WUNDERKAMMER – La nostra rubrica pseudo e psico culturale

Parte oggi una nuova rubrica culturale a cadenza (si spera) settimanale. Il termine alla lettera significa “stanza delle meraviglie” e indica uno scaffale, ripostiglio o camera adibita a museo privato in cui venivano collezionati reperti e oggetti esotici, bizzarri, spesso e volentieri macabri. L’abitudine prese piede in Germania durante il Rinascimento; le wunderkammer avevano lo scopo di incuriosire e stupire chi le visitava ma anche di istruire. Come nel caso della Kunstkamera a San Pietroburgo, dove Pietro il Grande riempì due piani interi di animali curiosi, scheletri e feti vittime di malformazioni per mostrare alla gente che erano opera della natura e non del diavolo.

Abbiamo scelto di portare avanti la tradizione della wunderkammer prendendo come oggetto da collezionismo il mondo: nella nostra stanza delle meraviglie finiranno storie, eventi, persone, marchingegni impossibili e tradizioni improbabili da ogni epoca e angolo della terra. Metteremo in risalto collegamenti inaspettati e sfateremo miti a lungo diffusi, cercando di stupirvi, farvi riflettere e, senza troppa modestia, cambiarvi in meglio la giornata.

Il primo articolo che presentiamo si occupa di sport ma, come si conviene a una rubrica come questa, non si tratta di sport comuni, né dei cosiddetti sport estremi. Hurling, parapendio e parkour su trampoli sono interessanti, ma per inaugurare questo nuovo spazio abbiamo pensato a qualcosa di più esotico.

Fuchsprellen

Fox_tossing_1719

Il Seicento non era un secolo facile in cui vivere. Per la quantità di guerre combattute sul suolo europeo gli storici l’hanno ribattezzato il Secolo di Ferro e quando Voltaire parlava dei secoli bui si riferiva non al medioevo ma a quello appena concluso. Tutto considerato, il fatto che a qualcuno sia venuto in mente di ideare uno sport del genere non sorprende troppo. Il fuchsprellen (“lancio della volpe”) nacque in Germania all’inizio del XVII secolo, diffondendosi subito nel resto d’Europa e rimanendo in voga fino alla fine del Settecento: all’interno di un’arena i partecipanti, di solito marito e moglie, si disponevano a coppie tenendo tra di loro una rete rettangolare. A un dato segnale una o più volpi spaurite venivano liberate nell’arena, mentre i partecipanti tendevano con forza la rete per scagliarle in aria ogni qualvolta uno degli sventurati animali si ritrovava a passarci sopra; vinceva la coppia che effettuava il lancio più alto, mentre ragazzini e nani di corte erano incaricati di finire gli animali feriti con mazze e martelli. Nonostante assomigli a un gioco saltato fuori da uno sketch dei Monty Python, il fuchsprellen divenne incredibilmente popolare tra l’aristocrazia, al punto che vi partecipavano principi e re in uguale misura e veniva impiegato ogni genere di animali. In un torneo tenutosi a Dresda a cui partecipò il re Augusto II di Polonia vennero scagliati per aria 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici, mentre in un’altra occasione indetta dallo stesso Augusto si provò a far volare, sembra, 34 cinghiali e tre lupi. Dico sembra perché anche animali più controllabili come volpi e gatti tendevano, comprensibilmente, a creare non pochi problemi, attaccando i partecipanti o nascondendosi sotto le gonne delle nobildonne.

Buzkašī

Buzkashi_sport_in_the_Balkh_province

Qualcuno una volta mi disse che qualsiasi sport è più bello se praticato a cavallo ed è probabilmente il motivo per cui abbiamo inventato il polo, il rugby a cavallo (conosciuto come horseball) e il salto con l’asta a cavallo. Praticato principalmente in Afghanistan e Kazakistan (dove è conosciuto come kokpar), il buzkašī è un’unione tra equitazione, rugby e pallacanestro, con l’unica differenza che al posto della palla si usa la carcassa di un vitello o di una capra opportunamente privata della testa e degli organi interni. Due squadre da cinque cavalieri devono prima recuperare la carcassa da terra, compiere un giro attorno a un cerchio nella metà campo avversaria e infine gettarla in un apposito canestro, tutto questo mentre gli avversari (e qualche volta i compagni) spintonano e tirano frustate indistintamente a cavalli e cavalieri. La Federazione Olimpica Afghana ha stabilito delle regole precise, tra cui una durata massima di 90 minuti per gli incontri (che in molti casi duravano più giorni) e il divieto di usare la frusta se non per il proprio cavallo, anche se è raro vederle osservate con precisione all’infuori dei tornei ufficiali. La competizione è molto accesa e i giocatori si allenano duramente per anni. Cosa ovvia se si pensa che devono essere in grado di guidare il cavallo senza mani, reggere il peso della carcassa ed evitare gli avversari che cercano simpaticamente di disarcionarli.

Bō-taoshi

bo taoshi

Probabilmente avete già sentito parlare del calcio storico fiorentino, quel delizioso gioco in cui due squadre di gentiluomini cercano di divorarsi il cuore a vicenda e, ogni tanto, far entrare la palla nella rete avversaria. I giapponesi hanno ripreso il concetto di violenza di massa e l’hanno applicato a quello di rubabandiera: due pali vengono eretti agli angoli opposti del campo e le squadre, da 100 uomini ciascuna, divise in attacco e difesa. La difesa, che non può lasciare l’area attorno al palo, deve impedire all’attacco di inclinare il palo di 35° rispetto al terreno, condizione necessaria per vincere. Nonostante il pandemonio che tutto questo genera, esistono ruoli ben precisi sia per l’attacco che per la difesa, come i giocatori di sostegno al palo, gli attaccanti diretti e quelli di supporto. Il ruolo più importante è quello del cosiddetto ninja, un difensore particolarmente attaccato alla vita che si posiziona in cima al palo per impedire che cada, bilanciandolo con il proprio peso e tirando occasionalmente calci in faccia agli attaccanti. Non si sa di preciso quando sia nato né chi sia stato il primo a pensare di introdurlo come competizione annuale nelle scuole, ma le prime notizie certe risalgono a dopo il 1945. L’Accademia Nazionale per la Difesa sottopone a questo sport tutti i nuovi cadetti, formando, per l’occasione, squadre da 150 giocatori.

Auto polo, terraplani e spettacoli da circo

auto polo

L’avvento del motore ha mostrato quali vette di psicopatia sia realmente in grado di raggiungere l’uomo. Come con la polvere da sparo nel Rinascimento, all’inizio non sapevamo bene come usarlo e, mentre c’era chi si ingegnava a costruire mezzi che potessero volare e spostarsi senza finire in tragedia ad ogni viaggio, altri pensavano che fosse proprio la pericolosità di quella tecnologia ad avere un potere d’intrattenimento troppo alto per andare sprecato. Per cui ecco che negli Stati Uniti fecero la comparsa i walls of death (“muri della morte”), in cui motociclette e auto sfruttavano la forza centrifuga per correre lungo le pareti di un cilindro di legno al di sopra del quale gli spettatori potevano assistere allo spettacolo. A un certo punto qualcuno dovette pensare che la cosa non fosse abbastanza rischiosa, perché in certi spettacoli le auto venivano sostituite dai sidecar e i passeggeri da leoni e altri felini di grossa taglia. Leggermente meno pericoloso era invece il cosiddetto terraplano, dove sciatori muniti di casco e occhialoni venivano trainati sulla spiaggia non da motoscafi ma da motociclette. Ma lo sport emblema di questi anni di esperimenti e follie rimane l’auto polo: esattamente come il polo normale, a parte il piccolo dettaglio di essere giocato in coppia a bordo di Ford Model T a tetto scoperto. Opera di un rivenditore Ford del Kansas, che l’aveva ideato come trovata pubblicitaria, il gioco divenne piuttosto popolare tra gli anni Dieci e Venti, con incontri quasi quotidiani in città come New York e Chicago. Le squadre erano di solito composte da due auto l’una e non sembra ci fossero regole particolari al di là del “ama il prossimo tuo”. Persino l’equipaggiamento obbligatorio era ridotto a un semplice berretto di cuoio, cosa che produceva un certo contrasto con i 60 km/h delle auto e la loro tendenza a ribaltarsi ad ogni curva. Il numero di incidenti, in alcuni casi mortali, era così elevato che in più di un’occasione le autorità locali pensarono di rendere lo sport illegale.

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