WUNDERKAMMER – Due parole sulla katana

In un precedente articolo accennavo alla propensione occidentale di ammantare qualsiasi cosa venga dall’oriente di un’aura leggendaria. Del resto non è una novità: dal momento in cui ha stabilito un primo contatto l’Occidente è sempre stato affascinato dalle usanze di popoli lontani, al punto da copiare a più riprese diversi aspetti di queste culture (per contro anche l’Oriente ha avuto le sue cotte per noi, con risultati spesso altrettanto buffi).

Nel XX e XXI secolo il grande protagonista delle nostre infatuazioni, assieme all’India, è il Giappone. Dal già citato sushi alle arti marziali, passando per lo zen, il reiki e i samurai. In La Svastica sul Sole (pubblicato anche come L’Uomo nell’Alto Castello) Philip K. Dick immagina un mondo in cui l’Asse ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e gli Stati Uniti sono diventati un protettorato del Giappone. Uno dei personaggi, un venditore di antichità, rarità e altre carabattole, è a tal punto soggiogato dall’idea della superiorità orientale da mettere in imbarazzo gli stessi giapponesi. C’è questa scena sublime in cui, invitato a cena da due suoi clienti, non riesce a non blaterare di superiorità e magnificenza arrivando a dichiarare che gli americani si sono meritati la tirannia nipponica (e dovrebbero esserne riconoscenti).
Ora, Philip K. Dick non riusciva a parlare del nostro mondo se non attraverso iperboli, quindi forse quella scena è un tantino esagerata. Ma vi invito comunque a rifletterci su: quante persone conoscete che mangiano sushi per l’estetica, che si tatuano logogrammi che invece che al loro spirito indomito alludono alla socievolezza delle loro madri, che si fanno fotografare a gambe incrociate in cima a una montagna e dicono di praticare lo zen?
(Già che ci siamo: quando incontrate uno dei figuri appartenenti all’ultima categoria, chiedetegli di spiegarvi cosa sia lo zen. Se fa qualsiasi cosa che non sia rimanere in silenzio, si merita tutte le legnate che volevate rifilargli già da tempo.)
La cosa non si limita al Giappone, ovviamente. Chi più chi meno, abbiamo tutti subito il fascino del misterioso oriente almeno una volta. In certi casi questo fascino è stato in grado di colpire l’intero mondo occidentale e propagare miti che, col senno di poi, sono semplicemente ridicoli. E siccome in qualche modo sono riuscito a evitare di parlare di armi e storia militare per più di cinque articoli, ho scelto di sfatare tutti i miti possibili sulla katana. Aah, sento già la pressione sanguigna che migliora!

katana

La katana, dicevamo. Arma principe dei samurai, orgoglio della metallurgia nipponica, una lama che in mille anni di storia non ha praticamente subito modifiche, così tagliente da far impallidire le migliori creazioni occidentali. Per voi innamorati di quest’arma… mi dispiace ma non c’è una sola delle affermazioni soprastanti che sia anche solo remotamente autentica (tranne forse l’ultima, ma in senso tutt’altro che positivo).
Uh, da dove cominciamo? Arma prediletta dei samurai? Più che altro “l’arma che sguaini a malincuore quando hai finito tutte le frecce e il nemico è a due passi da te”. La katana era l’equivalente del pugnale nei giochi di sparatutto. I samurai (che, vale la pena ricordarlo, non erano guerrieri d’elite ma nobili piuttosto conservatori) erano sì armati di spada, ma anche di lancia e, soprattutto, di arco. L’arte marziale per eccellenza era il kyūjutsu, “l’arte del tiro con l’arco”, e il ruolo principale dei samurai sul campo di battaglia, almeno fino alla diffusione delle armi da fuoco, era quello di arcieri a cavallo.

La katana era l’ultima risorsa e non era raro che un samurai dichiarasse di saperla usare male, perché saper usare bene la spada voleva dire essere inetti con l’arco, una vergogna inimmaginabile per una classe il cui stile di vita era, alla lettera, kyūba no michi, “la via dell’arco e del cavallo”. Il mito del guerriero che va incontro a una nobile fine armato solo di spada si deve all’incompetenza di Nitobe Inazo, uno storico che nel 1905 (no, la data non è un errore) stava compilando un trattato sul codice guerriero dei samurai che lui stesso avrebbe poi chiamato bushido (mica pensavate che il bushido avesse origini antiche?). Il problema è che Inazo, che proprio sveglissimo non era, si basava non su manuali militari o filosofici ma su regole di comportamento idealizzate che gli stessi samurai avevano sviluppato in epoca decisamente tarda, all’incirca agli inizi del XVIII secolo, quando il ruolo dei samurai si riduce a quello di ufficiali e burocrati e quello della katana ad arma simbolica del loro retaggio nobiliare. Da un certo punto di vista, l’equivalente della visione romantica del cavaliere medievale.

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Niente duelli con la spada, quindi, e meno male, perché la katana, nonostante i vari Kill Bill, non è un’arma particolarmente affidabile. Restando in tema di film, Highlander ci insegna che la katana viene forgiata ripiegando svariate volte l’acciaio su se stesso, in modo da creare una lama incredibilmente tagliente. Sapete chi altri utilizzava questa tecnica? Celti, germani, etruschi e più o meno qualsiasi popolazione europea fino al IX secolo a.C. (nemmeno questa data è un errore). Questo perché ripiegare l’acciaio fino a formare diversi strati è estremamente utile quando si vuole rimuovere più carbonio possibile e rendere la lama meno fragile, in caso si posseggano pessime tecniche di estrazione o lavorazione del metallo, o semplicemente pessimo metallo.

Nel caso del Giappone, il 98% del materiale grezzo era il cosiddetto tamagahane, che suona figo ma si riferisce in realtà a un tipo di acciaio incredibilmente scadente, al punto che in Occidente lo assimilavamo allo stadio intermedio della fusione del metallo: anche se non sapete nulla di metallurgia, i termini “ferro dolce”, “ferraccio” e “pig iron” probabilmente non vi sembrano molto lusinghieri. Non avendo altro a disposizione i fabbri giapponesi erano per necessità costretti a ripiegare l’acciaio, in genere non più di otto o nove volte perché eliminare del tutto il carbonio vuol dire creare una lama molle come pongo. Anche le migliori katane sono comunque strumenti delicati, motivo per cui i praticanti di Iaido (“arte dell’estrazione”) e Kendo (“arte della spada) hanno a disposizione interi manuali che spiegano come impugnare e maneggiare questa spada. Provate a tirare fendenti a caso, magari con una mano sola, e vi ritroverete con un moncherino di ferraccio dopo il primo colpo.

Ecco, appunto.

E se state pensando ai vari filmati in cui una katana taglia in due fasci di bambù, tranci di carne e manichini in gel, bè, cercate “sword cutting test” su Youtube e ne troverete altrettanti per spade europee e asiatiche di qualsiasi epoca. In fin dei conti, tagliare carne, ossa e tessuti è il compito principale di qualsiasi lama (e comunque no, nessuna spada, giapponese o meno, è in grado di tagliare armature a piastre o cotte di maglia di buona qualità).
Ma se la katana era tanto scomoda, perché nessuno ha mai pensato di migliorarla nel corso dei secoli? Le modifiche principali riguardano la lunghezza della lama, mai standardizzata fino al XX secolo, e il suo spessore (la katana rimane effettivamente piuttosto spessa per una spada). In Occidente i fabbri europei erano alla ricerca costante di modelli sempre più efficaci per le proprie armi, al punto che nel XIII secolo abbiamo quindici modelli diversi per la sola spada. Questo non rende forse la katana un’arma dalle qualità eccezionali rispetto alle spade europee?
Bè, no. Come già detto, la katana non vide mai molti combattimenti, e con l’inizio dell’Età Moderna (o Periodo Edo, nel caso del Giappone) divenne un’arma quasi esclusivamente cerimoniale, simbolo di una classe nobiliare come poteva esserlo lo stemma d’armi nel Vecchio Continente. La katana non ha mai subito modifiche radicali perché non c’è mai stata necessità di modifiche radicali. Al contrario, considerando il carattere estremamente conservatore dei samurai, cambiamenti di una certa importanza erano al massimo scoraggiati.

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