TRANS-PACIFIC PARTNERSHIP: comincia la partita asiatica

Mentre l’opinione pubblica occidentale pone la sua attenzione sul Medio Oriente e in modo particolare sulla Siria, dall’altra parte del pianeta, nel Pacifico, si sta cominciando a giocare la partita del prossimo secolo. Al momento può sembrare stupefacente, ma è molto probabile che il Medio Oriente vedrà nel prossimo futuro un calo dell’attenzione geopolitica da parte degli USA. La partita nell’area sarà giocata da potenze regionali come la Russia o l’Unione Europea, che considerano il Vicino Oriente una sfida importante per la propria sicurezza. Gli Stati Uniti avranno sempre un ruolo, pensiamo al trattato con l’Iran sul nucleare o alla lotta al terrorismo islamico, ma i segnali di una ritirata controllata dal Medio Oriente ci sono tutti.

Dunque, dove si giocheranno i destini del mondo nei decenni a venire? Il Pacifico sarà il terreno di scontro del futuro prossimo. Perchè? Prima di tutto l’area Asia-Pacifico comprende alcune delle più importanti economie del mondo, le quali, a volte, raggiungono o superano i livelli occidentali. Basti pensare a Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong, ma anche Malesia, Indonesia ecc. Non da ultimi ovviamente il Giappone e la Cina, che un anno fa ha sorpassato gli Stati Uniti come prima economomia del mondo.

Già nel 2011, un articolo di Hillary Clinton apparso su Foreign Policy, America’s Pacific Century, (http://foreignpolicy.com/2011/10/11/americas-pacific-century/) disegnava la strategia USA del prossimo futuro in Asia-Pacifico, spiegando come l’area sarà fondamentale per la superpotenza americana se vuole mantenere tale status anche nel prossimo secolo. L’amministrazione Obama si è difatti distinta per l’interessamento verso l’Asia-Pacifico e ha di recente incastonato un importante tassello nella sua strategia asiatica.

Il 5 ottobre 2015, ad Atlanta, negli Stati Uniti, è stato firmato il Trans-Pacific Partnership (TPP), trattato che comprende Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei, Malesia e, ovviamente, Stati Uniti.

TPP-Map

L’accordo punta a creare una delle aree di libero scambio più grandi nella storia. Le nazioni firmatarie rappresentano infatti il 40% del PIL mondiale e un terzo del commercio del pianeta.

Il TPP prevede l’abolizione delle barriere doganali e intende stabilire regole comuni in varie materie: tariffe doganali, ambiente, lavoro, proprietà intellettuali, e-commerce, settore dei servizi e infine il ruolo delle aziende statali. Il trattato prevede anche l’imposizione di nuovi standard lavorativi “occidentali” a tutti i Paesi coinvolti e permetterebbe così a tutti di poter competere ad armi pari.

Va da sé che l’accordo è un’importante vittoria per Washington per due questioni, una che possiamo definire “interna” e una “esterna”, entrambe collegate alla strategia verso l’Asia-Pacifico. Il primo punto “interno” sta nel fatto che, così facendo, gli USA hanno creato un’area dove poter esercitare la propria influenza e dove poter far rispettare le regole. Con la firma di tale accordo, gli impegni presi in settori cruciali come quello del lavoro e dell’ambiente diventeranno obbligatori e sarà possibile applicare delle sanzioni commerciali qualora gli accordi non vengano rispettati. Si verrebbe perciò a costituire una sorta di “blocco americano” simile a quello stabilitosi durante la Guerra Fredda in Europa, con un cordone di nazioni inglobate in un’area a guida USA. Ancora una volta, gli Stati Uniti non restano a guardare ma si riprendono un ruolo da protagonisti partecipando alla stesura di nuove regole.

Per parlare del secondo punto “esterno”, bisogna guardare a chi è il grande escluso, almeno momentaneo, dell’accordo, ovvero la Cina. La Repubblica Popolare non ha mai mostrato un reale interesse verso tale trattato, fino a quando non è arrivata a considerarlo una potenziale minaccia, poiché questo sembra capace di creare una fascia di Stati che per entrano nell’orbita di Washington, allontanandosi da Pechino. I timori cinesi non sono infondati. Per il Presidente USA Barack Obama infatti, l’essenza dell’accordo è quella di contrastare l’avanzata economica del Dragone e creare una forza di contrapposizione che permetterebbe a Giappone e Stati Uniti di recuperare il primato asiatico e quindi mondiale.

Nonostante ciò, la grande speranza della Casa Bianca è che si arrivi ad un accordo con Pechino, che nel frattempo è impegnata in altri negoziati commerciali concorrenti. Ultimamente infatti le posizioni americane si sono ammorbidite e la cooperazione economico-commerciale con il gigante asiatico, con cui possiede stretti legami finanziari, sembra la strada auspicata e auspicabile. La Cina si troverebbe così ad un bivio: restare fuori dal TPP, rischiando di trovare grosse difficoltà in ambito commerciale trovandosi circondata da Paesi che fanno parte dell’accordo, o entrarci accettando di sottostare alle regole del trattato, comprese quelle sui diritti dei lavoratori e sull’inquinamento ambientale. Insomma per la Repubblica Popolare, rallentata dalla crisi finanziaria, la scelta pare molto difficile.

L’unico ostacolo in cui potrà incorrere il TPP è che non venga ratificato dagli Stati firmatari. Esistono infatti posizioni contrarie interne agli stessi Stati Uniti e uno degli ostacoli maggiori potrebbe essere il Congresso a guida repubblicana.

Di sicuro il grande vincitore è Barack Obama, che segna un importante punto per la sua politica estera, mentre un simile accordo – il TTIP, Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti – è in via di discussione, stavolta tra USA ed Europa. Insomma, il match per il predominio sull’Asia-Pacifico è cominciato, e tutti i presupposti indicano che entrerà nel vivo nel prossimo decennio.

Daniele Speciale

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