WUNDERKAMMER – A Nice Cuppa Tea

Quelli che mi conoscono sanno del mio ottimo rapporto con il tè, dove per “rapporto con” intendo “dipendenza da” e per “ottimo” intendo “problematica”. Ci sono giorni in cui bevo più tè di quanto sia disposto ad ammettere, soprattutto di fronte a figure come medici o dentisti. Come sempre in questi casi, mi consola (e diverte) pensare che c’è chi è messo molto peggio di me: ad esempio gli inglesi. Non sto parlando degli inglesi di oggi, anche se, nonostante il consumo di tè sia in declino nella perfida Albione, sanno ancora farsi valere. Parlo piuttosto di quelli di due secoli fa, che per soddisfare la loro sete di tè sconvolsero le abitudini alimentari, e non solo, di due paesi interi.

Andiamo con ordine. Siamo nel 1657 e l’Inghilterra ha assaggiato per la prima volta il tè, giunto in Europa attraverso l’onnipresente Compagnia delle Indie Orientali. Nonostante appassionati di caffè e detrattori generici cerchino di associarlo al tabacco come rischio per la salute, la sua ascesa è inesorabile e nel giro di qualche anno conquista le classi privilegiate dell’intero paese. La domanda è tale che i prezzi delle preziose foglie schizzano alle stelle, considerato anche il viaggio che le navi mercantili devono compiere dalla lontana Cina. Gli inglesi infatti non bevono ancora tè indiani o miscele come l’English Breakfast, ma tè neri cinesi e soprattutto l’eccezionale Da Hong Pao, un tè wulong di altissima qualità che, secondo la leggenda, curò la madre di un imperatore Ming da un male mortale. Il suo prestigio è tale che ancora oggi tre dei cespugli originali della leggenda sono preservati e venerati dai coltivatori delle montagne Wuyi, dove questo tè cresce.

DaHongPaoOh, infinita maest- volevo dire, il cespuglio madre di Da Hong Pao.

Il Da Hong Pao si vendeva (e si vende ancora) a carissimo prezzo in Cina, essendo concentrato in una zona molto ristretta della catena montuosa. Come se non bastasse, i cinesi richiedono il pagamento in argento e non in oro come avviene invece in Europa, la cui conversione porta a notevoli perdite economiche per gli inglesi. Verso il 1750 più dei due terzi dell’argento a disposizione della Compagnia delle Indie sono destinati all’acquisto di tè.

Si potrebbe rischiare la catastrofe economica, non fosse per un’altra preziosa sostanza, proveniente questa volta dal Medio Oriente: l’oppio. Già conosciuta in Cina grazie all’azione di intraprendenti mercanti olandesi, questa simpatica sostanza ha spinto l’Impero di Mezzo a iniziare la coltivazione del tabacco necessario per consumarlo, ma la sua importazione è stata virtualmente bandita dalle autorità. La Compagnia delle Indie, che detiene il monopolio dell’oppio prodotto in India, mette in piedi un elaborato sistema di commerci per evitare la bancarotta e garantirsi il prezioso tè. Non potendo vendere direttamente l’oppio, si affida a “compagnie locali” mettendolo all’asta al mercato di Calcutta, con la condizione che venga smerciato in Cina e al prezzo di lingotti d’argento. Inutile dire che tale operazione serve solo a liberarsi di eventuali responsabilità giuridiche e che le compagnie locali sono semplici intermediari britannici o persiani. Ancorate su isole al largo di Canton, unico porto aperto al commercio con l’Occidente, le navi mercantili vendono l’oppio a contrabbandieri cinesi che si occupano poi di smerciarlo sul continente. Il ricavato viene utilizzato dai mercanti ufficiali della Compagnia per acquistare il tè, in pratica pagando i cinesi con il loro stesso argento. Per il 1825 tutti i carichi di tè destinati all’Impero Britannico vengono acquistati grazie al commercio dell’oppio, che si rivela un flagello per la Cina: ne fa uso quasi il 90% della popolazione adulta, con effetti disastrosi sulla salute pubblica e sull’economia. Solo nel 1839 l’imperatore Daoguang, la cui forza di volontà è eguagliata solo dalla sua tempestività, decide di porre fine al commercio e incarica i suoi generali di confiscare tutto l’oppio in circolazione e bloccare il transito alle navi inglesi. Il risultato è non una ma due Guerre dell’Oppio, al termine delle quali la Cina si ritrova piagata da un’economia sempre più allo sfascio e dai primi dei cosiddetti Trattati Ineguali, che concedono alla Gran Bretagna (e in seguito alle altre potenze occidentali presenti nella zona) un enorme numero di diritti sul territorio cinese, tra cui l’imposizione di dazi e di concessioni europee all’interno delle città, l’apertura al commercio di altre città portuali e debiti che il paese si sarebbe portato dietro fino alla Seconda Guerra Mondiale. La percentuale di fumatori d’oppio rimane, ovviamente, altissima.

Da-Hong-Pao-Leaves
Ne è valsa la pena.

Già prima delle carinerie delle Guerre dell’Oppio, la Compagnia delle Indie si rende conto che il monopolio cinese del tè continua a rimanere un problema. I pochi tentativi di introdurre la pianta in patria sono stati subito stroncati dall’impietoso clima dell’isola e l’unico altro produttore di tè, il Giappone, rimane impermeabile alle infiltrazioni occidentali, oltre che pressoché ignorato dalla cartografia britannica. La soluzione, ancora una volta, viene dall’India. Prima degli inglesi, infatti, il consumo di tè nel subcontinente è pressoché assente: benché il paese ospiti l’unica altra varietà della pianta, la Camelia Assamica, oltre a quella cinese (Camelia Sinensis, da cui viene ricavata la totalità dei tè cinesi, giapponesi e coreani), il suo consumo è limitato ad alcuni gruppi locali dello stato di Assam come medicinale. È proprio questo infuso che viene presentato al coltivatore Robert Bruce dal nobile Maniram Dewan e che lo convince, per il suo gusto in qualche modo simile all’agognato Da Hong Pao, che la coltivazione del tè sia possibile anche in India. Negli anni Venti dell’Ottocento la Compagnia delle Indie introduce semi e foglie di tè cinese nel paese e offre appezzamenti di terreno in Assam a qualunque europeo disposto ad avviarne la coltivazione.

Durante il corso del XIX secolo, mentre in Cina la sete di tè dell’Impero Britannico devasta il Paese con guerre e dipendenza da oppio, in India modifica radicalmente le abitudini delle persone: la coltivazione si estende agli stati di Darjeeling, Nilgiri e perfino nello Sri Lanka, coinvolgendo sempre più la popolazione locale non solo nella raccolta ma anche nella direzione. Lo stesso Maniram diventa il primo coltivatore indiano e il principale diffusore della varietà Assamica nel Paese, almeno fino a quando non prende parte a un’insurrezione contro il governo inglese e viene prontamente impiccato. Con l’aumento esponenziale dell’offerta, il tè diventa accessibile alle masse non solo in Inghilterra, ma anche in India, soppiantando il latte e il caffè come bevanda quotidiana. Sembra tra l’altro che proprio in quest’ultimo caso sia nato il famoso masala chai, tè nero preparato con latte e un mix di spezie: fino ai primi anni del XX secolo il consumo di tè fra gli indiani rimane piuttosto scarso, soprattutto nel sud del paese dove si continua a preferire un caffè piuttosto forte con aggiunta di spezie.

È a questo punto che la Indian Tea Association, che a dispetto del nome è una compagnia britannica, decide di promuoverlo tra la popolazione semplicemente sostituendo il caffè e lasciando invariate le spezie. A quanto pare, nel marketing, ragionare per stereotipi funziona piuttosto bene. Che questa operazione abbia avuto successo lo testimoniano le migliaia di chioschi e carretti di chai che oggi affollano le strade di ogni città indiana.

Adesso, se volete scusarmi, il tremolìo alle mani mi ricorda che è ora di mettere su il bollitore.

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