WUNDERKAMMER – Le Follie dell’Imperatore

Vi hanno mai accusato di avere troppa immaginazione? Vi hanno mai detto di smetterla di inventare storie poco credibili, di preoccuparvi di cose che non succedono e che, no, Simone non può fermarsi a cena perché non esiste? Consolatevi, c’è stato chi ha avuto più problemi di voi con la propria inventiva. Di recente ho conosciuto Zhu Houzhao, un simpatico ometto cinese che non solo inventava storie e personaggi immaginari ma pretendeva anche che tutti quanti stessero al suo gioco nonostante avesse superato da un pezzo l’infanzia. In qualunque altro caso suo padre gli avrebbe rifilato un paio di ceffoni e urlatogli di smettere con le menate, ma il compianto Hongzhi era morto da più di un anno e Zhu era l’imperatore della Cina.

Zhengde

Passato alla storia con il nome imperiale di Zhengdé (il cui significato, per uno scherzo del destino, è quello di “giusta virtù”), Zhu salì al trono della dinastia Ming nel 1505 a soli quattordici anni e si presentò subito come sovrano difficile. Al contrario di quello che la corte imperiale si aspettava, infatti, la maestà celeste non era particolarmente interessata a dirigere un impero continentale, preferendo svicolare fuori dalla Città Proibita per rifugiarsi nei numerosi bordelli di Pechino. Ai suoi funzionari non restava che coprire le sue uscite serali e fargli notare, molto ossequiosamente, che in quanto imperatore aveva a disposizione un intero harem di concubine, alle quali sembra che Zhengdé non rivolse più di mezza occhiata durante tutta la sua vita. Certo il suo comportamento era fastidioso, ma mai quanto la sua successiva trovata: la costruzione, all’interno della Città Proibita, di un finto quartiere di mercanti in cui lui stesso e l’intera corte recitavano a turno la parte di compratori e venditori. Tutti coloro che si rifiutavano di stare al gioco venivano prima frustati pubblicamente e poi rimossi dal proprio incarico. L’imperatore partecipava così di frequente a questo gioco che la sua prolungata assenza dalle faccende ufficiali diede enormi poteri come reggenti alla classe degli eunuchi, da quel momento in poi un annoso problema per i regnanti cinesi. Non soddisfatto delle case di tolleranza di Pechino, Zhengdé fece costruire accanto alla residenza imperiale anche la cosiddetta “stanza dei leopardi”, una serie di palazzi in cui trovavano posto, oltre a donne di facili costumi, anche lottatori, funamboli da circo e perfino tigri e leopardi, che in un’occasione lo lasciarono così sfigurato in volto da costringerlo ad astenersi per un mese dalla sua già scarsa vita pubblica. Si dice che a un certo punto le stanze fossero così sovrappopolate che alcune concubine morirono di fame a causa della scarsità di viveri. Del resto lo stesso edificio non dovette durare molto di più se è vero, come si afferma, che l’imperatore lo diede alle fiamme assieme a parte del suo palazzo mentre era intento a trasportare polvere da sparo all’interno dei cortili per l’annuale Festa delle Lanterne.

Nonostante le sue stravaganze, Zhengdé è ricordato come un sovrano tutto sommato capace, in grado di provvedere, in qualche modo, alla prosperità dell’impero e al benessere dei propri cittadini. Non solo, si dimostrò anche in grado di difenderne i confini dalle scorrerie dei mongoli, inviando nei territori settentrionali una grande armata al comando del generale Zhu Shou. Inizialmente questi si mostrò particolarmente avventato, spingendosi troppo a nord e obbligando i soldati, per motivi tutt’ora sconosciuti, a vestirsi esclusivamente con abiti di seta, ma nel giro di pochi mesi riportò vittorie decisive sugli eserciti di Dayan Khan. La sua abilità tattica era tale che l’imperatore lo volle successivamente inviare a sud, nella provincia di Jiangxi, per stroncare la ribellione del principe Ning. Inutile dire, a questo punto, che Zhu Shou altri non era se non Zhengdé stesso. In una sorta di Fight Club ante litteram, l’imperatore si era rivolto a se stesso e, dopo essersi comunicato la deplorevole situazione dei confini settentrionali, si era ordinato di porre fine agli attacchi mongoli, dandosi licenza di scegliersi l’armatura e i soldati migliori prima di condurre i suoi funzionari, ormai sempre più straniti, da una parte all’altra dell’impero. Giunto nello Jiangxi, inoltre, diede prova di come la sua sete di giustizia fosse direttamente proporzionale alla sua follia: dopo aver scoperto che i ribelli erano già stati sconfitti dal governatore locale, ordinò che venissero lasciati liberi di modo che fosse il valoroso generale Zhu Shou a catturarli e condurli in catene a Pechino.

Privo, nonostante il suo impegno, di eredi ufficiali, Zhengdé lasciò la sua vita terrena come si conveniva a un personaggio del suo calibro: ubriaco durante una giornata di pesca, rotolò giù dalla barca e morì in seguito a una malattia contratta dall’acqua del lago.

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