CHE FARNE DELLA CRIMEA? Storia della penisola negli ultimi due anni

È passato un anno e mezzo dall’annessione ufficiale della Crimea da parte della Russia. A leggere in giro, sembra che tanto la stampa italiana quanto quella internazionale avessero considerato chiusa la questione già all’indomani del referendum del 16 marzo 2014, durante il quale la penisola votò quasi all’unanimità per diventare parte della Federazione Russa. In realtà ciò che è successo (e continua a succedere) in questo anno e mezzo sembra indicare che la questione è tutt’altro che chiusa e che anche quel fatidico referendum non sia stato proprio unanime.

In parecchi sembrano essersi dimenticati che il terzo gruppo etnico della penisola, quello dei tatari di Crimea, ammonta per circa il 12% della popolazione e tradizionalmente non ha mai avuto buoni rapporti con i vari governi russi. Nel 1944, per ordine di Stalin, che aveva sempre avuto un’idea un po’ schizofrenica di integrazione, l’intera popolazione venne deportata in Asia Centrale con l’accusa di aver collaborato con gli occupanti tedeschi e sostituita, come da consuetudine sovietica, da coloni russi e ucraini. Ai tatari fu concesso di tornare in patria solo nel 1989, uno dei motivi per cui tutt’oggi i russi costituiscono ancora quasi il 60% della popolazione (dati del 2001, censimento più recente). Nel frattempo la Crimea era passata da regione autonoma all’interno della Russia sovietica a parte integrante del territorio dell’Ucraina. Quando quest’ultima si dichiarò indipendente nel 1991, alla penisola venne ripristinato il vecchio status, con un proprio parlamento autonomo su cui quello ucraino si riservava diritto di veto.

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Bandiera del popolo tataro di Crimea

I tatari ottennero una propria rappresentanza con la fondazione del Qurultaj, una sorta di parlamento il cui organo esecutivo, il Mejlis, può appellarsi al Parlamento della Crimea, al governo ucraino e alle organizzazioni internazionali. Proprio il Mejlis ha invitato la popolazione tatara a boicottare il referendum del marzo 2014, invito che è stato raccolto anche da parte della popolazione ucraina. Alla luce di questo i già dubbi risultati del referendum e le sue modalità d’esecuzione appaiono ancora più sospetti, ma comunque si voglia vedere la questione il fatto compiuto è che la Crimea è da quasi due anni parte della Federazione Russa.

Nel suo ormai celebre discorso sulla Crimea, tenuto il 18 maggio 2014, Vladimir Putin ha affermato che, al contrario di quanto sarebbe stato destinato a succedere nel resto dell’Ucraina, la Crimea e i tutti i suoi abitanti avrebbero goduto di ampi diritti e libertà e tutte e tre le lingue maggiori (ucraino, russo e tataro) sarebbero state riconosciute. Nonostante le premesse (e le promesse), la realtà sembra essere differente. Risale al 26 agosto la condanna a 20 anni di carcere al regista Oleg Sencov, nativo di Simferopol, con l’accusa di aver fatto saltare in aria un monumento a Lenin e aver dato fuoco a edifici della Comunità Russa di Crimea nella stessa città. Il processo si è svolto nella massima riservatezza e prove certe non sono (ancora) disponibili, ma la comunità internazionale e alcune organizzazioni russe per i diritti umani hanno denunciato la condanna come un atto di persecuzione politica. Il processo è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi che cominciano a emergere sulla scena internazionale.

L’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch ha denunciato sia la scomparsa di cittadini tatari e attivisti ucraini sia ripetuti abusi delle autorità nei confronti di questi ultimi. Un mese dopo il referendum, il governo della Crimea ha vietato a Mustafa Cemilev di rientrare nella penisola per cinque anni, mentre il Servizio d’Immigrazione Federale della Russia lo ha dichiarato persona non grata. Dissidente sovietico e leader storico dei tatari di Crimea, negli anni Ottanta Cemilev guidò il ritorno in patria di questi ultimi e fu tra i fondatori del Mejlis. Ancora oggi rimane una personalità di spicco tra la sua gente e una delle poche voci udibili a livello internazionale. Quando è stato fermato al confine con l’Ucraina dalle forze dell’ordine, una folla di cinquemila persone gli è venuta incontro per salutarlo e assicurarsi che non corresse pericoli. Benché nessuna accusa sia stata mossa nei suoi confronti, la sua abitazione è stata più volte perquisita.

Allo stesso tempo le autorità hanno dichiarato il Mejlis un’organizzazione illegale e accusato i suoi membri, tra cui l’attuale segretario, Refat Chubarov, di aver istigato ad azioni estremiste. A luglio Chubarov è stato a sua volta bandito per cinque anni dalla penisola. L’accusa di azioni estremiste e di istigazione all’odio è stata alla base delle numerose perquisizioni di abitazioni private e delle scuole islamiche (la maggior parte dei tatari è di religione islamica sunnita, cosa che in passato fu più volte fonte di attrito con la Chiesa Ortodossa) nei mesi successivi. Secondo Human Rights Watch queste perquisizioni sono state condotte non solo dalle forze dell’ordine ma anche dai celebri gruppi di autodifesa, il cui status continua tutt’ora a rimanere incerto, che in molti casi hanno trattenuto per ore gli abitanti senza un’accusa, esaminandone i passaporti e le loro credenze religiose. L’applicazione delle leggi anti-estremismo della Federazione Russa, costituite da termini piuttosto vaghi come “discordia sociale e religiosa” e “incitamento pubblico rivolto a gruppi di persone”, ha permesso la perquisizione e la detenzione di parte della redazione del quotidiano Avdet (Ritorno a casa) e del canale televisivo ATR, il cui vice-direttore Lilja Budžurova ha dichiarato che a finire nel mirino era stato in particolare il linguaggio usato nei notiziari. Il canale, così come la radio Mejdan FM ad esso affiliata, è stato poi costretto a chiudere ad aprile 2015 per il mancato rinnovo del contratto da parte delle autorità russe.

tataricrimeaproteste

Un altro fatto preoccupante, e che mette in dubbio le precedenti dichiarazioni di Putin, è stata l’entrata in vigore di una legislazione che costringeva i residenti in Crimea a decidere se mantenere la cittadinanza ucraina od ottenere quella russa. Nemmeno troppo implicito nella legislazione era che coloro che avessero deciso di conservare il proprio passaporto ucraino sarebbero stati considerati cittadini stranieri su suolo russo e avrebbero pertanto perso diritti come la possibilità di votare o di occupare ruoli a livello istituzionale e sarebbero stati a rischio d’espulsione, a meno che non avessero fatto richiesta di un permesso di residenza temporaneo.

Giornalisti locali hanno rilevato numerosi problemi e irregolarità che peggiorano ulteriormente la situazione: primo, che il numero di permessi temporanei previsti risultava essere ridicolmente basso (4000 per l’intera penisola, più circa 500 per la regione autonoma di Sebastopoli); secondo, che in molti casi coloro che intendevano mantenere la cittadinanza ucraina si sono visti rifiutare o rispedire al mittente la domanda con il pretesto di moduli male compilati o dati non corretti. Si potrebbe poi discutere del fatto che, in base al diritto internazionale e alla Quarta Convenzione di Ginevra, uno stato che governi su un territorio occupato non può imporre una data cittadinanza ai residenti, né tantomeno espellerli dal paese.

La situazione in Crimea non è migliorata negli ultimi mesi. Nuove sparizioni di attivisti ucraini e tatari, l’ultimo dei quali solo ad agosto, hanno spinto questi ultimi alla protesta e, su invito di Cemilev, lo scorso 21 settembre hanno occupato le arterie stradali che collegano la penisola al continente e bloccato i tir che la riforniscono. Considerando che la maggior parte delle merci giunge nella regione per via aerea e marittima, è improbabile che il gesto abbia ripercussioni economiche di un certo spessore. Il suo valore è invece altamente simbolico: esistono ancora voci di dissenso in Crimea e la partita deve essere considerata ancora aperta.

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