AD LIMINA PETRI – In viaggio sulla Via Francigena

“Lhèu veiram pas jamei la fin,
Jamei la fin, jamei la fin,
La libertat qu’ei lo camin,
Qu’ei lo camin, qu’ei lo camin.”
“Forse non ne vedremo mai la fine,
Mai la fine, mai la fine,
La libertà è il cammino,
È il cammino, è il cammino.”
(Nadau, De cap tà l’immortèla)

Dicesi Via Francigena quel cammino percorso in epoca medievale dai pellegrini che attraversa l’Italia Settentrionale e Centrale per arrivare a Roma. Il punto di partenza ideale è Canterbury, perché è da lì che l’arcivescovo anglosassone Sigerico partì per raggiungere Roma, annotando ogni tappa sul diario che sarebbe poi stato preso come riferimento per i secoli futuri. In realtà, come per Santiago, ognuno partiva da casa propria e si univa al percorso ufficiale una volta giunto in Italia, tant’è che nell’uso comune dell’epoca il termine Francigena (cioè da e verso i Franchi) indicava il cammino che partiva dal San Bernardo e arrivava a Roma. Fuori dall’Italia esistono almeno tre vie, dette Vie Romee, che partono rispettivamente da Inghilterra, Danimarca e Polonia. In realtà anche in Italia la Francigena non è una via ma un fascio di vie, con varianti da tutto il Nord Italia e almeno una Via del Sud che parte da Brindisi.

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L’idea di fare un viaggio del genere mi frullava in testa già da un paio d’anni per diversi motivi: soddisfava la mia passione morbosa per il Medioevo, toccava una moltitudine di luoghi interessanti e si trattava di fare una quantità smodata di chilometri a piedi, in barba a tutto e tutti. Mi è semplicemente bastato trovare qualcuno matto quanto me per passare dal “magari un giorno” al “va bene, facciamolo”. Siamo partiti da Siena il 25 luglio contando di arrivare a Roma il 4. Quattordici tappe spalmate su circa 200km, per una media di 23km al giorno.

La prima cosa che noti intraprendendo questo percorso è quanto esso sia reale. Una cosa è leggere il nome Francigena, con le sue immagini di colonne di pellegrini, re taumaturghi e città fortificate appartenenti a un tempo dimenticato. Altra cosa è camminarci sopra, seguirne tutte le curve e le deviazioni e scoprire che, se dei re taumaturghi ce ne siamo liberati, pellegrini e città fortificate continuano ad affollare il paesaggio. E tu, uomo del XXI secolo, qualsiasi siano le tue ragioni e i tuoi obiettivi, stai camminando su un percorso più vecchio non solo di te ma anche della maggior parte delle nazioni del mondo. Più vecchio persino delle lingue usate per designarlo. Questa, come ho detto sopra, era la mia prima motivazione a intraprendere questo viaggio: passare in mezzo a quella storia che questo paese dalla memoria corta spesso non riesce a vedere. Perché sarà pur vero che ci sono alcuni tratti asfaltati e un po’ di industrie in più rispetto a una volta, ma è altrettanto vero che le colline senesi, modellate su un’idea rinascimentale di buon governo, sono ancora lì. Sono ancora lì Radicofani e i suoi 800 maledettissimi metri s.l.m. e così i panorami della Val d’Orcia e poi Sutri, misconosciuta perla dell’Alto Lazio con mura più antiche del cristianesimo, e la Selva Cimina, sacra agli Etruschi e così intricata da aver forse ispirato a Dante l’immagine della Selva Oscura.

IMG_20160803_134146155_HDRCapranica, altro borgo ignorato da chiunque non vada a piedi.

E può forse sembrare poca cosa rispetto ad altre selve, quelle di grattacieli di New York e Seoul, alle luci senza fine di Los Angeles e al movimento perpetuo di Londra e Parigi ma, come disse un mio amico parlando del frantoio di famiglia, “a loro i numeri, a noi tutto il resto”. Questa, e con  questo mi collego alla seconda motivazione, è sempre stata la ricchezza dell’Italia, un Paese dove anche nel villaggio più piccolo tiri un calcio e scoperchi una casa di sette secoli fa – ne sa qualcosa l’impresa incaricata di costruire un parcheggio accanto a Palazzo Nuovo qui a Torino, i cui lavori sono fermi da ormai cinque anni per via di rovine romane trovate scavando a casaccio. Viviamo in case ricavate da torri medioevali, passiamo su ponti d’epoca romana, celebriamo comunioni e matrimoni in chiese con più valore storico dell’intero Texas… e non ce ne rendiamo conto. Abbiamo la memoria corta e siamo pure un po’ miopi. Conosciamo Firenze, Roma e Verona e poi ci stupiamo nel vedere un turista giapponese fotografare una casa del Medioevo nella nostra cittadina di provincia, col risultato che quell’immenso patrimonio culturale, di cui ci vantiamo quando  ci sale l’orgoglio di patria, è  spesso trascurato o in rovina. La nostra vicina di blog Irene una volta ha detto una sacrosanta verità e cioè che “l’Italia è il paese a cui crolla la Schola Armaturarum con decorazioni e ornamenti del primo secolo dopo Cristo; la Svezia è il paese che te la pompa a mille per una nave che ha fatto due metri ed è andata giù come un povero stronzo con un sasso al collo.” E io quella nave l’ho vista e ho visto anche che i nostri amici scandinavi attorno ci hanno tirato su un museo che ti spiega non solo la vita per mare nel XVII secolo ma anche cos’è successo, nel XVII secolo, cosa faceva la Svezia e che tipo di società fosse. E ho visto che invece accanto al Colosseo non abbiamo uno straccio di cartello che dia un’idea un po’ più precisa di quella che può dare Il Gladiatore, convinti che o i turisti sappiano già tutto (quando non lo sappiamo nemmeno noi) o vengano lì per ammirarne la bellezza (e non è bello, è orrendo – la sua importanza è un’altra). Ed è triste e frustrante, perché ti rendi conto che se avessimo un terzo della cura che ci mettono gli svedesi saremmo il paese più ricco del mondo – e non parlo solo in senso economico.

Sangue cattivo a parte, veniamo al terzo punto e cioè guardare le cose da un’altra prospettiva. Parte di questo discorso è ovvia: siamo andati da Siena a Roma a piedi in un’epoca in cui si prende la macchina anche per cambiare quartiere, dimostrando, a noi stessi e a tutti gli altri, che esiste un mondo parallelo alle autostrade e alle ferrovie. Una rete di strade dimenticata da molte mappe, più scomoda, forse, più lenta, sicuramente, ma anche molto più gratificante. In un’epoca in cui ci si arrovella sulle vacanze “green” e l’ecoturismo noi abbiamo lasciato un’impronta ecologica pressoché nulla, superati solo da quei pellegrini che caricavano il proprio cellulare con piccoli pannelli solari attaccati allo zaino (e funzionavano a meraviglia). Non solo, seguendo a pieno i principi del downshifting, abbiamo vissuto fuori dalla frenesia del mondo moderno: spostamenti lenti (un giorno per fare 20km), pasti regolati in base a un bisogno energetico e non secondo assurde tempistiche, senza nulla in mente se non acqua, ombra e il paesaggio attorno a noi. Non è stato rose e fiori, ovvio: il sole e le crete senesi mi hanno cotto, le colline mi hanno spezzato le gambe e ogni sera avrei potuto dormire sulla ghiaia da quanto ero stanco. Ma era una stanchezza sana che aveva portato risultati, non quella di chi ha passato le ore in ufficio o a studiare in biblioteca o ha girato tutto il giorno (o Internet) alla ricerca di un lavoro e arriva alla sera che non si ricorda nemmeno come si chiama. Per quanto massacrante fisicamente, è stata una vacanza vera, che mi ha rigenerato.

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Radicofani, 816m. La salita che vedete è un decimo di quella che abbiamo dovuto fare.

La parte meno ovvia riguarda il contatto con le persone.
Sarò onesto, abbiamo incontrato un buon numero di stramboidi durante il cammino: gente che confondeva la forma col contenuto, che fischiettava Jingle Bells il primo di agosto, spettri con le ali e quant’altro. Data la tipologia e la lunghezza del viaggio, era una cosa che avevamo già messo in conto. Quel che non avevamo messo in conto era invece la quantità e la qualità delle persone buone che avremmo incrociato. Da chi giunto a Roma ha passato la notte assieme ai senzatetto a chi si è preoccupato più di rimpinzarci di pasta che di riscuotere l’obolo, passando per lavande dei piedi, orti messi a disposizione a occhi chiusi e una facilità estrema nel raccontarsi la propria vita. Per quanto possa sembrare sentimentale, è questa la parte più gratificante del cammino: mettersi sulla strada e sapere di stare condividendo un percorso con persone conosciute magari la sera prima ma con cui sei già a tuo agio. La quasi certezza di incontrare quelle persone ad ogni ospitale fino a Roma e ogni volta condividere le esperienze della giornata, suggerimenti su come procedere, opinioni sul percorso e le ragioni che ti hanno spinto a metterti in cammino. La libertà di poter lasciare il proprio zaino ovunque perché tanto cos’hai di prezioso lì dentro? Al massimo ti rubano gli integratori di sali minerali. La parte più gratificante, la parte più importante: scoprire che esistono persone buone e che sono ancora la maggioranza. Perché lo sappiamo cosa c’è lì fuori, no? Arabi che sgozzano e rumeni che stuprano, gente che ruba, truffa, picchia, e poi strade pericolose da percorrere in fretta e al riparo della propria vettura, tempi bui, una ragnatela di odio, diffidenza e paura alimentata da chi ci vuole chiusi in casa o al limite per strada ma muti e pronti a menare. Ecco, ogni tanto fa bene ricordarsi che il mondo reale è un altro. Che ci sono luoghi e persone che di tutto questo lerciume mentale se ne infischiano come vorremmo infischiarcene noi. E che il primo passo è un saluto, una stretta di mano o un piede su una strada sterrata.

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