PERCHÈ LA GUERRA NEL DONBAS NON È UNA COSA DI SINISTRA (e neanche di destra)

La guerra nel Donbas non esiste. È forse il conflitto più ignorato di sempre, nonostante si svolga sotto il naso dell’Europa e dell’Occidente.

Ma per alcuni rappresenta una lotta molto importante, quasi paragonabile ad uno scontro tra Bene e Male. Per queste persone – militanti, volontari, estremisti di vario colore politico – il conflitto nella regione orientale dell’Ucraina, che vede contrapposti i separatisti filo-russi e l’esercito nazionale, è una battaglia ideologica.

Nell’economia del conflitto, anche le ideologie hanno un mercato. Nello scontro tra DNR/LNR e Ucraina non conta più chi riesce a vincere ma chi riesce a convincere. Anche perchè l’obiettivo reale della guerra è ben distante dal separatismo, ed è probabile che la situazione sul terreno rimarrà una ferita aperta da cui tutti sapranno succhiare a proprio vantaggio, come in una nuova Transnistria.

Nel 2014 i separatisti dell’est ucraino si sono chiesti quale bandiera avrebbe “pagato” di più in termini di sostegno interno e solidarietà internazionale. Risposta: l’anti-fascismo. Fino a quel momento non era stato difficile presentare il governo ucraino post-Maidan (che purtroppo di Euromaidan aveva ben poco) come guidato dalla destra estremista nazionalista. Ma il comunismo non è più di moda, e si preferì puntare sulla definizione in negativo (“noi siamo quelli contro di loro”), sul mito dell’Armata Rossa e sul passato “glorioso” dell’Ucraina filo-russa e filo-sovietica, evitando accuratamente di accennare a tutto il resto. O lasciando che ognuno lo interpretasse come preferiva.

E ha funzionato. La propaganda ha colpito a tappeto anche nel nostro Paese e ho constatato spesso la totale disinformazione di persone che normalmente non ritenevo ingenue né male informate. Anche alcuni nostri conterranei sono accorsi a difendere la causa di quelli che reputavano i “compagni” di Donec’k. Peccato che fossero fascisti.

Al contrario di come potrebbe sembrare, i movimenti di estrema destra sono proprio all’origine delle “repubbliche” indipendentiste, ed esponenti importanti ne occupano posti di primo piano, in ambito politico e militare. Il nucleo dei militanti alla guida dell’attuale Repubblica di Donec’k può essere ricondotto a un movimento fondato nel 2005 e subito dichiarato illegale, chiamato appunto Doneckaja Respublika (Repubblica di Donec’k). Secondo quanto riportato dal sito Novosti Donbassa, questo “movimento” sarebbe stato creato artificialmente per dare l’illusione dell’esistenza di un separatismo nato dal basso.

Tra i fondatori figurano ex-membri dell’onnipresente Partito delle Regioni dell’ex presidente Janukovič, e altri appartenenti all’Unione Eurasiatica della Gioventù di Aleksandr’ Dugin, tra cui il famoso Pavel Gubarev. Altri militanti provengono dal tifo calcistico violento e dalle palestre dell’Ucraina orientale, entrambi contesti fortemente segnati dall’estremismo russo, nel quale si mischiano il revisionismo storico, la xenofobia, l’anti-americanismo e vaghi riferimenti al mito fondativo della Rus’.

Il mix ideologico che sottosta al movimento separatista ha ricoperto ogni cosa con una patina opaca di immagini vecchie e nuove, di simbolismo nostalgico, sia sovietico che imperiale. I filorussi utilizzano un’abile strategia mediatica per avvicinare con ogni mezzo l’immaginario collettivo locale e ricevere un sostegno internazionale “multipartisan”.

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Cartellone propagandistico sul “destino” del popolo russo a Donec’k

La compresenza di gruppi di ispirazione diversa è testimoniata dai nomi dei vari battaglioni di “volontari” (alcuni realmente composti da volontari, altri da elementi dell’esercito russo): la polizia segreta è chiamata NKVD come nel periodo staliniano, e coesistono formazioni quali le Armate Russo-Ortodosse, di ispirazione religiosa, e il Battaglione Rusič, nazi-fascista, che mescola la simbologia celtico-germanica al nazionalismo russo.

Come può funzionare allora una retorica del genere, che pone l’accento sulla contrapposizione tra i “fascisti di Kiev” e i “combattenti per la libertà antifascisti di Donec’k e Luhans’k”? Principalmente per due motivi. Il primo è che il concetto di fascismo ha preso un piega diversa ha assunto un significato completamente diverso dall’accezione originale, soprattutto nei Paesi dell’ex-area sovietica. Il fascismo e le etichette che ne conseguono vanno a coincidere sempre più con i campi semantici di “imperialismo”, “filo-americanismo” e “atlantismo”. Essere un fascista, in questo senso, non significa essere seguace di Hitler e Mussolini, ma essere filo-occidentale, sostenere l’imperialismo americano e gli strumenti di questo, la NATO in primis.

Washington viene adattata a metonimia di tutto l’Occidente, Europa compresa, mentre Mosca si presenta come contraltare ideologico a questo. Di conseguenza tutto ciò che non è “russo” può ricadere sotto la generica etichetta di “fascismo”.

L’uso della terminologia appartenente al campo semantico del fascismo per definire l’imperialismo americano è ben documentato fin dai tempi dell’URSS e per questo motivo ha ancora grande presa sulla popolazione: sono in molti a ricordare quando gli americani venivano definiti “fascisti di Washington” dalla propaganda e dai media sovietici.

Il secondo motivo della fortuna di questa “campagna di marketing” è che la narrativa antifascista ha grandissima presa sulla popolazione: la memoria della Seconda Guerra Mondiale è ancora molto forte in Ucraina e non solo. Ai movimenti estremisti di destra basta non presentarsi come tali ma come “regionalisti” o “russi” o “liberatori” e via dicendo. D’altronde moltissimi movimenti xenofobi e di estrema destra tengono molto a presentarsi come realtà assolutamente nuove e indipendenti (pensiamo a Casa Pound Italia, che ha elaborato una propria retorica di specificità e di modernità).

La conseguenza più inaspettata di questa narrativa “pigliatutto” è che una strana compagine politica si è trovata a parteggiare per le posizioni filo-russe e per l’indipendenza della cosiddetta Novorossija.

Dunque da una parte abbiamo la destra: nel nostro Paese, uno dei principali campioni della “causa” è il leghista Matteo Salvini (sicuramente il più abile a farsi notare dai media). Ma la sua strategia è ricalcata sulla battaglia politica interna: per molte imprese del Nord Italia, l’export in Russia era l’unica voce di bilancio in positivo e potenzialmente in crescita. Questo è il motivo per cui alcuni consigli regionali hanno riconosciuto unilateralmente la liceità dell’annessione russa della Crimea (atto scorretto quanto inutile, perché sostanzialmente ignorato dal governo).

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Matteo Salvini intervistato da Russia Today

Ma è soprattutto Marine Le Pen, leader del Front National francese, ad essere nota per le dichiarazioni forti a sostegno di Putin. Ad esempio, in un’occasione lo ha definito “difensore dell’eredità cristiana nella civiltà europea”, sostenendo che le posizioni antifasciste del Presidente non le impediscono di lodarlo e apprezzarlo, per poi aggiungere che “non è un segreto” che il Front National sia finanziato anche da denaro russo. Il fatto che il padre e fondatore del partito, Jean-Marie Le Pen, avesse stretto legami anche con i nazionalisti ucraini e col partito Svoboda, non preoccupa minimamente né la pasionaria della destra francese, né Putin.

Dall’altra parte abbiamo la sinistra: secondo alcuni personaggi della sinistra europea ed italiana le “repubbliche” autonomiste sono espressione di una volontà popolare e di un impeto locale anti-imperialista. Le accuse scagliate da Putin al movimento Euromaidan e poi al governo ucraino, erano dirette ad accattivarsi le simpatie di questa parte dell’opinione pubblica mondiale. Ed è stato facilissimo presentare questa faccia della medaglia, nascondendo le altre, perché questa opinione pubblica, per quanto politicizzata, non era minimamente informata sulla reale situazione ucraina.

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Come scrive Andreas Kappeler, Oggi a Kiev non governano dei fascisti, ma rappresentanti eletti di partiti che sono in maggioranza di orientamento nazional-democratico. Non si può negare che nella Maidan fossero rappresentati gruppi nazionalisti radicali (difficile trovare un Paese europeo che sia privo di forze di estrema destra) ma il vasto movimento di protesta sociale che ha portato al cambio di regime era per la maggior parte di orientamento democratico e liberale.

Dunque ognuno vede la faccia che preferisce vedere di questa Chimera: la libertà, l’autodeterminazione, il nazionalismo, l’internazionalismo (di destra e di sinistra), la xenofobia, l’antisemitismo, il fondamentalismo religioso, il post-comunismo e il neofascismo. Per quanto possa sembrare assurdo.

I fascisti sono tali soltanto se è la propaganda russa a definirli tali, altrimenti sono “alleati contro l’egemonia americana” e parte della “coalizione mondiale” a difesa dei valori cristiani, conservatori, occidentali, anti-occidentali e chi più ne ha più ne metta. Basta tirare acqua al proprio mulino.

L’ambiguità di queste posizioni è però solo apparente, perché il sentimento di ammirazione verso Putin è un fenomeno post-ideologico: non ha nulla a che fare con il “fascismo” o il “comunismo” (termini usati volutamente a sproposito) ma più che altro con l’identificazione del capo nell’uomo forte, la confusione del coraggio e dell’iniziativa con la bellicosità o l’intimidazione, l’illusione che qualunque “piccola patria” si separi da un centro sia degna di supporto, anche se si ignora completamente il contesto reale dello scontro.

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L’utilizzo strumentale di diverse voci apparentemente contraddittorie, forma una narrativa confusionaria ma radicale, che la politica estera russa manipola abilmente, per riuscire a difendere le proprie scelte. Scelte dettate da tutt’altro che dall’ideologia, ma piuttosto dagli interessi economici e geopolitici di Mosca (leggi Gazprom, Unione Economica Eurasiatica, ruolo internazionale della Russia, lotta alle opposizioni politiche).

Non è facile formarsi una propria opinione su qualsiasi argomento (peraltro controverso, come quello della crisi ucraina) ma, prima di credere a tutto quello che dicono Putin, Salvini o Le Pen, leggiamo un libro di storia e qualche articolo in più.

Si tratta del futuro del nostro continente.

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