IL DENTISTA DI SHATILA. Reportage dal Libano (parte 2)

Questo articolo è la seconda parte di un reportage di Valentino Armando Casalicchio, già pubblicato da alcune riviste online. Siamo molto grati all’autore per aver condiviso con noi questo scritto. Qui trovate la prima parte, dedicata alla situazione dei profughi in Libano, in particolare nel quartiere-campo di Shatila.

Ahmad Abu Reia è uno dei dentisti di Shatila. Lavora per Beit Atfal Assumoud, una ONG che si occupa di educazione ed assistenza ai rifugiati nei 12 campi palestinesi in Libano. Ahmad è nato a Gaza e all’età di 18 anni è riuscito ad andare a studiare odontoiatria a Kiev, grazie ad una borsa di studio. Sono trent’anni che non torna in Palestina perchè lo Stato di Israele non gli concede il permesso per rivedere la propria famiglia, chiusa nella più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Quando racconta la sua storia i suoi occhi sono lucidi: la sua famiglia è ancora là, in quella città regolarmente bombardata dall’esercito israeliano. Dopo gli studi a Kiev è riuscito a venire a lavorare a Beirut, per dareassistenza ai rifugiati nel campo di Shatila. Il dentista fornisce cure gratuite a pazienti di qualunque età.

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“Il problema principale è che le famiglie non hanno l’acqua in casa” dice il dottor Abu Reia. Sì, perché nei campi profughi il problema più grande è proprio l’accesso all’acqua potabile: le circa 20 mila persone che vivono nel campo di Shatila non hanno né acqua né elettricità. “Spesso le case non hanno nemmeno il bagno. L’unica cosa che possiamo fare, è fornire assistenza minima ai pazienti che ci chiedono aiuto.” prosegue il dottore.

La situazione igienica del campo è ai minimi storici, le migliaia di persone che vivono qui non hanno la possibilità né di lavorare né di studiare, come possono permettersi le cure per i denti?

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“La situazione è critica sotto ogni aspetto, e inoltre l’UNRWA vuole tagliare i fondi”. Negli ultimi mesi l’agenzia delle Nazioni Unite ha deciso di tagliare i fondi per la sanità a causa di promesse non mantenute da parte degli stati donatori; e questo non può far altro che peggiorare le condizioni sociali di un campo ultra affollato.

La sua ONG, grazie allo studio dentistico, provvede all’assistenza minima per la gente del campo, ma non è sufficiente. Umidità, fumi tossici, spazzatura non dismessa, case gremite di persone: tutti questi problemi regalano a Shatila il primato di “peggior campo profughi palestinese” nel Paese. “L’unica speranza che hanno le persone del campo, è quella di trovare un lavoro”, ci dice Jamila. Questione molto delicata in Libano, visto che i rifugiati palestinesi non hanno accesso a molti dei diritti umani di base, solo per citarne uno, il diritto al lavoro, interdetto per circa 70 categorie professionali.

I tassi di disoccupazione tra i rifugiati sono altissimi, “Almeno il 60% della popolazione di Shatila é disoccupata” afferma Jamila, “Alcuni trovano lavoro, ma solo in maniera occasionale, con salari molto bassi e senza alcuna tutela sociale”.

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La maggior parte dei rifugiati sopravvive grazie agli aiuti delle organizzazioni internazionali o locali, ed è proprio in questo contesto che si inserisce la Organizzazione Non Goverantiva Beit Atfal Assumoud. A Shatila – uno dei 12 campi profughi palestinesi in Libano – oltre allo studio dentistico, la ONG offre programmi di vario tipo: asilo per bambini di 3 anni, doposcuola per ragazzi che dai 6 ai 15 anni, assistenza medica per i malati del campo, lezioni di inglese e arabo e anche lezioni di Dabke per ragazzi, la tipica danza mediorientale nella sua variante palestinese. L’insegnante si chiama Mohammed, ha 42 anni, ed è felicissimo di insegnare questo ballo: “Penso sia giusto insegnare le nostre tradizioni anche se siamo lontani dalla nostra terra. I bambini si divertono, ed è un buon modo per vederli sorridere e passare del tempo insieme” racconta l’insegnante.

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In questo piccolo edificio, Assumoud offre l’opportunità di avere cio che i palestinesi non hanno al di fuori del campo: scuola, sanità di base, attività di svago. L’organizzazione è una delle piu grandi in Libano, ed è presente in tutti i campi palestinesi del Paese dal 1976, dopo il massacro di Tel Al Zatar durante la guerra civile. Da allora ci sono stati pochi miglioramenti, perchè i vari governi che si sono succeduti non hanno mai pensato di stabilizzare i rifugiati palestinesi: il diritto al lavoro, alla sanità pubblica, all’istruzione sono solo dei sogni per delle persone che, con tutta probabilità nascono, vivono e muiono dentro dei campi profughi.

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Queste attività servono a dare supporto alle migliaia di persone che vivono in questo chilometro quadrato, anche se il sogno rimane e rimarrà sempre lo stesso: “Tornare nel nostro Paese!”, ribadisce con forza Jamila, “Noi siamo forti, abbiamo resistito 68 anni fuori dalla nostra terra. Resisteremo per sempre.”

Nel campo di Shatila si incontrano bandiere della Palestina ad ogni angolo, perchè l’orgoglio di questo popolo è piu forte di ogni evento catastrofico.   

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