WHAT WOULD YOU DO? La politica estera secondo i candidati alla presidenza USA

Il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il 45°, per la precisione, si troverà ad affrontare un compito arduo. Gli Stati Uniti, usciti da un ventennio di unipolarismo indiscusso, dovranno affrontare i profondi cambiamenti che stanno caratterizzando questa parte di secolo.

Dopo la grave crisi economica del 2008 e le due guerre in Afghanistan e in Iraq, gli americani sono sempre meno disposti a supportare una politica estera interventista e internazionalista. Inoltre, il cambiamento della classe dirigente, unita al fattore della polarizzazione della politica interna americana, ha reso gli accordi bipartisan sui temi di politica estera sempre più rari.

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Dalla fine della Seconda guerra mondiale, infatti, i policymakers americani, sia repubblicani che democratici, concordavano sul fatto di mantenere una politica estera fortemente internazionalista. Allora, gli obiettivi principali erano la diffusione dell’ordine occidentale liberale e il contenimento della minaccia sovietica.

Successivamente, con la fine della Guerra fredda, la politica estera americana è risultata secondo molti disorganizzata e incoerente. Sin dagli anni Novanta è in atto un dibattito volto a teorizzare una nuova strategia di politica estera per gli Stati Uniti che definisca gli obiettivi e gli interessi nazionali americani e da cui sono scaturite tre teorie principali: il restraint, anche definito neo-isolazionismo, l’engagement che invece vuole un ritorno della leadership americana sulla scena internazionale per rafforzare l’ordine liberale e le istituzioni internazionali e, infine, una terza, la teoria primatista, che invece è una riproposizione della politica estera aggressiva e unilaterale della presidenza di George W. Bush, la quale però non gode più di moltissimo seguito anche all’interno dello stesso Partito Repubblicano.

Diamo un’occhiata a quale linea potrebbe essere supportata da ogni candidato in politica estera, così da poter avere un’idea di come potrebbero agire gli Stati Uniti almeno nei prossimi quattro anni.

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HILLARY CLINTON – Attualmente è il candidato più probabile a succedere a Barack Obama, per il cui governo è stata Segretario di Stato dal 2009 al 2013. Con la Clinton alla Casa Bianca la politica estera americana non subirà quindi grossi cambiamenti e potrà perciò ottenere una continuità che le manca dall’inizio degli anni Novanta. La sua strategia di politica estera è molto simile a quella teorizzata dagli studiosi neo-liberali che sostengono la teoria dell’engagement. Come detto, quindi, potremmo aspettarci un’America che si appresterà a tornare protagonista, faro delle libertà civili e forte sostenitrice delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo. Per la Clinton, infatti, l’America sarà ancora la “nazione indispensabile” e la sua leadership dovrà essere ricostruita attraverso il rafforzamento delle istituzioni multilaterali, che è poi il fondamento stesso del successo dell’egemonia “benevola” di Washington.

Secondo la Clinton, se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi su posizioni più isolazioniste si creerebbe un pericoloso vuoto di potere e paesi come la Russia di Vladimir Putin potrebbero, come in realtà hanno già fatto con l’annessione della Crimea, tornare ad una politica di potenza aggressiva aggirando le norme internazionali e le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite.

In Europa, infatti, la Clinton vuole un rafforzamento della NATO che possa tenere a bada e fungere da counter-balancer rispetto alle mire russe. L’ex First Lady è perciò favorevole ad una linea dura nei confronti di Putin se esso continuerà a perseguire politiche aggressive e non rispetterà le norme internazionali. Le azioni che l’America attuerà sotto un’ipotetica presidenza Clinton, così come da lei stessa affermato, saranno quelle di un ritorno al contenimento della Russia e del tentativo di rendere meno dipendenti le nazioni europee dal petrolio e dal gas russo.

In Medio Oriente la Clinton è favorevole ad un ritiro delle truppe dall’Afghanistan, continuando tuttavia a fornire aiuto all’esercito di Kabul in funzione anti-talebana. Per quanto riguarda la lotta al terrorismo internazionale, infatti, per la Clinton è necessario che gli Stati cooperino in modo più stretto tra di loro.

Ma è soprattutto nell’area dell’Asia-Pacifico che si potrebbero concentrare gli sforzi della politica estera clintoniana, soprattutto in relazione con l’ascesa della potenza cinese. Per quanto riguarda la Cina infatti, la Clinton è favorevole ad inglobare Pechino all’interno delle istituzioni internazionali liberali. Così facendo la potenza cinese crescerebbe dentro l’ordine liberale e, una volta che la Cina supererà l’economia americana, essa non sarà tentata dal sovvertire l’ordine costituito evitando quindi uno scontro con Washington.

Una politica estera internazionalista come quella della Clinton, tuttavia, potrebbe però non trovare un grande consenso in gran parte dell’elettorato americano che, come detto, è oggi in maggioranza isolazionista.

BERNIE SANDERS – Il rivale di Hillary Clinton alle primarie del Partito Democratico è, per sua stessa ammissione, più interessato alla politica interna del Paese. Rispetto all’ex Segretario di Stato, Sanders non è favorevole all’interventismo, ma anzi, ha affermato che gli interventi militari devono essere molto limitati ed è favorevole inoltre a rivedere il budget per la difesa.

Per il candidato democratico gli Stati Uniti non devono essere coinvolti negli affari interni degli altri Paesi, anche se si trattasse di regimi non democratici: insomma, Washington non deve assumere il ruolo di “poliziotto del mondo” e deve dialogare con tutti, linea che è condivisa anche da Donald Trump. Sanders è infatti favorevole ad un ritiro completo dallo scenario mediorientale così da non attirare le antipatie dell’estremismo islamico e come la Clinton afferma inoltre che per combattere il terrorismo serve una cooperazione più stretta in ambito internazionale.

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Per Sanders tuttavia, anche se la politica estera americana non deve essere interventista, deve però essere internazionalista: gli Stati Uniti dovranno espandere la propria influenza attraverso il commercio equo, le questioni del cambiamento climatico, la difesa delle norme internazionali e la promozione dei diritti umani.

Per quanto riguarda l’Europa, Sanders è favorevole alla NATO ma non ad un suo ulteriore allargamento che potrebbe dare fastidio alla Russia. Inoltre, afferma che gli Stati europei dovrebbero partecipare maggiormente ai costi dell’alleanza. Le sue posizioni sono favorevoli ad alcuni elementi della teoria del restraint, soprattutto per quanto riguarda il taglio del budget e delle forze armate. Tuttavia Sanders confida in un’America che incentivi la cooperazione internazionale anche se difficilmente disposta ad assumersi i costi della sua leadership. Questo obiettivo sarebbe però molto arduo da portare a termine perché, senza la guida degli Stati Uniti, l’ordine liberale – creato da Washington alla fine della Seconda guerra mondiale – e le norme che lo hanno contraddistinto fino ad oggi potrebbero essere via via sempre più delegittimato.

DONALD TRUMP – Il discusso tycoon americano è risultato il vero outsider di questa corsa alla Casa Bianca. Rappresenta la parte di elettorato rimasta delusa dall’attuale condotta del resto del Partito Repubblicano il quale, a sua volta, non vede di buon occhio il magnate di New York. Tuttavia, a quasi mezzo anno dalle elezioni presidenziali, le vittorie di Trump alle primarie lo pongono come il rivale numero uno della Clinton.

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Il programma di politica estera di Trump è, tra tutti i candidati, quello che più si avvicina alla teoria neo-isolazionista del restraint. Innanzitutto, Trump non è un fan della NATO, poiché pensa rappresenti un costo troppo alto e ingiusto per l’America. La politica estera di Trump prevede infatti un minor peso degli Stati Uniti in Europa. Nel caso della crisi in Ucraina, il magnate americano afferma che debbano essere i Paesi europei a occuparsi della questione e che Washington non deve intromettersi in affari che non le riguardano. Trump vede anche nella Russia un importante partner con cui fare affari (più per gli USA o più a titolo personale?) ed è stato favorevole all’intervento militare russo in Siria.

Sulla questione della lotta all’ISIS, sebbene abbia affermato che servirebbe un’invasione in grande scala della Siria per schiacciare il sedicente Stato Islamico, ha in seguito ritrattato la sua dichiarazione dopo che molti americani hanno dimostrato insofferenza verso un ulteriore intervento in Medio Oriente.

Il grande nemico di Trump è però la Cina. Secondo il candidato repubblicano Pechino sta uccidendo le compagnie americane ed è la causa della disoccupazione crescente negli Stati Uniti. È inoltre favorevole all’introduzione di maggiori dazi doganali sui prodotti importati dalla Cina. La politica estera di Trump, in linea con la teoria del restraint, prevede quindi il ritiro delle truppe americane dall’Asia e incentivare il Giappone e la Corea del Sud a difendersi da soli, anche sviluppando un proprio arsenale nucleare.

In conclusione, un’America a guida Trump sarebbe prettamente isolazionista e porterebbe più facilmente ad uno scontro con Pechino. Questa mossa potrebbe però non essere molto favorevole agli stessi Stati Uniti: la Cina supererà e raddoppierà l’economia americana e gli Stati Uniti non hanno mai avuto a che fare con un nemico di tale proporzione. Basti pensare che l’Unione Sovietica, il grande rivale della storia americana, rappresentava a mala pena la metà del PIL interno americano.

Con un’America isolazionista, inoltre, si potrebbe riproporre uno scenario simile a quello occorso durante gli anni Trenta del Novecento. Senza la guida americana, l’ordine liberale potrebbe crollare e con esso l’intera impalcatura di norme che consente agli Stati di gestire le proprie controversie pacificamente (già incrinato). Il sistema internazionale potrebbe quindi piombare nuovamente in una situazione di anarchia (che è la condizione naturale del sistema internazionale) in cui la politica di potenza potrebbe tornare ad essere il metro su cui si basano le gerarchie tra gli Stati.

TED CRUZ – Infine, anche se non è dato come favorito, il candidato preferito dall’élite repubblicana è un primatista convinto. Se Cruz diventasse Presidente degli Stati Uniti, si ripresenterebbe la stessa condotta di politica estera dell’amministrazione Bush. Il programma di Cruz prevede infatti un’America leader del mondo libero occidentale che non deve essere ostacolata dalle istituzioni internazionali per portare a termine gli obiettivi e gli interessi nazionali americani.

Secondo i primatisti neo-conservatori, Washington deve tornare a esercitare la propria potenza nel mondo per contrastare chi, come Putin, decide di intraprendere azioni aggressive contro gli interessi occidentali. Cruz è infatti favorevole al rafforzamento della NATO in funzione anti-russa e a riposizionare lo scudo missilistico in Europa dell’Est. Allo stesso modo è favorevole al rafforzamento delle alleanze con gli alleati asiatici e al containment della Cina.

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In ogni caso, chiunque sia il vincitore delle elezioni presidenziali americane, dovrà però fare i conti con un’opinione pubblica tendenzialmente isolazionista. I politici americani potrebbero perciò tenere in considerazione l’umore dell’elettorato al momento di prendere decisioni di politica estera, con tutte le conseguenze del caso. Il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà perciò riuscire nel compito di soddisfare l’opinione pubblica e al tempo stesso mantenere una posizione primaria all’interno di un sistema internazionale che si avvia verso il multipolarismo.

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