DUMPING DISCOGRAFICO. Ne siamo tutti vittime?

Marija Ilić© 2015
Marija Ilić© 2015

Proprio oggi mi è capitato di nuovo. Alla radio, su youtube, piuttosto che sui canali musicali mi viene propinata una canzone penosa, il cui cantante-artista-produttore viene presentato come il nuovo messia della musica mondiale. Quante volte vi sarà successo? Ogni anno il nostro Paese fagocita musica straniera di dubbio gusto per milioni di euro. Si può controbattere che anche noi, nel nostro piccolo, produciamo un buon numero di canzoni di dubbio gusto. Ma noi non abbiamo i mezzi per diffonderle in tutto il mondo.

Siamo al limite del dumping discografico. In economia dicesi dumping: “Esportazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno o su un altro mercato, oppure addirittura sotto costo, da parte di trust già padroni del mercato interno, generalmente condotta con l’appoggio dello Stato, allo scopo d’impadronirsi dei mercati esteri”.

Non ha più importanza cosa si scarica sul mercato discografico europeo, basta che sia: in inglese, di tendenza (secondo le più varie tendenze), ben confezionato e spinto all’ennesima potenza. Il contenuto non conta niente, inteso come insieme delle capacità musicali e liriche dell’artista.

Intendiamoci, non critico l’americanizzazione (e inglesizzazione) della musica mondiale. Sarebbe in ogni caso troppo tardi per farlo. Ha prodotto ottimi album, ha costruito miti, ha contribuito a cambiare la nostra percezione su molte cose, ha ampliato la nostra cultura creando nuovi legami, e ha ancora oggi molto da dire e tanti talenti da donare al mondo.

Ma il fatto è che anche l’arte, e con essa la musica, è un prodotto. In quanto tale viene commercializzata da aziende specializzate. E non per niente le aziende più grandi e potenti del settore sono di origine anglo-statunitense. In un mondo dominato dalle leggi del mercato, queste governano anche il mondo della creazione artistica, e l’obiettivo delle compagnie è vendere il più possibile questi beni: singoli, album, concerti, merchandising.

Generalmente chi può permettersi di fare attività di dumping ha:

  • molta disponibilità del bene, ma un mercato che si restringe. Oppure desidera allargare sempre e comunque la propria visibilità. Nella musica questo è particolarmente auspicabile, dato che l’indice di gradimento di molti artisti va e viene e le mode e i tempi evolvono continuamente.
  • un governo che spinge perché venga allargata la propria influenza culturale ed economica nel mondo. Le etichette fanno attività di lobby sui governi come qualsiasi cartello aziendale e sanno imporsi a livello internazionale.
  • Avversari deboli, piccoli concorrenti, che generalmente non hanno vocazione multinazionale.

Le major hanno così tanta disponibilità di prodotti (apparentemente diversi ma dello stesso formato) da proporre, che possono invadere il mercato con qualsiasi cosa con un doppio effetto. Primo: a noi va tutto bene perché ormai ogni cosa prodotta ha un suo numero di fan. Secondo, molto più importante: possono scaricare sul nostro mercato (leggere: “orecchie”) quello che vogliono, anche se terribile all’ascolto e non tanto fortunato nemmeno in patria. In ogni caso gli permette di piantare nuove “bandierine” e di non lasciare mai la presa, rischiando che gli ascoltatori si dirigano su prodotti alternativi. Se ti piace questo tale pezzo, magari un giorno ti interesserai ad altri dello stesso “pacchetto”, ampliando il tuo paniere di prodotti.

L’onnipresenza di pezzi in inglese, anche se non ci piacciono, dimostra che non abbiamo alternative: o meglio, le abbiamo, ma solo all’interno di questa cornice.

De gustibus non est disputandum. Qui il problema non è il gusto, ma il principio. Ognuno è libero di ascoltare quello che vuole, se però questa tracklist personale è frutto di una scelta consapevole. Quando sentiamo orrori alla radio, dobbiamo chiederci: io avrei prodotto una canzone del genere se fosse venuto da me l’artista col cd in mano? Davvero la voglio ascoltare? Mi rendo conto dell’assenza di contenuti (artistici, musicali e lirici) di quello che sto sentendo?

Non dobbiamo essere costretti ad ascoltare cose che normalmente schiferemmo, se fossero le canzoni orrende che scrive nostro cugino o quelle suonate da un gruppetto alla festa di paese. Se è di provenienza “anglosassone”, se viene da un disco stampato o dalla radio, non significa che qualcosa sia bello o vada bene a prescindere.

La soluzione? Il mio personale consiglio per la discografia italiana è il contro-dumping. Invadiamo gli USA, il Regno Unito e il mondo di Gigi d’Alessio, Gigi d’Agostino, Eiffel 65 e perché no anche Leone di Lernia e Gianni Drudi. Ci riempiono di hip-hop di bassa qualità? Noi rispondiamo a colpi di Emis Killa, Moreno e Baby K. Prima o poi magari inizieranno ad ascoltare anche Stokka&Madbuddy, Caparezza e i Sud Sound System, e in ogni caso, gli avremo aperto la mente su un mondo che non immaginavano esistesse.

In molti Paesi, Albano, Pupo, Toto Cutugno e compagnia sono già venerati come vere star internazionali. Prima o poi queste persone, questi popoli, si appassioneranno alla musica italiana come insieme e inizieranno ad ascoltare De Andrè, piuttosto che Rino Gaetano o Lucio Dalla. Sono già più di quanto pensiamo. E forse anche noi cominceremo ad ascoltare quello che loro hanno da dire al mondo. A poco a poco ci educheremo, e tutti insieme andremo verso un nuovo radioso avvenire musicale.

D’accordo, forse mi sono lasciato un po’ prendere la mano.

Celentano_imieiamericani

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