TERRORISMO IN ASIA CENTRALE. È l’ISIS la vera minaccia?

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L’imponente porta principale della Moschea Bibi Khanym, Samarcanda, Uzbekistan

L’Asia Centrale, zona per noi remota, il cui suono evoca i viaggi di Marco Polo, le catene montuose, i deserti e le pianure sconfinate, potrebbe diventare un nuovo bacino di reclutamento per il sedicente “Stato Islamico”.

La cifra non è stata chiarita, ma sembra che migliaia di combattenti islamisti provenienti da Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e Turkmenistan si siano uniti alle forze dell’ISIS in Siria e Iraq.

Dal punto di vista geopolitico, la regione condivide diversi confini “caldi”, con le valli più settentrionali dell’Afghanistan e del Pakistan e ad oriente con lo Xinjiang cinese, ed è reduce di una difficile (non-)transizione seguita al crollo dell’Urss.

LA BATTRIANA. STORIA GLORIOSA, PRESENTE INCERTO.

Per iniziare a capire l’attività dell’estremismo islamico in Asia Centrale partiamo dalla Valle di Fergana. Antichissima satrapia (poi khanato), la valle più fertile e popolosa dell’area smise di essere un’unica entità politico-geografica quando i sovietici la divisero fra tre differenti repubbliche: Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. Così facendo, Stalin impedì ad ognuna il controllo totale dei due grandi fiumi della regione (Syr Darya e Amu Darya) costituendo dei confini totalmente irrazionali e risvegliando le divisioni etniche della zona.

Negli ultimi anni la Valle di Fergana è diventata il centro nevralgico attorno al quale si sfogano tutte le tensioni post-sovietiche: enclaves territoriali ingestibili, lotte per il possesso delle risorse d’acqua, impossibilità di intraprendere qualsiasi azione comune per lo sviluppo dell’area.

ferganavalleySe si può indicare negli accordi Sykes-Picot e nella “politica dei mandati” il primo passo verso la divisione del Medio Oriente, che ha lentamente trasformato la regione in una polveriera, in Asia Centrale sono state prima la politica sovietica e poi soprattutto la dissoluzione dell’Urss a scatenare le tensioni che oggi trovano una risposta violenta nell’estremismo religioso militante.

Il Movimento Islamico dell’Uzbekistan è stato fondato qui, con l’obiettivo di rovesciare l’intramontabile presidente-padrone Islom Karimov e creare uno stato basato sulla shari’a. In seguito, il movimento si è legato ad al-Qaida e oggi è considerato alleato dell’ISIS. Al contrario dell’altro gruppo fondamentalista uzbeco, Hizb Ut-Tahrir (Movimento Islamico di Liberazione), il MIU è una vera e propria organizzazione terroristica.

La repressione spesso violenta dell’Islam politico, l’immobilismo che ha permesso a quasi tutti i leader dell’area di trasformarsi in autocrati, la crisi di valori sopraggiunta col crollo dell’Urss (ma iniziata con l’imposizione del “comunismo”) e infine le difficoltà economiche, hanno posto le basi per lo sviluppo di movimenti anti-sistema.

La Russia non è rimasta a guardare e non stupisce il fatto che la sua politica principale nell’area consista nella difesa degli interessi dei leader post-sovietici e nell’appoggio alla “repressione anti-islamica”, cioè a qualunque attività repressiva e anti-democratica, portata avanti in particolare dai governi di Uzbekistan e Tagikistan.

La recente dipartita del presidente uzbeco Karimov lascia un vuoto di potere che potrebbe permettere anche una maggiore penetrazione dell’estremismo islamico. Ma, anche se è molto probabile che la “successione” si trasformi in un periodo di lotte politiche intestine, “il sistema costruito da Karimov può sopravvivergli, riproducendosi indipendentemente da chi sarà il prossimo capo”. Il che non fa comunque ben sperare per il Paese.

THE DEVIL’S CHOICE.

La situazione che spesso di sono trovati davanti gli abitanti dell’Asia post-sovietica non è stata dissimile da molti casi del Medio Oriente: accettare un dominio dispotico e repressivo ma stabile o rischiare di sprofondare nel caos più totale della guerra civile, dell’odio religioso ed etnico. È questa scelta impossibile che finora ha mantenuto ben saldi i satrapi di oggi.

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Il Presidente russo Putin e il suo omologo kazako Nazarbaev in una foto di Radio Free Europe

Ma non tutta la politica dell’area è in bianco e nero, come vorrebbero far credere i despoti: il Kirghizistan ha intrapreso un (difficile) cammino di democratizzazione, anche se la guerra civile che seguì l’indipendenza dall’Urss ha avuto strascichi e conseguenze che si trascinano ancora oggi.

Il Kazakistan, invece, sembrava essere meno a rischio fondamentalismo, anche a causa dell’uso strumentale e nazionalista della religione che avvicina il presidente ad libitum Nursultan Nazarbaev al “Sultano” turco Recep Erdogan. Il 6 giugno, 17 persone sono rimaste uccise in uno scontro a fuoco tra la polizia e un commando di “terroristi” non meglio identificati che tentava l’assalto a una caserma. Anche se i contorni di questo episodio rimangono poco chiari, fino ad oggi l’enorme Paese asiatico non ha vissuto momenti drammatici come alcuni suoi vicini, e le riserve petrolifere ne fanno l’economia più fiorente dell’area. Il termine “terrorista” viene usato in maniera molto disinvolta dall’entourage di Nazarbaev, che è solito accusare di terrorismo gli oppositori politici di qualunque colore e i semplici criminali, cosicché nell’accezione kazaka sta ad indicare qualsiasi atto di disordine pubblico, in particolare chi minaccia in ogni senso l’immobilità del potere. Ciò non contribuisce a capire se si tratti di una reale radicalizzazione dell’islam kazako (come farebbero pensare i video diffusi dall’ISIS) o di propaganda del regime, che ha sempre bisogno di un nemico da additare alle folle.

Infatti, in Asia Centrale come in Medio Oriente, non sempre Islam è stato sinonimo di fondamentalismo: negli anni ’90 la guerra civile del Tagikistan ha opposto il governo di Dushanbe ad una coalizione di islamismi e riformisti. Nel 1997 l’Accordo di Mosca sancì l’inizio della pacificazione e della ricostruzione, ma il Paese è ancora segnato dalla divisione tra la leadership politica post-sovietica (ancora in carica) e opposizioni, la cui componente religiosa si è nel frattempo radicalizzata, anche in seguito alla guerra nel vicino Afghanistan.

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L’ex comandante delle forze speciali tagike appare in un video di propaganda dell’ISIS. Ph: International Crisis Group

La repressione del Presidente tagiko Rahmon, che ha proibito gli abiti e le acconciature tipicamente musulmane e messo al bando il Partito del Rinascimento Islamico del Tagikistan (in Parlamento fino all’anno scorso), deriverebbe proprio dal timore di un’espansione dell’attività di al-Qaida o dell’ISIS nell’area, ma rischia di causare ulteriori tensioni. Infatti, come sempre, al bastone del governo non segue la carota delle riforme, che possano combattere le vere cause del risentimento anti-governativo, che trova sfogo nella religione: la povertà e la disoccupazione, che spingevano molti ad emigrare in Russia (prima che anche l’economia di questa cominciasse a traballare). O forse il trasformista Rahmon ha soltanto approfittato del giro di vite per liberarsi di qualche scomodo oppositore “storico”. Vi ricorda qualcuno?

Russi e occidentali, in particolare i Paesi NATO, non sono ancora arrivati ai ferri corti in Asia Centrale ma puntano entrambi alle enormi risorse energetiche della regione (tra Gazprom da una parte e Sette Sorelle dall’altra, ci siamo anche noi) e di conseguenza al controllo strategico. Mentre le leadership cercano appoggi da entrambe le parti per mantenere la propria presa sulle risorse economiche e politiche dei Paesi. È il caso, ad esempio, del progetto di rimessa in funzione delle basi militari di Taraz e Taldykorgan, che scatenò un mezzo incidente diplomatico tra USA, Kazakistan e Russia e infine venne accantonato da Washington.

LO XINJIANG E LA NUOVA VIA DELLA SETA.

Dal I secolo a.C. l’Asia Centrale è sinonimo di Via della Seta, di commerci, scambi di influenze e scontri con la Cina. Questa caratteristica di “spazio in transito” rende particolarmente facile l’espansione di fenomeni transnazionali, quali ad esempio il terrorismo. Nello Xinjiang (o Turkestan Orientale), la regione più estrema della Repubblica Popolare Cinese, le tensioni etniche con la minoranza musulmana e turcofona degli Uigur hanno portato a sollevazioni popolari e a un forte risentimento anti-cinese.

Come in Tibet e in altre regioni, l’immigrazione Han è stata incoraggiata per rendere meno omogenea la composizione della regione e oggi i cinesi rappresentano circa il 40% della popolazione. Fin dagli anni ’90 questa regione è sotto sorveglianza speciale da parte del governo e delle forze di sicurezza: manifestazioni e festività a carattere religioso subiscono forti restrizioni e, secondo Amnesty International, anche pacifiche organizzazioni locali vengono etichettate come “pericolose” e “separatiste” e messe al bando.

Il vero nodo della questione sta nello sviluppo della regione, ricca di miniere e passaggio strategico della Nuova Via della Seta (oltre che hub della droga proveniente dal Sud-est Asiatico): gli uiguri accusano i cinesi di essere gli unici veri beneficiari di questo indotto e di opprimere la minoranza attraverso l’omologazione culturale e le politiche del lavoro, che garantiscono ai cinesi etnici migliori stipendi e posizioni.

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La regione attraversata dalle rotte della Nuova Via della Seta, in una mappa di Limes

La repressione di ciò che potrebbe essere una pacifica richiesta di maggiore autonomia e riconoscimento, rischia di diventare un focolaio di estremismo islamico e terrorismo.Nel 2014 un’autobomba ha colpito il mercato di Ürümqi, la capitale della Provincia, causando 31 morti e una novantina di feriti.

Si è trattato del primo caso di manifestazione violenta dopo anni di lotte pacifiche (represse invece violentemente dal governo cinese), e il fatto che non sia stata esplicitamente rivendicata getta cattiva luce su un tentativo estremo di calcare la mano sulla questione e mettere a tacere per sempre gli attivisti uiguri.

La Cina ha accusato il Movimento Islamico del Turkestan Orientale. Questo gruppo terroristico si autodefinisce Sherqiy Türkistan Islam Partiyisi, è considerato  alleato del MIU uzbeco e dei Talebani ed è all’interno della rete di al-Qaida. In questo momento è attivo nella guerra civile siriana e il quotidiano liberal libanese al-Akhbar ha accusato il governo turco di sostenerne gli sforzi o perlomeno di non ostacolarne le attività.

Come spesso accade in questi casi, il gruppo sembra fare più gli interessi della Cina, permettendo alla repressione di allargarsi e colpire indiscriminatamente chiunque sostenga la causa della minoranza Uigur. Non è escluso che, come nel caso dei rapporti tra ISIL e servizi segreti turchi, il Movimento subisca infiltrazioni o sostegno indiretto da parte delle forze di sicurezza cinesi, che ne influenzano le azioni a proprio piacimento.

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Manifestazioni anti-cinesi nello Xinjiang, ph: Reuters

Il lungo confine che il Kirghizistan condivide con la regione potrebbe diventare un elemento di rischio anche per il primo: il recente attacco di un’auto-bomba all’ambasciata cinese nella capitale kirghiza, Bishkek, conferma la tendenza transazionale del terrorismo, che diventa un elemento di unione per diversi gruppi estremisti di Paesi confinanti e un rischio destabilizzante per tutta l’area.

Per arginare lo sviluppo dell’estremismo islamico nell’area (e poiché tutto ciò che accade attorno al Celeste Impero è di interesse di Pechino), la Cina, insieme a Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan, e Uzbekistan ha dato vita all’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, che si riunisce una volta l’anno e si è prefissa anche obiettivi di collaborazione in campo economico.

In definitiva, sembra difficile che i Paesi dell’Asia Centrale diventino un centro dell’ISIS, ma è più probabile che rimangano alla periferia della battaglia che si svolge in Medio Oriente, anche per evidenti caratteri geopolitici. Esistono davvero focolai di tensione estremista, ma bisogna vedere fino a che punto questi siano utilizzati ad arte dagli “immortali” despoti locali.

Come qualcuno ha già scritto, la presunta lotta all’ISIS dei Sultani centro-asiatici ricorda un po’ chi combatte con la propria ombra.

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