DOWNSHIFTING – Di ambientalismi facili e soluzioni scomode

Questo articolo esce in questi giorni dichiaratamente per sfruttare l’attenzione sul referendum sugli impianti di trivellazione nel Mar Adriatico. Del referendum in quanto tale dirò solo due parole iniziali, perché l’intenzione è di prenderlo come punto di partenza e perché gente più in gamba di me ha già detto tutto quel che c’era da dire. Ci tengo a sottolineare, tra l’altro, che si tratta di analisi e non indicazioni di voto, non ho amici o parenti all’Eni né mi torna qualcosa in tasca a fare il bastian cuntrari. Spero che chi leggerà non si concentrerà sui punti iniziali ma sulle considerazioni che questo dibattito mi ha portato a fare.

Due parole, dunque:

  • il referendum non impedirà la trivellazione dei nostri mari, né la costruzione di nuovi impianti. Una legge del 2006 vieta già tale costruzione entro 12 miglia dalla costa, mentre il referendum riguarda il rinnovo dei permessi per gli impianti presenti prima di tale legge. Cosa significa questo? Che basterà spostarsi di mezzo miglio e le trivellazioni proseguiranno in santa pace, sia da parte di Eni che delle imprese energetiche degli stati con cui condividiamo l’Adriatico (vedi in particolare Montenegro, Grecia e Croazia);
  • il referendum non scongiurerà il rischio di eventuali disastri ecologici. Primo, perché l’estrazione riguarda il gas metano, che per quanto non sia simpatico è di gran lunga meno inquinante del petrolio con cui Greenpeace sta farcendo i suoi manifesti. Secondo, perché l’immane traffico di petroliere nel Mediterraneo aumenterebbe ulteriormente in conseguenza di un maggiore bisogno di risorse.

Ci sarebbe un terzo punto, e cioè che la chiusura delle trivelle ci priverebbe di una fonte significativa di metano (da cui l’Italia attualmente dipende al 20%, di cui circa il 7% dai giacimenti dell’Adriatico) a cui Eni sopperirebbe cercandolo altrove. Ad esempio in Mozambico. Ad esempio dal giacimento di 2400 miliardi di metri cubi nel canale del Mozambico che due anni fa ha fatto bagnare l’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi. Le implicazioni etiche di tutto ciò le lascio da parte, anche perché spero siano abbastanza ovvie. Mi preme invece parlare dell’atmosfera generale.

Perché assieme a questo referendum è riemersa anche una sensazione di soddisfazione, orgoglio, quasi di superiorità.

“Io lo faccio per l’ambiente, per la natura.”

mother gaia

Ah, ecco perché.

Non è una sensazione nuova. Si era già presentata con il nucleare, gli inceneritori (pardon, termovalorizzatori) e compare praticamente ogni anno durante l’Earth Day, che è l’equivalente ambientalista dell’iscriversi in palestra a gennaio. Io lo faccio per l’ambiente. Mentre pronunciavamo queste parole Madre Natura si è pisciata sotto dalle risate, perché ci ha visto votare a un referendum inutile nel migliore dei casi e al tempo stesso cambiare cellulare (pardon, smartphone) ogni sei mesi. Bere da una bottiglia di plastica. Tenere i termosifoni a 25° e tutte le luci accese. Ci ha visto scartare merendine, fare 100 m in macchina, comprare riviste e libri tutti uguali.

Lo so, è un discorso che è già stato fatto. Ma evidentemente serve ripeterlo. Perché l’impressione che ricavo dal clima generale di questi giorni è che la gente pensa che la soluzione all’inquinamento (di ogni tipo) e al riscaldamento globale sia spingere verso fonti rinnovabili e fare a meno dei combustibili fossili. Ora, non c’è nulla di sbagliato in questo. Avremmo dovuto arrivarci sessant’anni fa, alle rinnovabili. Il punto però è che una percentuale enorme di quelli che fanno questo discorso lo fa per lo stesso motivo per cui voterà SÌ a prescindere al referendum: per potersene lavare le mani, per autoconvincersi di aver fatto la propria parte nella lotta e che se d’ora in avanti le cose peggioreranno sarà colpa degli altri, di quelli che non vogliono l’elettrico, delle multinazionali, dei governi, della massoneria, di Zio Paperone (che è massone pure lui). Lo ripeto, le energie rinnovabili sono una gran cosa e dovremmo assolutamente investire il più possibile in esse. Ma allo stato attuale potrebbero volerci ancora trent’anni, a voler essere ottimisti, prima di poterci sostentare completamente con le rinnovabili. Come in ogni cosa, la scelta è tra un periodo di transizione (come quello che stiamo vivendo adesso) in cui le rinnovabili affiancano i combustibili fossili, o il tracollo.

(Piccola nota informativa: attualmente in Europa pisciamo in testa a un sacco di stati su questo fronte. La Svezia usa meno combustibili fossili in assoluto perché ha 9 milioni di abitanti, un territorio che è il doppio dell’Italia e un sacco di allegre centrali nucleari)

E non è solo un discorso energetico. Siamo dipendenti dal petrolio e dai suoi derivati sotto così tanti aspetti che uno stop immediato non è nemmeno immaginabile, oltre che auspicabile. Esempio principe, tutte le materie plastiche. Volete esempi più specifici? Il computer con cui sto scrivendo, le lenti a contatto che ho addosso, la seduta e lo schienale della mia sedia, l’interruttore della luce, il cellulare, il flacone di deodorante, la bottiglia di liquido per piatti, la lavatrice, il manico dei coltelli, le puntine da disegno, più o meno metà delle confezioni di cibo, il rivestimento dei cavi elettrici, il contatore del gas.

Se l’inquinamento sta aumentando e l’ambiente peggiorando, nonostante l’uso delle rinnovabili, non è colpa di qualche cospirazione rettiliana: è colpa nostra. E per nostra intendo principalmente di tutti coloro che vivono tra la wash line, la linea della lavatrice, e la air line, la linea aerea, come l’ha definita Hans Rosling, cioè che non devono lavare i vestiti a mano (i primi) e che in più hanno accesso a tutti gli elettrodomestici che noi diamo per scontati e viaggiano frequentemente in aereo (i secondi). Siamo noi, questi due miliardi di persone, a consumare la maggior parte delle risorse del pianeta e di conseguenza a inquinare maggiormente. E in luce di questo, ma non solo, vi svelo qual è l’unico modo che attualmente abbiamo per salvare l’ambiente: consumare di meno.

hans rosling, wash line

Il New Oxford Dictionary definisce il movimento di downshifting come “scambio di una carriera economicamente soddisfacente ma evidentemente stressante, con uno stile di vita meno faticoso e meno retribuito ma più gratificante”. In senso più ampio si collega a quello di simple living, che invece abbraccia ogni aspetto della vita. In italiano, per meri problemi di traduzione, vengono resi entrambi con semplicità volontaria, che è forse un po’ impreciso ma rende l’idea. Entrambi fanno parte della corrente di pensiero della decrescita, della riduzione dei consumi, in primis, e della produzione economica in secundis. Lo scopo è scampare alla cosiddetta rat race, quella folle corsa nel girello del capitalismo che nel “nord del mondo” è la principale fonte di problemi. Ovviamente non si tratta di movimenti unitari e al loro interno ognuno agisce secondo le proprie convinzioni e possibilità: c’è chi si trasferisce nei boschi, chi smette di mangiar carne (di questo ne riparleremo, per adesso comincio a mettervi la pulce nell’orecchio), chi semplicemente sceglie con cura cosa comprare e in che quantità. Il bello (o meglio, il brutto) è proprio questo: che tutti quanti possiamo fare qualcosa per ridurre i consumi. In effetti, al posto di tutti questi termini in inglese molto fighi potrei usare una frase contenuta in un vecchio articolo dei Wu Ming sull’argomento: “usa il fazzoletto di cotone, porcozzìo!”

Monteverde

Suona faticoso? Complicato? La buona notizia è che è molto più semplice di quel che sembra: spegnere luci inutili, usare meno gli apparecchi elettronici e riciclare come Dio (o chi per esso) comanda sono cose alla portata di tutti. La cattiva è che non abbiamo scelta. Perché Madre Natura sta ridendo anche per un altro motivo e cioè che non è il pianeta a essere in pericolo, ma noi. Il pianeta sta benissimo, nel corso della sua esistenza ha superato cose ben peggiori di qualche sporadico essere umano. Quel che stiamo facendo in questo momento, dai cieli otturati dallo smog all’innalzamento del livello dei mari, è rendere il pianeta inabitabile per noi stessi. Una volta che saremo scomparsi nuova fauna e flora prenderanno il posto nostro (e il posto delle specie che ci siamo portate con noi nella tomba) e la vita andrà avanti. Ma prima di scomparire, complice il trittico delle delizie di sovrappopolamento, inquinamento e scarsità di risorse, passeremo attraverso decenni di carestie e pestilenze che al confronto la peste bubbonica sarà un giro di giostra. Non ce ne andremo in una vampata di gloria o schiacciati da un meteorite, ma attraverso una lunga agonia che ci saremo procurati da soli.

Pensate che non possa succedere a voi? Bene, alzi la mano chi è nato tra il 1980 e il 1995. Congratulazioni, compagni, grazie all’innalzamento dell’aspettativa di vita, saremo la prima generazione a raggiungere senza troppi sforzi i cent’anni. Il problema è come ci arriveremo.

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