CINA E GHANA – DOVE VANNO A MORIRE GLI SMARTPHONE. Le città dei rifiuti high-tech

Dove vanno a finire i cellulari quando li buttiamo via? Perché vecchi, obsoleti o rotti, ma anche soltanto perché non ci piacciono più, perché non rispecchiano più la nostra idea di “tecnologia”, di “novità” o di “stile”. O magari perché ce ne offrono di nuovissimi a prezzi convenienti, diciamo dopo circa uno o due anni.

Lo smaltimento dei rifiuti elettronici nel mondo rappresenta un problema di dimensioni enormi se pensiamo a quanto materiale tecnologico utilizziamo, non utilizziamo, fagocitiamo e gettiamo via nell’arco di pochissimo tempo. Tanto più se pensiamo che la maggior parte dei componenti che formano i dispositivi elettronici sono spesso tossici o difficili da riciclare.

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Una discarica di Agbogbloshie, Accra, Ghana.

Alcuni di questi materiali attraversano in pochissimo tempo un ciclo di vita parallelo a quello della new economy: quando vengono estratti, prodotti o lavorati valgono tantissimo. Dalla loro estrazione dipendono economie (legali e sommerse) dal valore immenso. Pensiamo al coltan, al rame, allo zinco, al platino. Per queste miniere si combatte, si vive, si muore per lavoro e per soldi in alcune zone del mondo. Quando sono all’interno di un dispositivo acquisiscono ulteriormente valore: pensiamo alla catena di produzione di un moderno smartphone o di un computer. Alla fine della catena, il cliente ha davanti a sé un insieme di elementi diversi provenienti da tutto il mondo (senza contare il fattore-lavoro) assommati in un unico prodotto, dal costo non indifferente, dal quale dipenderanno molte delle proprie attività: lavoro, svago, accesso alla conoscenza, all’informazione, ecc…

Poco tempo dopo, quel prodotto non varrà più quasi nulla sul mercato: sarà superato, obsoleto; facilmente sostituibile con un altro, più nuovo, più complesso, più potente. A quel punto il valore di mercato di quei componenti sarà molto più basso del valore di partenza. A quel punto sarà più “conveniente” gettarli nell’immondizia (sperando che vengano perlomeno separati dal resto dei rifiuti) e non pensarci più. Qui si ferma la nostra conoscenza. I nostri occhi non vogliono vedere altro. A noi basta sapere questo.

Ma, dal quel momento in avanti, succede di tutto. Dove noi vediamo immondizia, i criminali ambientali vedono materiale da sversare e mazzette da pagare, mentre chi ricicla vede lavoro. In ogni caso, ricchezza da produrre. E la ricchezza può avere molti volti diversi.

Così come, molto prima che arrivino nei negozi, i dispositivi elettronici hanno un impatto pesantissimo sul mondo (la loro produzione influenza l’economia, l’ambiente, la società, la politica); allo stesso modo, quando vengono gettati via, il loro smaltimento (o mancato smaltimento) continua ad avere ricadute gravose sul pianeta e sulla nostra società, e alimenta un settore economico di proporzioni gigantesche.

Chinese worker at Guiyu
Discarica a Guiyu, Cina

Guiyu, Cina. Il distretto industriale, un tempo zona rurale nella provincia meridionale del Guangdong, oggi accorpa cinque città. È considerato la più grande discarica a cielo aperto di rifiuti elettronici nel mondo. Lo sversamento di rifiuti tossici da ogni parte del mondo ha attirato un’economia “grigia”, in parte illecita in parte legale, alla quale attingono diversi gruppi criminali mondiali, dalla Camorra alle mafie cinesi, passando per la politica. La fama sinistra di questo luogo è tale che ne ha parlato anche Roberto Saviano in Gomorra.

I container di rifiuti passano dalle mani di diversi mediatori, che guadagnano la propria fetta e classificano la merce come “riutilizzabile”. Alla fine di questa catena infinita, ogni legame del rifiuto con l’azienda responsabile è stato tagliato: in questo modo i gruppi industriali possono addirittura dimostrare filiere di smaltimento esemplari.

https://www.youtube.com/watch?v=s8pXUrXpj7I

L’alto prezzo dei metalli pregiati, utilizzati dall’industria elettronica, continua ad attirare speculazioni in tutto il mondo, dall’Uganda, al Congo, alla Cina: Guiyu è una miniera, anche se al contrario. Ogni singolo pezzo dei device viene separato, fuso, sciolto con acidi, stoccato, il tutto utilizzando tecniche arretrate e quasi sempre senza protezioni, per essere poi rivenduto all’ingrosso. Ciò che non si può smaltire viene abbandonato o bruciato, con conseguenze pesanti sull’ambiente. Sono stati registrati altissimi livelli di diossina e metalli inquinanti nell’ambiente circostante e una pesante incidenza di malattie correlate: se l’attività ha creato ricchezza (per pochi) e posti di lavoro (a poco prezzo), ha anche segnato in maniera drastica la salute degli abitanti.

Secondo alcune fonti, il guadagno medio di un operaio, adulto o minorenne, si aggira attorno a 1,5$ al giorno (17 centesimi all’ora). La percentuale di piombo nel sangue dei bambini di Guiyu è il 54% più alta di quella dei loro vicini di Chendian.

Ma forse la cosa più assurda è che proprio queste persone, che quotidianamente producono e smantellano i nostri rifiuti elettronici, spesso non hanno mai usato un computer. Il digital divide tra produttori e utilizzatori non è mai stato così profondo.

Toxics e-waste documentation (China : 2005)
Guiyu, ph: Greenpeace

In Ghana invece, le cose sono un po’ diverse. Anche qui vengono sversate continuamente tonnellate di rifiuti elettronici che risultano “smaltiti” dalle grandi corporations. Ma il piccolo Paese dell’Africa Occidentale sta faticosamente cercando una nuova risposta a queste problematiche. Come sempre la necessità aguzza l’ingegno, e i ghanesi non ci stanno ad essere sommersi di rifiuti soltanto per arricchire politici ed imprenditori.

Nel sobborgo di Agbogbloshie, vicino alla capitale Accra, l’inquinamento è altissimo e le discariche di componenti elettronici ingolfano ormai i terreni. Ma qui si cerca una nuova strada: quando possibile, i devices vengono smontati e rimontati per essere rivenduti, alimentando un crescente mercato locale e le esportazioni nei Paesi vicini.

Anche trovando soluzioni più “ecologiche” come questa, il tempo resta il problema principale: mentre nelle discariche a cielo aperto africane si riciclano (male) i nostri forni a microonde del 2001, nel mondo stiamo già producendo immondizia tecnologica per i prossimi 20, 30, 50 anni. Il ritmo è troppo pressante perché possa essere assorbito soltanto da un piccolo Paese come il Ghana.

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Ph: Andrew McConnel, Emir Norlander, Evans McNelly

Inoltre, il mancato riciclo provocherà una carenza di materie prime (in gran parte già rare), che peserà sulle future generazioni, ma sicuramente gioverà a chi le estrae. Perciò, anche noi, nel nostro piccolo, dobbiamo fare la nostra parte. Prima di tutto utilizzando il più possibile questi macchinari, e poi riciclando il più possibile.

Se non possiamo non comprare uno smartphone, almeno possiamo cercare di non cambiarlo ogni anno. Se non possiamo non usare un computer, almeno possiamo cercare di usarlo fino all’ultimo bit di vita. Perlomeno possiamo evitare di farci abbindolare da chi ci offre ogni mese un giocattolo alla moda diverso. Possiamo immaginare che, per una volta, non siano “altri” a decidere per noi, ma siamo noi a scegliere di non volere comprare, produrre, buttare, più di quanto ci serva. Possiamo esigere un maggiore rispetto nei confronti del consumatore, e raggiungere una consapevolezza del nostro impatto sulla vita quotidiana di altre persone, dall’altra parte del mondo.

È vero, ormai questi oggetti hanno una data di scadenza intrinseca, ed è molto difficile ripararli. Ma se davvero volessimo potremmo innescare un nuovo processo, anche un circolo economico virtuoso, basato sul riciclo, la riparazione e il riutilizzo di questi prodotti. Senza bisogno di scaricarli dall’altra parte del mondo, o su altri pianeti, ma gestendoli consapevolmente. E c’è chi lo sta già facendo. Si tratterebbe, per una volta, di imparare qualcosa e lasciare che i Paesi “in via di sviluppo” ci mostrino una nuova via per lo sviluppo.

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Ph: Fairphone Project
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