THE WORLD ROCKS: 4 Paesi con un’insospettabile scena rock

“Don’t need reason, don’t need rhyme” cantavano gli AC/DC nel 1979, e se questo è vero, è anche vero che, fin quasi dai propri albori, la musica rock ha rappresentato molte cose per le culture e le sottoculture giovanili di tutto il mondo.

Il rock nella sua forma migliore è irriverenza, rabbia ed evasione. Ma soprattutto è sinonimo di libertà (da tutti i tipi di oppressione) e per queste sue caratteristiche è diventato una bandiera, e soprattutto uno strumento, attraverso il quale rappresentare e far valere le proprie idee e passioni.

Nel mondo, al di là di quello che gridava Bon Scott, la musica schitarrata e potente ha molte “ragioni” e cifre stilistiche diverse. E qui di seguito ne raccontiamo qualcuna…

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Gimme rock, fathersucker! (Vice, “Vietnam underground metal scene is insane”)

 

  1. Africa Vera: rock ed emancipazione femminile nel Botswana

Il fiero Paese sudafricano, famoso per la natura incontaminata e le miniere di diamanti, ha un’altra storia da raccontarci, che ci mostra un lato meno noto, ma molto importante, della sua società.

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The last frontier of heavy metal might be Africa (IGrooveRadio)

Fin dagli anni settanta la scena musicale del Botswana è stata fortemente influenzata dal rock. Nel tempo è emersa la sua anima di dissenso dall’idea stereotipata di cosa vuol dire essere africani. È nata così una sottocultura metal, che è stata chiamata Marok. Nel 2011 il marok ha conquistato un pubblico internazionale grazie alla nuova immagine che portava dell’Africa e delle sue donne” (http://www.internazionale.it/foto/2016/02/10/botswana-rock-foto). Il fotografo sudafricano Paul Shiakallis ha raccontato, nel progetto Leathered skins, unchained hearts, questa immagine inedita, forte e sopratutto reale delle rocker batswana (giuro che è così che si chiamano gli abitanti del Botswana).

  1. Iran: Paura e delirio a Tehrangeles

Anche nella repubblica islamica, la musica heavy è talmente apprezzata da avere un proprio genere nazionale, il Persian Rock, cantato principalmente in farsi. La musica rock cominciò a farsi strada nel Paese durante il periodo di fermento culturale che aveva dato grandi speranze per il Paese (per intenderci, il periodo di governo del  Primo Ministro Mohammad Mosaddegh) ed ebbe infine grande diffusione negli anni ’70. La scena musicale iraniana è molto ricca e variegata, soprattutto attorno alla capitale, Tehran, anche se lo svolgimento di concerti pubblici è tenuto sotto stretto controllo dalle autorità.

La musica non tradizionale non è esplicitamente fuori legge nel Paese, ma risulta sgradita a molti capi religiosi influenti, che la considerano un fenomeno decadente e anti-islamico: è molto facile che la legge venga interpretata secondo le opinioni di questi teologi e i musicisti passino delle beghe legali. Nonostante questo, moltissimi giovani continuano a formare band e a provare nelle cantine.

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Moni Safikhani, cantante e chitarrista Persian Rock

Dal 2008 le più famose band nazionali hanno cominciato a portare in tour i loro album e qualcosa sembra muoversi per quanto riguarda la libertà di espressione nell’ambiente musicale: nel 2009 il film No One Knows About Persian Cats di Bahman Ghobadi, che raccontava il difficile cammino di una giovane band iraniana, vinse il premio Un Certain Regard al Festival di Cannes.

In una società per alcuni aspetti molto giovane e competitiva, e per altri tradizionalista e conservatrice, la fervente attività musicale dimostra la passione e la creatività di una realtà giovanile che vuole smarcarsi dal passato, senza perdere la propria identità.

  1. Giappone: Tokyo Rockabilly Gangs

Nella terra dove tutto dev’essere kawaii c’è ancora qualcuno che si ribella! (o forse no… ma comunque si diverte in maniera diversa). Si sa che il Sol Levante fagocita tutto ciò che è cultura pop occidentale, e quindi le scene musicali rock e hard rock giapponesi non sono una novità. Ma noi vogliamo parlarvi di una nicchia…

Vestiti di pelle e tatuati (in un Paese in cui il tatuaggio significa generalmente una cosa, e non è ben visto dalle persone per bene), imbrillantinati e impomatati, i seguaci del rockabilly giapponese si incontrano nei parchi e nelle piazze delle grandi città per ballare al ritmo di Elvis, Jerry Lee Lewis e Stray Cats.

Negli anni ’50, la Kaminari Zoku (Tribù del Tuono), era considerata una pericolosa gang di motociclisti, che non aveva nulla da invidiare agli Hell’s Angels americani. Oggi, nonostante il look e le (discutibili) evoluzioni di ballo e canto, lo stile di vita dei rocker amatoriali nipponici è relativamente normale: il r’n’r rappresenta uno svago e un divertimento, per evadere dalla banalità della vita quotidiana, e sentire ancora di appartenere a una cultura urbana. Una “recente” tradizione leggendaria, con miti e sound moderno, con icone ed eroi (alcuni ancora in vita), ma pur sempre una tradizione.

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Foto di Roberto Grassi, Messy Nessy Chic, “The Tokio Subculture of 50’s rockabilly gangs”

 

  1. Mongolia: dove Gengis Khan e Frank Zappa si tendono la mano

Nell’infinita galassia del folk-rock mondiale non esistono solo celtic metal irlandese, viking black metal norvegese e polenta violenta lombarda!

L’affascinante terra di Gengis Khan oggi sconta l’apertura alla cultura globalizzata occidentale e all’economia rampante cinese, che punta alle sue miniere d’oro. Tra i problemi sociali legati allo scontro tra cultura nomade e stanziale urbana, e un filo di nazionalismo megalomane, la Mongolia ha anche tempo di sfornare musica originale e di qualità, dall’incontro tra rock e stile tradizionale.

Band del calibro di Altan Urag, Tengger Cavalry e Hanggai sono tra i maggiori esponenti di un genere poco conosciuto ma estremamente interessante. I primi e i secondi si ispirano ovviamente alla gloria del passato mischiando canto di gola a testi su Gengis Khan, violino, corno e batteria, folk-metal e melodie dalle atmosfere desertiche.

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Gli Altan Urag

Gli ultimi (il cui nome indica una natura idealizzata lussureggiante, ricca di fiumi, alberi e cieli interminabili [oook]) provengono dalla cosiddetta “Mongolia Interna”, cioè l’immensa regione tra il Paese dei Khan e il nord della Cina, che oggi si trova ad affrontare l’assimilazione culturale ed economica al resto del Celeste Impero.

I membri degli Hanggai si sono distinti per l’attenzione posta nella rivalutazione della cultura locale, all’interno di un contesto contemporaneo in continuo cambiamento, e in contrapposizione ad un ideale di modernità che non lascia spazio alla millenaria sapienza e allo stile di vita di questi popoli.  Nonostante questo essi non si definiscono “puristi” o “difensori” della cultura mongola, ma puntano a sviluppare il dialogo tra questa e le altre che la circondano (https://en.wikipedia.org/wiki/Hanggai_%28band%29). Gli Hanggai sono tra i protagonisti del documentario di George Lindt e Susanne Messmer, Beijing Bubbles – Punk and Rock in China’s Capital.

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