WUNDERKAMMER – Di Medioevo, geografia e meraviglia

“Ve lo assicuro, sire! La Terra è rotonda come la mia testa!”, dice Cristoforo Colombo a re Ferdinando D’Aragona in un episodio dei Looney Tunes.

“È piatta come la tua testa!”, replica il sovrano asfaltando la testa di Colombo con un pugno.

La storia la conosciamo. Colombo scoprì che a occidente non vi era nessun abisso in cui cadere, mostrando a tutta l’Europa che l’idea della terra piatta a cui tutti avevano creduto per gli ultimi mille anni era un’emerita stupidaggine. Peccato che sia questa storia a essere una stupidaggine.

Tanto per cominciare, la discussione tra Colombo e i dotti di Salamanca non verteva sulla forma della Terra ma sulla sua grandezza. Entrambe le parti sapevano che la Terra era sferica e proprio sulla sua sfericità si erano basati i calcoli del navigatore e degli studiosi per capire se un viaggio oceanico fosse fattibile con i mezzi dell’epoca. Va detto, tra l’altro, che i calcoli degli spagnoli erano assai più precisi di quelli di Colombo, che riteneva l’Oceano Atlantico poco più di una pozzanghera, e solo la presenza di un inatteso continente nel mezzo aveva salvato lui e i suoi uomini da un’orrenda quanto ridicola morte per sete. Ma già attorno all’anno Mille l’idea di una Terra sferica, la cui origine risaliva ai grandi pensatori greci dell’Età Classica, era ormai accettata da quasi tutti i pensatori medievali.

La leggenda della Terra piatta nel Medioevo la dobbiamo al pensiero positivista ottocentesco che, per screditare il pensiero religioso a sostegno delle proprie tesi, attribuì a quest’ultimo e all’Età di Mezzo ogni genere di assurdità, dalla Terra piatta alla morte del progresso scientifico. Le argomentazioni principali erano due: intanto, la maggior parte delle mappe medievali rappresentava la Terra come un disco piatto; come se non bastasse, erano piene di imprecisioni, il nord era est, l’ovest era sud, i mari erano stretti come fiumi e le terre emerse si piegavano su se stesse in maniera surreale. Per non parlare di tutti quei paesi inventati e quelle bestie immaginarie!

Ora, che sulle mappe la Terra fosse un disco era dato dalla necessità di disegnarla su un mezzo bidimensionale. Sono piatte anche le nostre mappe e nessuno si è mai lamentato (tra l’altro un sacco di planisferi, incluso quello che ho in casa, usano ancora la proiezione di Mercatore vecchia di 500 anni e con un sacco di proporzioni sbagliate, quindi abbiamo poco da fare  i furbi). Quanto alle imprecisioni, il discorso è più complicato ma anche molto più affascinante.

Terra a T

Quella che vedete è una riproduzione del XV secolo della Terra a T di Isidoro di Siviglia. Non molto complicata, vero? Certe varianti più precise mostrano anche gli Antipodi a ovest di Africa e Asia e mi sembra inutile dirvi (ma lo dico lo stesso) che mappe che prendono in considerazione l’idea degli Antipodi si rifanno necessariamente a una Terra sferica. Nella sua semplicità questa mappa rappresenta buona parte della concezione del mondo e del pensiero medievale. Perché, prima ancora che accurate, le mappe (e in generale le rappresentazioni di qualsiasi tipo) dovevano essere simboliche. Non era importante che in quel punto ci fosse esattamente quel regno o quella popolazione, ma che guardando quella mappa si avesse un’idea di cosa si avrebbe trovato, o dell’importanza di quel luogo. Per cui ecco che in quella che è forse la mappa più semplice del mondo Europa e Africa sono divise dal Mar Mediterraneo e un’altra massa d’acqua le divide dall’Asia e dall’Oriente, che sono in alto perché è là che secondo la tradizione si trova il Paradiso Terrestre. Non credo vi stupisca sapere che il tipo di rappresentazione principale nel Medioevo era quello religioso. La seguente è la Mappa di Hereford, ricalcata sul modello del crocefisso: Oriente e Giardino dell’Eden in alto, sulla testa, Occidente e fine del mondo noto in basso, ai piedi, le regioni impervie a Settentrione e Meridione e Gerusalemme al centro. La mappa è ricca di città, che per essere comprese meglio sono state associate a quelle della Bibbia e ai luoghi nominati dagli autori classici.

mappa di hereford

Non che poi ci fosse una vera necessità di mappe accurate: i viaggi nel Medioevo erano frequenti, ma le strade romane avevano cessato di esistere e a nessuno importava che quella foresta che si stava attraversando fosse ancora più estesa di quanto non sembrasse. Importava piuttosto sapere che da Lione si poteva arrivare a Roma via terra, valicando montagne di cui non si vedeva la cima e guadando gli infiniti acquitrini della Pianura Padana. Persino i romani, che pure del mondo avevano un’idea ben precisa, ci hanno lasciato mappe stradali che dal loro punto di vista sono incredibilmente accurate ma che a noi ricordano al massimo le vecchie cartine ferroviarie, che spiegano come andare da Felsina – pardon – Bologna, a Roma, ma non cosa ci sia nel mezzo.

mappa stradale romana

Il Medioevo è forse il periodo che più di tutti ha generato luoghi immaginari, bestie fantastiche, leggende e storie favolose su più o meno qualsiasi tema. E certo, un sacco di persone credeva a tutto questo, ma molte di più, a differenza dei “moderni”, conoscevano il loro valore allegorico perché… beh, perché quello era il modo in cui si descriveva la realtà, forse l’unico veramente efficace per un mondo che si ingrandiva ogni giorno di più. Un mondo reale che faceva a pugni con una visione religiosa che, per quanto vasta, non era più in grado di contenerlo. Marco Polo ci parla del carbone e del petrolio, ma anche degli uomini d’oro e di metallo alle corti indiane, che erano con ogni probabilità gli orologi idraulici e gli automi rudimentali che andavano tanto di moda nei regni musulmani. Quando sente voci nel deserto preferisce attribuirle alle popolazioni immaginate dagli autori classici piuttosto che a un cedimento mentale (“provate a cavalcare per settimane e settimane nel deserto”, aveva detto al riguardo Umberto Eco); descrive con precisione l’esterno dei palazzi di Khubilaj Khan ma, non potendo introdursi all’interno di ognuno, si rifà ai modelli letterari delle regge dorate di re Salomone e del Prete Gianni. Ancora, quando l’anonimo della Cronaca Anglosassone descrive la razzia danese al monastero di Lindisfarne del 793 d.C., parla di fyrenne dracan (dragoni fiammeggianti) nel cielo non perché pensasse che ci fossero realmente stati, ma per dare un’idea dell’evento a chi ne avrebbe letto più di cent’anni dopo.

L’esempio migliore in questo caso è quello del già nominato Prete Gianni. Nel 1177 inizia a circolare in Europa una strana lettera, indirizzata all’imperatore romano d’oriente Manuele Comneno ma ricevuta anche da papa Alessandro III e dall’imperatore Federico Barbarossa. La lettera parla di un mitico regno cristiano situato “al di là delle terre mussulmane”, governato da un imperatore che, in perfetto latino ecclesiastico, si firma Presbyter Johannes. Di fede cristiana nestoriana, il Prete Gianni regna saggiamente su questa terra fiorente, resistendo sia agli attacchi dei mussulmani sia a quelli delle popolazioni pagane limitrofe (il cui nome immagino cominci per H e finisca per icsuntleones) e intima all’imperatore bizantino di riabbracciare la fede cattolica dei suoi vicini occidentali. Nel corso dei secoli, studiosi, esploratori e messi papali allo sbaraglio hanno cercato di rintracciare il regno del Prete Gianni, ancora vivo e vegeto nel XVI secolo, spostandolo di volta in volta nello Sri Lanka, a Sumatra e in Etiopia. Per quanto comunità cristiane nestoriane siano esistite (ed esistano ancora) in Mongolia, è evidente che la lettera fosse stata fabbricata ad hoc per i regnanti occidentali in un momento di forte sconforto per l’Europa: quello della riconquista di Gerusalemme da parte di Saladino e delle prime crepe nell’Impero Romano d’Oriente. La misteriosa lettera riuscì in quello che probabilmente era il suo intento, cioè a rinnovare, seppur in maniera indiretta, l’interesse occidentale per il Levante, nella speranza di unire le forze a quelle del mitico imperatore. Tale era la sua influenza che ancora nel XIII secolo più di uno studioso lo identificava con Genghis Khan o i suoi discendenti, arrivando a proporre un’improbabile alleanza con l’impero mongolo per riconquistare la Terra Santa. Dal canto loro, i mongoli massacrarono indifferentemente i persiani di Khwarezm, la dinastia abbaside di Baghdad e i cristianissimi polacchi.

battaglia di leignitz

“Te l’avevo detto che quel suono non erano arpe ma archi da guerra.”

 

Tutto questo spiegone io non ve l’ho fatto solo per il piacere perverso che provo nello sfatare miti e rovinare la festa a tutti, ma per un motivo ben preciso. Perché quell’incanto e quella meraviglia che hanno popolato il Medioevo noi li abbiamo persi. Non so di preciso quando sia successo: forse quando prestigiatore è diventato sinonimo di ciarlatano, forse quando abbiamo cominciato a spendere di più in armamenti che in corsi di lingue… non lo so. Sta di fatto che il nostro sfavillante mondo moderno è estremamente carente in meraviglia (al singolare, attenzione) e ne ha un bisogno disperato.

A proposito della meraviglia, Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema hanno proposto di unire quelle che John Keats chiamava “bisogno positivo”, cioè la necessità di risolvere un problema, applicare subito una soluzione, magari vecchia di anni, e “capacità negativa”, la capacità di riuscire a vivere nell’incertezza, nel mistero, dando vita a una sorta di meraviglia razionale. Che poi non dovrebbe essere nulla di nuovo: è quello che ci fa applaudire a uno spettacolo di magia proprio perché sappiamo che c’è il trucco. Ciò che ci permette di sognare sulle storie di Atlantide e dell’Ultima Thule senza per questo finire a cercarle in compagnia di fanatici dalle dubbie idee sulla specie umana. È ciò che ci dovrebbe permettere, parafrasando Richard Feynman, di scrivere poesie su Giove perché non è più un dio ma un’immensa sfera di metalli e ammoniaca. Questo tipo di meraviglia alimenta la curiosità e la curiosità è ciò che ci ha spinto a lasciare la caverna e a sopravvivere in un mondo che faceva di tutto per accopparci. Meglio ancora, siamo sopravvissuti perché siamo stati in grado di rimanere incantati di fronte a tutti i modi ingegnosi in cui cercava di accopparci.

Nel nostro mondo moderno, in cui abbiamo deciso che per sopravvivere bisogna essere sempre in movimento e fare a meno di tutto ciò che non dà profitto (che poi, chi lo decide cos’è il profitto?), la meraviglia può salvare delle vite. La letteratura, e nell’ultimo secolo la narrativa fantastica, ce l’hanno sempre detto, anche se da un certo momento in poi abbiamo preferito far finta di nulla e prendere Cuore di Tenebra come una guida turistica del Congo e Il Ciclo della Fondazione come un manuale di ingegneria spaziale. E siccome il mondo non è diventato più piccolo, semmai il contrario, la meraviglia può essere trovata in qualsiasi cosa – o creata, e per questo vi consiglio di dare un’occhiata al blog di Mariano.

“Ci stiamo rendendo conto che il mondo è una wunderkammer.”
(David Pescovitz)

Provateci. È come scoprire il fuoco per la seconda volta.

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