UNA GIORNATA ALL’EXPO (Parte 2). Qualche riflessione

expo2015

L’Expo di Milano è uno degli eventi che ha maggiormente polarizzato l’opinione pubblica italiana. O si è favorevoli o si è contrari, sempre al 100%. Questo accade perché nel nostro Paese il clima politico-sociale tende a trasformare quasi tutti i dibattiti in polemiche: tutte le opinioni si estremizzano, col risultato di rendere ogni dialogo impossibile e appiattire sullo stesso livello tutte le idee diverse e le alternative.

Metto subito in chiaro la mia opinione di partenza: non c’è bisogno di essere di destra o di sinistra per essere indignati dagli sprechi e dalla corruzione che hanno caratterizzato la gestione dell’Expo fin dalla sua costruzione. Proprio i simpatizzanti della manifestazione, che la considerano un’opportunità per l’Italia piuttosto che una vetrina per il rilancio del Paese, avrebbero dovuto essere i primi a criticare la scelta degli sponsor, l’assegnazione di appalti tutt’altro che trasparente, e ad indignarsi per il vergognoso commissariamento delle società legate alla “cupola degli appalti”. Ma la mia critica all’Expo è di natura più ampia.

Partiamo proprio dalla scelta, a dir poco controversa, degli sponsor. Un’esposizione universale che fa del cibo e dell’alimentazione il proprio punto focale, ha tra i suoi partner e sponsor principali multinazionali alimentari come Mc Donald’s e Coca Cola. Ne cito solo due fra i tanti, perché mi sembrano un buon esempio, e comunque anche gli altri non sono esattamente piccoli produttori andini che si battono per il rispetto della biodiversità e dell’agricoltura locali.

Gli sponsor multinazionali non rappresentano un male di per sé. Mi sembra però evidente che solo gruppi del genere possono permettersi i fondi per sostenere una manifestazione di tali dimensioni. Quando un investitore di questo calibro ci mette i soldi, pretende anche che il suo marchio sia il più presente possibile e diventa automaticamente una presenza egemonica. Cosa che snatura non poco la tematica di sviluppo di un’alimentazione sostenibile per i futuri 8,5 miliardi di abitanti della Terra (stime ONU per il 2030). I balletti e i concerti di artisti coi costumi tradizionali riescono solo a disegnare un’immagine da cartolina e non a far riflettere sul ruolo che dovrebbero avere quei popoli nello sviluppo del Pianeta; che significa gestione dell’acqua, del cibo e dell’ambiente. Mentre invece chi ha voce in capitolo sulla questione sono proprio le multinazionali alimentari. Da un certo punto di vista è anche corretto: sono loro a sfamare una buona parte della popolazione mondiale.

Dunque questo è lo schema che caratterizza manifestazioni del genere: i grandi gruppi multinazionali possono permettersi di sponsorizzare questi eventi e ne traggono un’enorme pubblicità, a scapito di altri che non possono assicurarsi una presenza del genere. Così facendo trasformano l’Expo in un maxi-spot, sovvertendo l’idea di esposizione come dialogo tra culture su un tema. Questo è il libero mercato, di cui Expo è la facciata colorata e luminosa.

Ma forse si tratta proprio di questo: una manifestazione come l’esposizione universale ha uno stampo tipicamente ottocentesco. Quindi non dovrebbe essere un momento di riflessione ma piuttosto un gigantesco carosello industriale in cui i Paesi si sfidano a colpi di denaro e visibilità internazionale.

In teoria, ogni Paese dovrebbe mostrare quello che ha di meglio nel campo designato dal tema centrale, in questo caso il cibo. Ma anche semplicemente guardando la pianta dell’Expo, il sistema dei cluster risulta un po’ limitante e discriminante. Molti Paesi in via di sviluppo sono raggruppati in padiglioni comuni, il cui tema è rappresentato dalle materie prime di cui sono i maggiori esportatori. Ad esempio il padiglione Cacao&Cioccolato, che raggruppa Cuba, Costa d’Avorio, Cameroon, Ghana, Gabon e Sao Tomè e Principe, ricorda un po’ la politica economica post-coloniale, che relega le ex-colonie al ruolo univoco e arretrato di produttori di un solo bene.

Ci sono anche Paesi in via di sviluppo ed esportatori di materie prime che hanno fatto di tutto per avere un padiglione intero: godono magari di Pil e tassi di crescita economica molto alti, ma la redistribuzione della ricchezza sulla loro popolazione è pari a zero. Mentre il governo fa costruire il padiglione all’Expo, il contadino che abita il tale stato non può permettersi di comprare i semi da Monsanto ed è costretto a vendere l’unica fonte di reddito che ha, la terra, e ad abdicare al controllo sull’ambiente in cui vive.

Come scrivevo nella Parte 1 di questo articolo, il significato di questo evento mi sfuggiva. Due, tre secoli fa pochissimi privilegiati erano stati all’estero, e il mondo era visto come un enorme bacino da conquistare attraverso la tecnologia e lo spirito imprenditoriale dell’uomo bianco. Mi chiedevo: nel 2015 ha senso organizzare un’esposizione universale? A che serve costruire immensi padiglioni per mostrare le ricchezze (industriali, ambientali o paesaggistiche) di un Paese, quando ormai viviamo in un villaggio globale, e siamo tutti continuamente interconnessi? Sempre più spesso tendiamo anzi ad ignorare le richieste che ci arrivano dalle altre nazioni e rifiutiamo addirittura chi scappa in cerca d’aiuto, perché temiamo possa mettere in pericolo il nostro sistema economico.

Questa Expo infatti non è una vetrina per i Paesi, è una vetrina dell’economia. È una mostra del sistema, e sul sistema economico di oggi.

Il capitalismo ha cambiato forma in questi decenni, in particolare dopo il 1989 e con la rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni. La più grande forza del capitalismo come sistema economico è la sua estrema capacità di adattamento ai diversi contesti e periodi, la capacità di mutare ma rimanere lo stesso nella sua essenza. È il motivo per cui fino ad oggi non siamo riusciti a trovare un altro sistema economico funzionante. Il capitalismo di oggi non è più quello del XIX-XX secolo, ma ci somiglia molto, e l’esposizione universale è ancora uno degli strumenti che ha per mostrare la propria forza e adattabilità. Anch’essa ha cambiato forma -rimanendo la stessa- e oggi è tutt’altro che sorpassata. Se le esposizioni dei secoli scorsi erano una gara tra Paesi occidentali, che “mostravano i muscoli” e si vantavano dei domini coloniali, oggi abbiamo invitato a parteciparvi anche le ex-colonie. Ma queste possono soltanto scimmiottare un sistema che non è loro, e non sono autorizzate a presentare un’alternativa.

Il concetto di Expo non è sorpassato perché prima di tutto è la realtà che ci circonda ad essere anacronistica. In molti sensi, soprattutto nella sfera dei valori e delle idee, il nostro concetto del mondo non ha superato di molto quello che avevano i nostri bisnonni durante la I Guerra Mondiale. Siamo circondati da tecnologia e da innovazione in tutti i campi, ma non abbiamo ancora un bagaglio di valori e di idee davvero innovativo: ecco perché siamo così lenti ad accettare l’altro, il diverso, ad ammettere i cambiamenti che sta subendo il nostro ambiente, ad accettare molte idee rivoluzionarie che ci vengono dalla ricerca scientifica, o a pensare al nostro posto sul Pianeta in un modo diverso.

Expo ci rassicura: ci insegna che noi siamo ancora i padroni del mondo, e loro sono solo dei bravi ballerini e dei coltivatori di caffè e cioccolato. I produttori di petrolio e gas stanno un po’ più in alto in graduatoria, ma se dovessero cambiare i termini di spartizione delle nostre risorse non ci penseremmo due volte a rimetterli al loro posto. Expo non è la rappresentazione di un dialogo tra le culture. È esattamente il contrario: una fiera della vanità del modello economico occidentale.

Vedere per credere.

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