STORIE APOLIDI

firenze 2014
Firenze 2014

Benvenuti a questa nuova puntata di “Storie Apolidi”, con noi oggi c’è il cappello dal fiocco svolazzante, protagonista della foto soprastante.

M: Benvenuto fiocco svolazzante

F: Grazie per avermi invitato

M: Dunque, ci racconti qualcosa di questa foto. Quando e dove venne scattata?

F: Era luglio inoltrato ed eravamo immersi negli odori estivi dei colli fiorentini. Ricordo bene quella giornata: il cielo era regale, l’atmosfera bucolica e i commensali, affascinati da tutto questo splendore estivo, cercavano di mascherare la meraviglia. Sembrava di essere protagonisti di un dipinto seicentesco.
L’occasione era una festa prematrimoniale, quale miglior occasione di questa per uno scenario del genere? Lo so che vi sembrerà un ovvietà a dir poco banale ma vi posso garantire che non lo fu.
Come in “Sogno di una notte di mezza estate” il tutto si sviluppò in miriadi di sfaccettature narrative.
Visibile agli occhi di tutti era la gioia dei due sposi, protagonisti e baricentro della giornata. Questo perlomeno, era ciò che traspariva ad un occhio superficiale. Ma bastava raschiare appena la superficie per osservare gli effimeri intrecci durati non appena un’alba e un tramonto.

Ed ecco che si vengono a creare due gruppi ben distinti: il primo composto dai protagonisti canonicamente accordati, e il secondo formatosi dalla temporanea accoppiata tra personalità eccentriche e vite disparate.
Ovviamente mi ritrovai a far parte del secondo gruppo. Iniziammo con qualche bicchiere di prosecco, qualche sorriso interessante e parole vacillanti. Qualche sospiro, qualche sguardo perso ad ammirare la natura, un paio di sorrisi congelati e qualcuno che sentiva il bisogno di essere amato.
Quel pomeriggio, il sole vegliò sulla sinuosa danza degli sguardi curiosamente attratti dall’ignoto.

E quando, dopo mangiato, la stanchezza della calura le accarezzò i capelli, si sentì percorrere da un brivido, le venne voglia di correre a braccia aperte, per abbracciare questo momento di ozio estivo. I respiri divennero più pesanti, i ventri si gonfiavano e sgonfiavano lentamente, qualche braccio scivolava dal bracciolo della sdraio e gli occhi si abbandonavano al sogno.

Lei si alzò, si tolse gli occhiali da sole e si incamminò verso i vigneti. Per strada si tolse i sandali, si lasciò cadere sull’erba e fu come tuffarsi in un barattolo di nuvole fresche. Sorrise. Alzò i piedi al cielo per qualche secondo, camminò su di esso. All’improvviso sentì qualcuno avvicinarsi. Aveva già capito che erano loro: i compagni di viaggio di quest’oziosa beatitudine.

Aprirono le braccia al cielo a iniziarono a correre tra i filari dei vigneti. I polpastrelli delle dita ogni tanto sfioravano le foglie e fu proprio come se stessero abbracciando la giornata. Lei mi sfilò e mi strinse in mano, per paura che volassi via.

Iniziammo a danzare con le nuvole, al ritmo dei fili d’erba calpestati.

Così, abbandonati a noi stessi, per la prima volta, capimmo realmente il significato della pura libertà.

E loro ci ammiravano mentre io e lei col cielo danzavamo.

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