto una breve cronaca della mia giornata all’esposizione per chi, come me, è arrivato in ritardo e deve ancora visitarlo, ma anche per confrontarmi con chi lo ha già visitato o non lo vuole andare a vedere. Per me, l’incentivo ad andare è stato il biglietto scontato fornito dall’università: per una volta, una buona iniziativa da parte dell’amministrazione accademica che non andava sprecata.

In coda all’apertura, alle 10:00 del mattino di una bella giornata di sole, pensavo ai dati di afflusso spaventosi che avevo letto in questi mesi e mi guardavo attorno. Dopo aver letto del record di 259.000 persone raggiunto sabato 26/09, avevo deciso di andarci in settimana, consigliato anche da chi ci lavora (una menzione speciale va proprio a chi lavora ad Expo, in tutti i settori: ho avuto a che fare con persone gentili, educate ed interessate al proprio lavoro).

La prima cosa che ho notato, mentre facevo la coda di un’ora e mezza per entrare (mi assicurano che sia un’ottima media), è il fatto che i cartelli che segnalano le diverse code (visitatori, scuole, prioritaria ecc) sono molto piccoli e difficili da vedere per chi è appena arrivato ed è quindi al fondo. E quando arrivi verso metà della coda, la frittata è fatta e ormai resti dove sei. Anche gli altoparlanti, che immagino servano a segnalare eventuali avvisi ai visitatori, sono molto lontani dalla folla, che intanto chiacchiera animatamente e non riesce a sentire niente.

All’entrata mi hanno consegnato la mappa e ho cominciato ad esplorare. Ho visitato 53 padiglioni, cluster compresi (i cluster sono quei maxi-padiglioni che raccolgono Paesi per tematiche: coltivazione del riso, cacao ecc.) e posso dispensare un certo numero di consigli al visitatore ritardatario. Per prima cosa: molti si lanciano nella caccia forsennata al timbro. Se ci tenete a farvi fare un timbro in ogni stand, sappiate che si può fare anche sulla piantina o su qualsiasi foglio di carta, non è necessario comprare il “passaporto”.

Mappa-2BSito-2BExpo-2BUrbanfile

Ma parliamo dei padiglioni. La prima regola è: evitare le code. Non fatele. Se pensate di passarci una giornata, e quindi avete circa 10-12 ore a disposizione, puntate sulla quantità: potrete vedere qualcosa di nuovo e magari conoscere qualche particolare interessante su un Paese che fino ad oggi ignoravate. Non fate 6 ore di coda per il Giappone o gli Emirati Arabi, vi prego. Piuttosto andate a imparare qualcosa sui Paesi “minori”, che sono in realtà la parte migliore dell’esposizione. Ad esempio, queste sono due cose che ho davvero imparato grazie ad Expo 2015:

  1. Il Gabon ha protetto 800 km di costa e istituito 13 parchi nazionali (che non è male…)
  2. In Burundi si produce un ottimo caffè. Andate ad assaggiarne uno, senza scontentare i vicini del Ruanda (anche il loro è buonissimo).

Se poi proprio volete vedere i padiglioni alla moda, ripassate più tardi, tra le 17:00 e le 19:30, quando un po’ di gente comincia ad andare via: solo in questo modo sono riuscito a vederne così tanti, facendo al massimo mezz’ora di coda, nei posti più affollati.

Personalmente consiglio quello della Polonia: bella l’idea del bosco interno e delle foto anti-stereotipo che ritraggono ragazzi chiaramente non di origine polacca, ma vestiti in abiti tradizionali. Non male quello video-automatico dell’Argentina. È interessante il fatto che il motto sia “Argentina: molto più di un silos”, ma la mostra ritragga il Paese esattamente come il silos del Sud America e del mondo. Si salva grazie al ristorante: molto buono, e ottimo rapporto tra quantità, qualità e prezzo.

Dove, come e cosa mangiare all’Expo è un altro grande tema che ha impegnato i media italiani per qualche tempo. Ho un’unica cosa da dire in proposito: è ovvio che se andate al ristorante stellato vi derubano; piuttosto mangiate ai baracchini in giro, o negli stand più piccoli e caratteristici, o al massimo portatevi un panino. Bella l’idea dell’alveare/giardino del Regno Unito: devono essersi accorti di non avere più api e puntano l’attenzione su quello. Anche la terrazza è molto carina. A proposito di terrazze, vi segnalo il padiglione che secondo me è il “grande ignorato” di tutta l’Expo: l’Ungheria, che punta tutto sul tema dell’acqua, ha i peperoncini appesi al soffitto e organizza concerti di musica popolare all’interno (non sono gli unici a farlo, ma è comunque una bella idea).

Sicuramente tra i più interessanti, anche se un po’ limitanti, ci sono i cluster. Il tema unico risulta essere un po’ riduttivo, e finisce per sminuire molti piccoli Paesi al ruolo di produttori di un unico bene. Del resto, molti padiglioni finiscono per essere soltanto dei mega-ristoranti e pochi sviluppano davvero il tema del dialogo sul cibo e sulla condivisione delle risorse agroalimentari. Chi lo fa davvero molto bene è l’Austria (bella commistione tra estetica e messaggio ambientalista) e nel suo piccolo, la Serbia. Al contrario dei russi, che esaltano soltanto l’inesauribilità delle risorse del loro suolo. Il padiglione russo, bisogna ammetterlo, è molto bello e scenografico, ma termina con una parte terribile sulla “missione” della Chiesa ortodossa nel mondo e sulla moralità.

Sempre per quanto riguarda la voce “mangia e bevi” (che tanto ci interessa), i russi regalano un bicchierino di ottima vodka al piano terra, e i serbi una lattina di birra fino ad esaurimento scorte, cosa che va tutta a loro favore. A volte nei cluster vengono organizzati aperitivi e incontri, dove può capitare di ascoltare un cantastorie siciliano e piluccare qualcosa.

Molti padiglioni purtroppo soffrono di carenza di contenuti e riescono solo a rafforzare gli stereotipi sui Paesi in questione. In generale, gli stereotipi vanno alla grande, in barba all’idea di vicinanza tra i popoli, scambio e condivisione di idee. C’è chi (già in coda) parla dei musulmani dicendo che sono “arretrati” e mettendo tutti gli “arabi” nella stessa categoria, chi non sa dov’è la Lituania (impareremo mai almeno i Paesi del nostro continente?), chi scambia la boulangerie per la Bulgaria (sic).

Anche dal punto di vista delle barriere architettoniche questa esposizione si dimostra molto poco inclusiva: solo alcuni padiglioni hanno gli ascensori, alcuni non sono funzionanti, e in generale le dimensioni degli edifici sono enormi, con molti percorsi interni da cui salire o scendere. Una grande difficoltà per chi deve usare carrozzine o deambulatori o per chi è con prole al seguito.

Bella la scelta del Qatar di installare scale mobili e fornire spiegazioni grazie alle guide che si trovano nelle diverse sale perché, per il resto, tutte le mostre sono lasciate allo spirito e alla volontà del visitatore. Ovunque è evidente la grande attenzione conferita all’estetica, a scapito dei contenuti (dei contenuti veri, intendo).

Se vi fermate fino a tardi, potrete avere l’occasione di assistere allo spettacolo dell’Albero della Vita: ogni mezz’ora, un quarto d’ora di luci, colori, musica, fumo ed effetti pirotecnici e meccanici. Sarei molto curioso di sapere che impatto ambientale può avere una cosa del genere. Un altro elemento che può colpire dal punto di vista estetico ma, se ci si ferma a pensare un attimo al significato di questa esposizione, finisce per colpire di più dal punto di vista etico.

Se ha ancora un senso come evento, al giorno d’oggi un’esposizione universale non dovrebbe essere una sottospecie di parco divertimenti fatto di paccottiglia varia, ma una sorta di maxi-convention in cui mettere insieme le idee diverse che i popoli hanno su un tema, per informare e discutere davvero.

Diciamo che nel complesso questa Expo è carina, ma sarei vissuto bene anche senza vederla.

expo2015

Grazie a Marta Gatto per l’immagine di copertina

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