GUERRA CIVILE NELLO YEMEN. Cosa sappiamo finora

Arabian-Peninsula

Lo Yemen è un Paese di cui non si sente parlare spesso. Si trova nella Penisola Arabica, ma non è famoso come l’Arabia Saudita o ricco come il Qatar. La capitale è Sana’a, nel nord-ovest del Paese, mentre il porto principale è Aden, nel sud-ovest. La sua forma odierna, raggiunta nel 1990, è il risultato dell’unione pacifica tra Yemen del Sud e del Nord.

Come molti stati di oggi, lo Yemen è un prodotto del post-colonialismo, e la sua prima (1957-1967) e seconda guerra civile (odierna) trovano proprio lì le loro cause più remote. Le due repubbliche “gemelle” non sono mai state due parti separate di un’unica entità, ma hanno storie diverse e retroterra diversi.

Lo Yemen del Sud era una colonia inglese, utile all’Impero per il commercio e per il controllo militare del Golfo, ma politicamente molto debole. Era costituita da due aree dalla storia diversissima: il vero e proprio Yemen meridionale, con Aden come centro principale, e lo Hadramaut, la regione più orientale e desertica, al confine con l’Oman. All’interno di queste stesse aree esistevano (ed esistono, in varie forme di organizzazione tribale) vari potentati guidati da sceicchi ed emiri, che erano a vario titolo vassalli dello Yemen settentrionale. Con la fine del colonialismo, nel 1971 venne instaurato un governo di stampo marxista, che rinominò il Paese Repubblica Democratica Popolare dello Yemen.

Lo Yemen del Nord era invece una monarchia religiosa, i cui re facevano discendere le loro origini dal profeta Maometto. Negli anni ’50, nel nord-ovest del Paese si venne a formare un gruppo di nazionalisti arabi, ispirati dal socialismo pan-arabista di Nasser, che con un colpo di stato riuscirono a far abdicare il sovrano e a prendere il potere. Nel 1957 venne instaurato un governo repubblicano, che includeva anche i rappresentanti delle realtà tribali, per garantire un certo grado di rappresentatività a tutti gli strati sociali.

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Ebbe così inizio la Guerra civile nel Nord: Arabia Saudita e Giordania difendevano la monarchia (anche temendo per i rispettivi troni), mentre la Repubblica Araba Unita di Nasser (esperimento politico di breve durata, che univa Egitto e Siria) si schierò con la neonata repubblica, arrivando ad inviare truppe e rifornimenti. Durante la guerra, i rapporti tra Nord e Sud sono stati appesantiti dalla situazione di instabilità e dal sistema internazionale del momento: non dimentichiamo che l’Urss era protettrice dello Yemen del Sud, mentre l’Arabia Saudita è da sempre il migliore alleato degli USA nell’area. Nell’ottobre del 1972 si sviluppò un breve conflitto tra Nord e Sud, poiché il primo era accusato di rifornire i ribelli o comunque permettere il transito di aiuti ed armi attraverso il proprio territorio.

Negli anni ’80 la svolta è rappresentata da una pax petrolifera: si scoprono giacimenti petroliferi lungo il confine e si inizia ad elaborare un accordo per lo sfruttamento delle risorse, nell’interesse delle economie di entrambi i Paesi. Fino a che, nel 1988, si ipotizza di stabilire un’area a sfruttamento comune, demilitarizzare il confine e addirittura discutere i termini di una possibile unificazione. Nel 1990 Yemen del Sud e del Nord si fondono in un’unica realtà politica, alla cui presidenza viene eletto Ali Abdullah Saleh, fino ad allora presidente della Repubblica del Nord.

Venticinque anni dopo la situazione è cambiata: nel Medio Oriente è forte la presenza di Al-Qaeda (poi anche dell’ISIS) e di Al-Shabaab in Somalia, la crisi economica indebolisce l’economia e le istituzioni, il governo gestisce l’estrazione petrolifera ma non sembra ripartirne le ricchezze su un’ampia base popolare. Molti yemeniti, soprattutto nel Nord, si sentono di nuovo poco rappresentati dal governo centrale, che sembra ignorare le richieste della parte più povera del Paese ma soprattutto gli interessi dei potentati tribali. È su queste premesse che si forma un gruppo ribelle, gli Ansar Allah, “partigiani di Dio”, ma più noti col nome di Houthi, dal nome del loro leader Hussein al-Houthi.

Sono in maggioranza sciiti zaiditi, setta minoritaria nel’Islam ma molto presente nel nord del Paese, di cui è originaria. Come in molti Paesi musulmani, la minoranza sciita è forte (in questo caso rappresenta circa il 40% della popolazione) ma poco presente nella politica e generalmente più povera e discriminata nella vita politica ed economica. Nel 2000 gli Houthi si schierano nella battaglia politica contro il governo centrale, e nel 2004 Hussein al-Houthi viene ucciso. Inizia così una prima fase di violenze: si contano migliaia di morti e più di 300.000 sfollati. Il fratello di Hussein, Abdul Malik al-Houthi, raccoglie il testimone ed oggi è a capo del movimento.

Nel 2012 la Primavera araba apre un nuovo scenario: sull’onda di altre rivoluzioni, viene deposto il presidente Saleh, al potere da oltre 30 anni. A sostituirlo è Abd Rabbuh Mansur Hadi, ex-generale e ministro della difesa nel precedente governo, che “vince” un’elezione in cui è l’unico candidato. Nonostante questo la sua leadership viene riconosciuta internazionalmente, anche se raccoglie meno consensi in patria. Dovrebbe rimanere in carica per un periodo di transizione di due anni.

Segue un periodo di grande instabilità e difficoltà politico-economiche: la spinta democratica non riesce a trasformare il sistema di interessi e legami secolari che costituiscono il fulcro della classe politica del Paese, di cui lo stesso presidente è espressione. Nel frattempo i ribelli acquisiscono forza e sostegno popolare e, dopo una serie di scontri, nel 2014 arrivano a occupare la capitale.

Gli Houthi questa volta possono contare anche sul sostegno dell’ex-presidente Saleh, che possiede ancora forti legami con l’establishment e con sezioni dell’esercito leali alla sua famiglia.

Hadi denuncia il colpo di stato e fugge in Arabia Saudita. Con l’aiuto del potente vicino sunnita, che mira a diventare una vera potenza regionale, conta di recuperare la guida del Paese: viene costituita una coalizione con gli altri stati della Penisola Arabica ed inizia una campagna di bombardamenti e scontri a fuoco. Il Qatar ha schierato mille uomini e gli Emirati Arabi qualche migliaio, e hanno già subìto perdite durante un attacco missilistico. Il Bahrain ha perso cinque soldati in uno scontro lungo la linea di frontiera. Nonostante il grande schieramento di forze, la coalizione non sembra riuscire a contenere, se non proprio a sconfiggere, lo schieramento ribelle.

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Nel frattempo le Nazioni Unite riportano le cifre: circa 4.500 persone, di cui almeno 2.100 civili, sarebbero state uccise da marzo ad oggi, durante i combattimenti e gli attacchi aerei. Amnesty International ha accusato la coalizione di crimini di guerra, a causa della condotta indiscriminata delle operazioni. Le forze armate governative e alleate sono accusate di considerare anche aree densamente popolate alla stregua di obiettivi militari, e di non prendere alcuna precauzione per evitare che i civili subiscano fuoco incrociato o siano colpiti durante i raid aerei.

http://time.com/4064071/amnesty-international-saudi-airstrikes-yemen/

http://www.aljazeera.com/news/2015/10/yemen-151007015252750.html

Nei primi giorni di ottobre, le agenzie di stampa internazionali hanno annunciato che sia i sostenitori dell’ex-presidente Saleh che i ribelli Houthi si sono detti pronti a partecipare ai colloqui di pace promossi dall’Onu.

Mappa dei territori occupati dalle parti in conflitto: in verde la zona controllata dalle truppe Houthi e dai lealisti di Saleh, in rosso quella controllata dalle forze governative, in grigio la zona di influenza di Ansar al-Sharia (Al-Qaeda)

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