OPPOZICIJA – Cosa succede in piazza

Ritorniamo con la rubrica Oppozicija su un tema che potrebbe diventare presto cruciale nella vita sociale russa: quello delle proteste e delle manifestazioni di piazza.

Trovate qui la presentazione della rubrica e la prima puntata.

È del 5 aprile la notizia che il Ministero dell’Interno russo ha annunciato la creazione di una Guardia Nazionale, un nuovo organo di potere esecutivo che riunirà sia le forze d’élite della polizia che i reparti di sicurezza assegnati a calamità e terrorismo interno. L’obiettivo, secondo le parole del futuro comandante in capo Viktor Zolotov, è quello di “combattere il terrorismo e il crimine organizzato”. Diversi commentatori hanno già evidenziato almeno due caratteristiche interessanti di questo nuovo organo: primo, mentre in precedenza le forze di sicurezza rispondevano al Ministero dell’Interno, ora faranno capo direttamente al presidente della Repubblica, vale a dire Vladimir Putin; secondo, grazie a uno di quegli ingarbugliamenti legali di cui la Costituzione russa abbonda, nella lotta al terrorismo confluiranno anche la “repressione di manifestazioni non autorizzate” e “lo sviluppo e l’attuazione delle politiche statali”, due definizioni così ampie da essere, nel migliore dei casi, estremamente ambigue. In questo articolo vedremo di occuparci proprio di queste manifestazioni.

strategija-31

Cominciamo col dire che tutte le manifestazioni e le proteste civili in Russia qui in Occidente sono quasi sempre state ignorate o sottovalutate. Le uniche a ricevere una copertura mediatica decente sono state quelle avvenute tra l’inverno del 2011 e la primavera del 2012, scatenate dai brogli delle elezioni legislative e poi sfociate in una più ampia richiesta di lotta alla corruzione. In realtà, almeno in Italia, di queste proteste ci si è occupati molto poco, fingendo che si fossero concluse con la rielezione di Putin e ignorando ad esempio tutto il casino di piazza Bolotnaja, di cui abbiamo già parlato nell’articolo su Naval’nyj e che continua ad avere peso ancora oggi. In generale, ci si è fatti l’idea che in Russia le persone sono o contente del proprio governo, la maggior parte, o troppo disimpegnate per fare qualcosa.

Ora, la Russia è un paese che, per motivi storici e culturali, ha sempre avuto una scarsa partecipazione politica. L’apatia che molti dicono di trovare in Italia è nulla in confronto al non-clima che si respira oltre la Cortina di Ferro (che per quel che mi riguarda non è mai realmente caduta, si è solo spostata un po’ più in là). Con una popolazione enorme distribuita in modo ben poco equilibrato, con più del 60% residente in villaggi o città al di sotto dei 40000 abitanti, i mezzi d’informazione tradizionali (televisione soprattutto, ma anche giornali e radio) rappresentano l’unica fonte di notizie per quasi l’80% delle persone. Considerando la situazione non proprio rosea della libertà di stampa in Russia, vi lascio immaginare come questo possa incidere sull’opinione pubblica. Detto questo, la Federazione Russa non è (ancora) la Corea del Nord e manifestazioni della volontà popolare accadono più spesso di quel che si immagini. Mi sembra quindi giusto fornirvene una panoramica storica, tralasciando, per brevità, quel periodo folle che sono stati gli anni Novanta.

Le prime proteste degne di questo nome sono le cosiddette Marce dei Dissidenti (Marš Nesoglasnych), svoltesi tra il 2006 e il 2007 principalmente a Mosca e San Pietroburgo, ma anche in città minori come Nižnyj Novgorod e Samara. Obiettivo delle proteste erano il malgoverno del presidente Putin e le accuse di corruzione rivolte a lui e a figure a lui vicine, come l’allora sindaco di Mosca Jurij Lužkov e il governatore di San Pietroburgo Valentina Matvienko. Le marce vennero organizzate da Un’Altra Russia (Drugaja Rossija), una coalizione piuttosto eterogenea che riuniva gruppi e partiti dell’opposizione senza distinzione. A scendere in piazza durante le Marce dei Dissidenti furono, tra gli altri, il Fronte Civile Unito dell’ex-scacchista Garri Kasparov, diversi partiti di estrema sinistra come l’Avanguardia della Gioventù Rossa di Sergej Udal’cov, esponenti dell’organizzazione per i diritti umani Moscow Helsinki Group e il discutibile Partito Nazionalbolscevico, guidato dall’altrettanto discutibile Eduard Limonov.

Le Marce sono interessanti perché furono la prima vera espressione di volontà popolare e le più grandi manifestazioni civili dal crollo dell’Unione Sovietica: nel caso del corteo del 3 marzo 2007 a San Pietroburgo, le stime più caute vanno da un minimo di 3000 persone a un massimo di 10000, anche se fonti interne alla polizia dichiararono con convinzione non più di 800 manifestanti. Al di là delle cifre ufficiali, un buon indicatore della portata di queste manifestazioni ci viene dal numero di forze dell’ordine presenti a ognuna. Per legge, infatti, gli organizzatori di un corteo sono tenuti solamente a informare del luogo e dell’orario le autorità competenti, che non possono però vietarlo se non in caso di atti di violenza. Ovviamente niente di tutto ciò è stato tenuto in conto durante le Marce dei Dissidenti, dove spesso e volentieri il numero di membri della polizia e dei reparti OMON (unità antiterrorismo, in realtà utilizzate principalmente come reparti antisommossa) superava quello dei manifestanti.

Le marce del 2007 in particolare sono state vittima di un duplice e apparentemente contraddittorio attacco: se in piazza le forze dell’ordine si sono scontrate in modo massiccio con i manifestanti, arrivando, nel caso del 14 aprile a Mosca, a bloccare le entrate del metrò una volta terminata la protesta, i mass media hanno invece minimizzato o ridicolizzato gli eventi, descrivendo i cortei come insignificanti raduni di estremisti senza alcun peso politico o sociale. Questo è probabilmente il motivo per cui qui da noi non si è sentito minimamente parlare di questi scontri, che pure rappresentano il primo vero segno di dissenso pubblico nei confronti del governo in generale e di Vladimir Putin in particolare. Del resto anche adesso pochissimi sanno cosa sia Strategija-31.

Stat'ja 31

Strategija-31 è la successiva incarnazione delle Marce dei Dissidenti. Fondata in un primo momento dalla coalizione Drugaja Rossija e poi sostenuta da diverse organizzazioni per i diritti umani, consiste in una serie regolare di manifestazioni che si tengono il 31 di ogni mese con 31 giorni, principalmente su Triumfal’naja Ploščad’ a Mosca e a Gostinyj Dvor a Pietroburgo. Il nome, così come le date degli eventi, sono un diretto riferimento all’articolo della Costituzione sopracitato. Cominciati in forma modesta il 31 luglio 2009, i raduni di Strategija-31 hanno attirato sempre più persone e l’attenzione dei media internazionali, grazie anche alla partecipazione di Ljudmila Alekseeva, ex dissidente sovietica e fondatrice del Moscow Helsinki Group. L’aspetto ironico di queste manifestazioni, che oltre a denunciare gli abusi del governo hanno sempre sostenuto il diritto d’assemblea, è che sono state continuamente vietate dalle autorità col pretesto di interferire con altri eventi sempre programmati in quelle precise date e in quelle precise piazze: da un corteo del movimento pro-Cremlino Rossija Molodaja (Giovane Russia) a un raduno automobilistico fino a un’inspiegabile festività del “Divertimento Invernale”. Inutile dire che in tutte queste occasioni i manifestanti di Strategija-31 si sono scontrati con i simpatici reparti OMON e sono stati successivamente arrestati (Ljudmila inclusa). Dal canto suo, l’attivista ha dichiarato che, alla giovane età di 85 anni, ha visto ben altre cose per lasciarsi impensierire dalla polizia di Mosca.

ljudmila alekseeva
Ljudmila Alekseeva nel dicembre 2009. La scritta recita: “governo, rispetta la costituzione”.

Negli anni Strategija-31 ha ottenuto sempre più risonanza mediatica. Oltre a coinvolgere numerose città russe, dal luglio 2010 diverse manifestazioni si tengono anche nelle principali città europee, incluse Berlino, Bruxelles, Helsinki e Praga.

Inverno 2011-2012. Delle proteste per le elezioni presidenziali, così come del successivo affare di piazza Bolotnaja, abbiamo già parlato, ma meritano di essere brevemente ricordati. Primo, per la portata degli eventi: sia a dicembre 2011 che nel maggio 2012 il numero di partecipanti è impressionante, così come quello delle persone sottoposte a processo nei mesi che seguono. Impressionante è anche l’attenzione che la comunità internazionale riserva al caso. Certo, come dice Bob Dylan, “i tempi stanno cambiando” e dalle prime proteste del 2006 abbiamo visto l’assassinio di Anna Politkovskaja, una rapida quanto folle guerra in Georgia e un nuovo bagno di sangue in Cecenia. L’Occidente deve essersi pienamente reso conto che le velleità imperialistiche sovietiche non erano implose nel 1991 e che forse era il caso di dare di nuovo uno sguardo a est. Ma le proteste di quell’anno sono importanti perché segnano un punto di rottura con il passato. Dai palesi brogli elettorali al processo-farsa del Caso Bolotnaja, un’ondata di oltraggio si propaga in Russia scuotendo nel profondo i suoi abitanti. Questo non significa ovviamente che da quel momento il popolo russo si sia sollevato in massa, ma la società del dopo Bolotnaja è un animale ben diverso da quella degli anni Duemila. Crescono, nonostante i processi, le simpatie verso Naval’nyj, crescono le adesioni a gruppi per i diritti umani come Memorial e il Moscow Helsinki Group, così come quelle alle manifestazioni di Strategija-31. Cresce l’uso di internet come mezzo d’informazione e per esprimere il proprio dissenso e le testate online spuntano come funghi. Nel 2014, con lo scoppio della rivoluzione ucraina, vengono organizzate le Marši Mira (Marce della Pace), in cui oltre 15000 persone protestano contro l’intervento russo nel conflitto. Una situazione che non si era verificata con i precedenti conflitti in Cecenia e Georgia, sebbene le motivazioni addotte dal governo (lotta al terrorismo e a regimi dittatoriali) fossero le stesse. Forse ancora più indicativa è la reazione del Cremlino: oltre ai classici interventi della polizia per disperdere i cortei, vengono impiegate anche contro-manifestazioni, in linea teorica spontanee, ma chiaramente promosse dal governo. La nascita delle cosiddette fabbriche di troll, a cui abbiamo già accennato e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, mostra meglio di ogni altra cosa come il governo sia dovuto ricorrere a un’attiva campagna di propaganda come non se ne vedevano dai bei tempi dell’URSS.

Perché è vero che il muro è ancora in piedi, ma cominciano a formarsi un bel po’ di crepe.

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