I MARINES NEL CINEMA. Ovvero: come propagandare un corpo militare e vincere la battaglia mediatica

Il Corpo dei Marines non è la forza armata più potente tra i ranghi dell’esercito degli Stati Uniti. Né la meglio equipaggiata o addestrata. Anche a livello internazionale, forze paragonabili a quella dei marines sono almeno un passo avanti a questi ultimi. Ma sicuramente gli United State Marine Corps detengono un record unico: sono la parte più mediatica dell’esercito americano.

Grazie alla loro grande presenza nel cinema, che li dipinge come eroi e difensori della patria, i marines raccolgono sempre nuove reclute dalle fonti più disparate: molti giovani si arruolano per spirito d’avventura o per necessità economica, e spesso nelle carceri americane vengono concesse amnistie ai detenuti che accettano di fare un periodo di leva. In questo senso la leva costituisce un ottimo collante sociale tra persone di provenienza diversa che si sarebbero reciprocamente ignorate, se non detestate, in patria. Ma prima di ogni motivazione viene la volontà di emulazione: rivivere sulla propria pelle le storie di eroismo e abnegazione che il cinema e la televisione associano da decenni alla figura del marine.

Non è un caso se i soldati appartenenti a questi reparti d’assalto sono soprannominati devil dogs: da sempre si distinguono come teste calde pesantemente armate, la cui forza consiste nella grande capacità e velocità di schieramento su teatri di guerra lontani dalla madrepatria.

Analizzando le diverse situazioni di conflitto in cui sono stati coinvolti gli Stati Uniti, dalla Guerra Fredda ad oggi, si capisce facilmente perché la figura del marine doveva essere messa al centro dell’attenzione mediatica e dell’immaginario collettivo. Corea, Cuba, Vietnam, Libano, Grenada, Panama, Golfo Persico, Somalia, Bosnia, Afganistan, Iraq, Libia… solo per citare le più famose campagne o singole missioni. Gli USA avevano bisogno di sempre più truppe d’assalto da caricare sulle navi e fare sbarcare velocemente per imporre la propria supremazia.

È così che Washington proietta efficacemente il proprio potere nel mondo. Prima di tutto viene il business, trascinato dalla potenza del dollaro, ma quando bisogna sporcarsi le mani, in prima linea ci sono i marines. I reparti d’assalto la cui missione è (quasi) sempre la stessa: sbarcare e riportare l’ordine (quello più in linea con la volontà di Washington). Lo stesso vale per l’aeronautica: il secondo gruppo più rappresentato nell’intrattenimento di massa (anche in molti classici del genere) è proprio quello dei piloti di caccia. Anche loro secondo diverse declinazioni: in servizio, ex-piloti tornati alla vita civile, ex-piloti alcolizzati che diventano eroi e chi più ne ha più ne metta.

Da appassionato del genere posso affermare che un corpo fondamentale come la fanteria è molto spesso sottovalutato e ha un ruolo centrale soltanto nei film sulla II Guerra Mondiale, mentre solo con Fury e in pochissimi altri titoli i carristi entrano a far parte dell’Olimpo hollywoodiano.

Negli anni dell’interventismo e dell’ordine mondiale unipolare a guida USA, il marine è sempre la colonna portante della cinematografia di guerra, con circa un centinaio di film all’attivo e un numero imprecisato di serie televisive in cui è protagonista (in servizio o in qualità di ex-combattente), viene citato o partecipa a vario titolo.

Dopo l’11/09 cambia la strategia statunitense e cambia la guerra, insieme alla sua percezione: operazioni coperte, sporche, piccoli gruppi formati da combattenti d’elite. Arrivano pellicole i cui protagonisti sono i reparti speciali, coi Navy Seals in testa. I nuovi eroi: super-preparati, freddi, tecnici, praticamente invincibili perché “disumanizzati”. Ma non offuscheranno mai la fama dei marine: loro sono i veri eroi americani immortalati dal cinema, perché è di loro che ha più bisogno l’esercito. Contemporaneamente vengono portati sotto il riflettore elementi prima quasi assenti, durante questi trent’anni di boom dell’egemonia americana: la parte debole e complessa, rappresentata da reduci, anti-eroi, vittime di sindrome post-traumatica.

La progressiva militarizzazione del Giappone, l’apertura delle vie artiche, l’ascesa vertiginosa delle Tigri Asiatiche e la forza incontenibile della marina cinese, sono elementi nuovi che tengono sull’attenti gli USA, che inviano sempre più spesso le proprie navi a pattugliare i mari asiatici. La potenza navale è indispensabile anche per assicurare la propria egemonia nel Medio Oriente, sulle rotte del petrolio e del commercio mondiale, dal Canale di Panama a Singapore. Gli USA sono allo stesso tempo una potenza continentale e una potenza marittima, a causa del ruolo (auto-conferitosi) di “poliziotti del mondo”. E poliziotti internazionali sono proprio i marines, America’s 911 force, anche se talvolta il loro utilizzo non rappresenta esercizio legittimo della violenza.

Sempre più spesso, alla figura schietta e talvolta un po’ sempliciotta del marine, viene contrapposta l’astuzia dell’agente segreto e del politico/voltafaccia/spia/traditore: si tratta dei grandi nemici interni dell’onesto americano medio, che lo manovrano o cospirano contro di lui, mentre rischia la vita sul campo di battaglia. Anche questa è strategia mediatica: il marine rimane un eroe assolutamente buono, incorruttibile, che non si immischia con voltafaccia e burocrati, e resta il difensore per eccellenza dei campi di grano del Midwest da cui (quasi sempre) proviene.

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