Shinzo Abe contro l’Articolo 9: il Samurai rispolvera la Katana

Il 15 agosto 1945, l’Imperatore Hirohito annunciò la resa incondizionata del Giappone, ponendo fine al secondo conflitto mondiale. Con la sconfitta del Paese, alleato delle potenze dell’Asse, venne decretato lo smantellamento dell’esercito e della marina imperiale giapponese, assieme a tutto il complesso militare-industriale. Sotto la supervisione delle forze alleate comandate dall’allora Supreme Commander of the Allied Powers (SCAP), generale Douglas MacArthur, venne imposto anche il divieto ad ogni eventuale riarmo.

Così, con l’appoggio del popolo giapponese, stremato da anni di guerra e dall’esplosione delle due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, fu redatta la costituzione del 1947, di carattere fortemente antimilitarista. L’articolo 9, infatti, decreta che: “Il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia dell’uso della forza per risolvere le dispute internazionali”, ma soprattutto che: “i potenziali di forze terrestri, aeree o navali non saranno mai mantenuti”. Nonostante ciò, sin dagli anni ’50, questa legge è soggetta ad interpretazioni più o meno elastiche. Un detto nostrano recita: “fatta la legge trovato l’inganno”, così nel 1954 venne prontamente istituita la Japan Self-Defense Force (JSDF). D’altronde la guerra di Corea aveva messo in allarme la stessa opinione pubblica giapponese che, dopo la Seconda guerra mondiale, era fortemente pacifista.

Il Giappone, ora alleato fedele degli Stati Uniti, non poteva certo rimanere completamente smilitarizzato: la Cina, la Corea del Nord e l’Unione Sovietica erano ad un passo e le sole forze di occupazione americane non potevano garantire la totale difesa dell’arcipelago. Con il benestare statunitense, al Giappone venne concesso di mantenere un esercito effettivo sul proprio territorio – per l’appunto la JSDF -nonostante severe restrizioni.

Ammiraglio Mike Mullen passa in rassegna le truppe del Japanese Self-Defence Force. Credit: Chad J. McNeeley, US Navy
Ammiraglio Mike Mullen passa in rassegna le truppe del Japanese Self-Defence Force. Credit: Chad J. McNeeley, US Navy

Nel 2006, il parlamento giapponese approvò un disegno di legge presentato dal consiglio di Gabinetto del Giappone, l’organo che esercita il potere esecutivo ed è presieduto dal Primo Ministro Shinzo Abe, che diede il via libera per la costituzione di un vero e proprio Ministero della Difesa. Tentativi di aggirare la costituzione erano stati già intrapresi negli anni ’70 e ’80, ma i governi si sono sempre tenuti molto cauti sulla questione.

Oggi, l’attuale Primo Ministro Shinzo Abe, a capo del Partito Liberal Democratico (LDP), è pronto a rimettere nuovamente in discussione l’articolo 9. Ma come mai, se il popolo è fortemente contrario, la partita sul riarmo non sembra così scontata? Questo perché l’élite giapponese ha sempre voluto che il Giappone si riarmasse, interessi economici o meno. Questo gruppo composto da alti funzionari, politici e imprenditori, talvolta imparentati tra loro, da sempre detta la via politica ed economica del Paese. Shinzo Abe, ad esempio, è infatti il nipote di Nobusuke Kishi, fondatore dell’LDP ed ex ministro delle munizioni nel 1941. Arrestato con la fine del conflitto, venne in seguito riabilitato come tutta la classe dirigente imperiale proprio dagli Stati Uniti, così da consentire al Paese di risollevarsi dopo la Seconda guerra mondiale.

Shinzo Abe, Primo Ministro del Giappone
Shinzo Abe, Primo Ministro del Giappone

Cambiare la costituzione giapponese non è facile, serve un referendum e l’approvazione di due terzi delle due camere del parlamento. La si può però aggirare, così come è già stato fatto più volte dal ’47 a oggi. E’ così che l’articolo 9, che già consentirebbe un esercito di “auto-difesa”, consentirebbe anche le missioni di peacekeeping perché non sono “operazioni di guerra”, oppure addirittura l’intervento militare al fianco degli alleati in zone di combattimento e l’impiego in missioni di soccorso per salvare ostaggi giapponesi. È grazie a queste reinterpretazioni che il Giappone si avvia al riarmo, con leggi approvate a colpi di maggioranza in parlamento, che hanno dato vita ad animate proteste di piazza.

Mettendo da parte la politica interna, il principale sponsor del riarmo giapponese sono gli stessi Stati Uniti d’America. La partita in Estremo Oriente è troppo importante per la superpotenza a stelle e strisce, e una potente economia, come quella giapponese, potrebbe fare comodo. Gli Stati Uniti sono infatti pronti a dare gradualmente al Giappone sempre più autonomia per quanto riguarda la difesa del territorio, così da poter ricollocare le proprie risorse verso un più efficace containment della Cina. Una situazione di cooperazione militare che va a rafforzarsi anche in occasione delle tensioni in atto in questo periodo nel Mar Cinese meridionale. Il Giappone dovrà infatti assumere un ruolo di primo piano al fianco dell’alleato americano. Questo potrà avvenire però, soltanto grazie al potenziamento delle forze militari.

Negli ultimi dieci anni, infatti, il budget dedicato alla difesa è continuato a salire, all’interno di un piano di riarmo che lo stesso Abe ha definito di “pacifismo attivo”. Tutto ciò, ovviamente, desta le preoccupazioni della Cina che, memore del sanguinoso passato che accomuna i due Paesi, accusa il Giappone di volersi dotare di un esercito non più votato alla sola auto-difesa. Sebbene lo stesso Abe ha indicato come necessario il dialogo con la Cina, i rapporti rimango tesi. La contesa territoriale sulle isole Senkaku/Diaoyu è ad esempio uno dei maggiori punti di frizione.Japan-Vietnam-Improve-Security-Cooperation

Fatte queste considerazioni, la questione che riguarda l’articolo 9 della costituzione giapponese sembra essere più incerta che mai. Le esigenze geostrategiche americane potrebbero far accelerare il processo di conversione delle competenze tattiche giapponesi che, sebbene siano sempre state prettamente difensive, ora potrebbero includere elementi di offesa. Le tensioni con Cina, Corea del Nord e Russia, che con quest’ultima ha all’attivo una contesa territoriale sulle isole Curili, sembrano portare l’ago della bilancia verso il riarmo. Unico ostacolo sembrerebbe l’opinione pubblica, che potrebbe opporsi vigorosamente. Il problema è che, se la stessa opinione pubblica si lasciasse impaurire dal dragone cinese, potrebbe causare un ammorbidimento delle proprie posizioni sulla questione.

Daniele Speciale

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