LO YEMEN IN STALLO

A più di un anno dall’inizio delle operazioni da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita a sostegno del Presidente Abd Rabbuh Mansour Hadi, il conflitto in Yemen sembra essersi avviato verso una situazione di stallo, sia sul terreno sia dal punto di vista diplomatico, e i colloqui di pace in Kuwait procedono molto lentamente.

Il 15 giugno scorso, l’account Twitter dello sceicco Mohammad bin Zayed, principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti e Vice Comandante Supremo delle Forze Armate, annunciava la conclusione delle operazioni belliche da parte delle truppe emiratine. Il post riportava le parole del Ministro per gli Affari Esteri degli Emirati, Dr. Anwar Gargash, il quale, tuttavia, ha ritrattato questa dichiarazione il giorno seguente. Il Ministro ha infatti successivamente affermato che la guerra non può ritenersi in alcun modo conclusa ma che, al contrario, le truppe degli Emirati lasceranno il Paese solo al termine delle ostilità.

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Le Forze Armate di Abu Dhabi, che continueranno ad operare nella provincia meridionale dell’Hadramaut e nella città di Aden, nel quadro dell’operazione Restoring Hope, assumeranno perlopiù una funzione anti-terrorismo e assisteranno il processo di ricostruzione del Paese.

Nonostante le forze della coalizione abbiano catturato nell’aprile di quest’anno la città di Al-Mukalla, considerata il quartier generale delle truppe jihadiste dell’area, alcune delle zone costiere meridionali e dell’Est del Paese si trovano ancora nelle mani dei combattenti dell’ISIS, di Al-Qaeda e dei suoi alleati di Ansar Al-Sharia e Al-Shabaab.

Attualmente il conflitto sembra vivere quindi una fase di impasse. I ribelli Huthi mantengono saldo il controllo del Nord-Ovest del Paese, compresa la capitale Sana’a, dalla quale scacciarono il governo e il Presidente Hadi nel marzo del 2015. Il cessate il fuoco siglato ad aprile è stato violato soprattutto nella città di Taiz dove a inizio giugno alcuni colpi di mortaio hanno causato l’uccisione di 12 persone. Tuttavia, il recente scambio di prigionieri tra le forze ribelli e quelle filo-governative appoggiate dalla coalizione, ha fatto pensare che la tregua di aprile riesca finalmente ad affermarsi anche a Taiz.

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In questa cartina, aggiornata a maggio 2016, si possono notare in verde le zone controllate dalla coalizione e dalle forze filo-governative, in giallo i territori controllati dai ribelli Huthi e in grigio/nero le aree in cui operano le milizie jihadiste

La minaccia posta dall’ISIS e da Al-Qaeda potrebbe portare le due fazioni rivali a mantenere il cessate il fuoco e a concentrare le proprie forze contro il nemico comune. Entrambi gli schieramenti considerano i gruppi jihadisti che operano nella regione come una grave minaccia: gli Huthi per questioni di identità, essendo di fede sciita, e i sauditi per via della potenziale instabilità che può scaturire a ridosso dei propri confini. Lo stesso Ministro degli Esteri di Riyad ha infatti annunciato che, per il momento, la priorità numero uno è diventata la lotta all’ISIS piuttosto che combattere i ribelli Huthi.

In Kuwait, intanto, continuano i negoziati di pace voluti dall’inviato delle Nazioni Unite Ismail Ould Cheikh Ahmed, che nei giorni scorsi ha proposto una roadmap per la pace in Yemen. Il piano prevede l’implementazione delle misure di sicurezza previste dalla risoluzione n°2216 dell’ONU, ovvero il ritiro delle truppe ribelli dalle aree occupate nel 2014, compresa la capitale Sana’a e la consegna delle armi. Inoltre, verrà predisposta la creazione di un governo di unità nazionale con lo scopo di fornire i servizi primari alla popolazione civile e che sia in grado di ricostruire l’economia ormai disastrata del Paese.

Come prevedibile, tuttavia, i ribelli Huthi non sembrano accogliere con favore le clausole dettate dalla roadmap, con il risultato che i colloqui di pace potrebbero ulteriormente slittare e la già traballante tregua potrebbe cessare. A due mesi dall’inizio dei colloqui nessun accordo è quindi stato ancora raggiunto, mentre le alte temperature e la carenza di elettricità e servizi essenziali ad Aden e nelle grande città hanno peggiorato ulteriormente le gravi condizioni sanitarie della popolazione.

Al momento non sembrano esserci ancora le condizioni necessarie affinché le due parti arrivino ad un accordo sulla proposta dei mediatori delle Nazioni Unite. Le crisi in Siria, Iraq e Yemen possono essere considerate i campi di battaglia dell’attuale “guerra fredda” tra Arabia Saudita e Iran, che al momento si contendono il dominio sul Medio Oriente. Perciò una visione d’insieme dovrebbe comprendere tutta la situazione regionale: in questo quadro, un governo di unità nazionale che tenti di far cooperare i ribelli Huthi (appoggiati dall’Iran) e i filo-governativi (appoggiati dall’Arabia Saudita) sembra quindi non convincere.

Contemporaneamente, in Iraq, il figlio del Presidente del Governo regionale curdo (KRG) e capo del Consiglio di Sicurezza curdo in Iraq, Masrour Barzani, presa coscienza della difficoltà di fiducia e convivenza tra le tre fazioni in lotta nel Paese, ha proposto la divisione del territorio in tre Stati separati. I tre Stati, uno per i curdi, uno per gli sciiti e uno per i sunniti potrebbero coabitare all’interno di una confederazione irachena o arrivare ad ottenere l’indipendenza.

Una soluzione simile potrebbe essere concretizzarsi anche nello Yemen, dove già esistevano due Stati separati durante la Guerra Fredda, i cui confini coincidono esattamente all’attuale situazione sul campo. L’espediente attuato in quel periodo storico, ovvero la divisione in Stati differenti appartenenti a blocchi contrapposti (come avvenuto per Germania, Vietnam e Corea), potrebbe essere la soluzione giusta per attenuare i conflitti che la nuova guerra fredda tra Arabia Saudita e Iran sta provocando in Medio Oriente.

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Come si può notare, la situazione sul campo ricalca in maniera quasi identica i confini dei due Stati yemeniti durante la Guerra fredda.

Per un quadro più ampio della situazione nello Yemen, un nostro articolo di ottobre tratta l’inizio delle ostilità: Guerra civile nello Yemen. Cosa sappiamo finora.

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