WUNDERKAMMER – Georges Gurdjieff

Buongiorno e ben ritrovati, fedeli lettori di Wunderkammer. Oggi partiamo da un paio di nozioni storiche per sconfinare senza troppi indugi nella follia.
Considerate, se volete, un periodo che va grosso modo dal 1880 al 1940. Ora prendete un ramo robusto e incideteci una tacca per ogni personaggio, idea e movimento sociale e politico che rientri anche solo lontanamente nella definizione di “matto”. Infine buttate via lo stuzzicadenti che vi siete ritrovati alla fine del nostro esperimento. Complimenti! Ora sapete cosa intendiamo io e un mio amico quando parliamo di “epoca di pazzi”! Progetti folli, entità politiche improbabili, personaggi che attraversano l’Eurasia in lungo e in largo in preda a furore politico o estasi mistica.
A proposito di estasi mistica, un personaggio che merita oggi tutta la nostra attenzione è Georgij Ivanovič Gurdžev, meglio noto come Georges Gurdjieff o, in certi ambienti, come Georgios Georgiades.

Nato tra il 1866 e il 1877 ad Alexandropol (oggi Gyumri), nel territorio armeno all’epoca sotto l’Impero Russo, Gurdjieff passa la sua infanzia e giovinezza nell’Oblast’ di Kars, terra di confine dove vivono russi, armeni, georgiani, turchi, curdi, greci del Caucaso e una decina di altre etnie e confessioni religiose. Cresciuto a pane (azzimo), letteratura scientifica russa e fenomeni sovrannaturali e sotto la guida di un padre falegname di professione e ashik (cantore) per vocazione, il nostro George decide di impiegare i migliori anni della sua vita alla ricerca di una verità nascosta che, a suo dire, né la scienza né le religioni sarebbero in grado di svelare. Con questo voglio dire che di lui non se ne ha più notizia o quasi fino al 1912, anno in cui ricompare come per magia a Mosca e comincia a raccogliere attorno a sé un discreto numero di persone, tra cui Petr Uspenskij, esponente di spicco di quella genia di mistici russi che in quel periodo sembravano spuntare come funghi. Nel giro di qualche anno sono almeno una quarantina i suoi discepoli, destinati a seguirlo a Essentuki, cittadina termale nel Caucaso, Soči, Poti, T’bilisi e infine in Europa, sballottati dagli stravolgimenti della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione Bolscevica. Negli anni Venti è attivo tra Londra, Berlino e Parigi, impegnato in convegni e lezioni per insegnare quella che Uspenskij definì la Quarta Via, un complesso sistema filosofico atto a risvegliare l’uomo dallo stato di sonno in cui vive. Nei suoi viaggi era infatti giunto alla conclusione che la maggior parte delle persone vivesse costantemente in questo stato sonnambolico e che per raggiungere una coscienza superiore fosse necessario un rigoroso Lavoro su di Sé (maiuscolo di Gurdjieff, non mio), secondo un metodo che riuniva e migliorava quelli delle tre grandi correnti religiose degli yogi (mente), dei monaci (emozioni) e dei fachiri (corpo) e che lui stesso aveva appreso in Oriente.
Definito, a seconda delle opinioni, il sincretismo perfetto o un gran casino di roba, il Lavoro su di Sé riuniva letture, meditazioni ed esercizi fisici da quasi ogni corrente filosofica e religiosa del pianeta: danze sacre ispirate ai dervisci sufi, sette minoritarie del cristianesimo, buddhismo tibetano, zoroastrismo, accenni di Zen e riferimenti alla Torah e a non meglio specificate antiche religioni armene.
Estremamente rigido fino alla Seconda Guerra Mondiale, pare che negli ultimi anni di vita Gurdjieff tendesse a presentarsi come un ciarlatano, forse per scoraggiare studenti scarsamente motivati, rifiutandosi di rispondere alle domande e invitandoli a rileggere i suoi libri fondamentali.

movimenti-di-gurdjieff
I Movimenti di Gurdjieff, danze sacre per il corpo, la concentrazione e la trasmissione della conoscenza.

A questo punto sorge spontanea una domanda: da dove arrivava la conoscenza di Gurdjieff? Cosa era successo in quella decina di anni di assenza in cui aveva girovagato per l’Asia Centrale e il Medio Oriente?

L’unica documentazione esistente su quel periodo si riduce a due biografie che Gurdjieff scrisse di proprio pugno, Il Nunzio del Bene Venturo e Incontri con Uomini Straordinari, il che è un problema, perché il contenuto di questi libri oscilla tra la cronaca romanzata e la metafora fino al delirio più completo. Non si può fare affidamento neppure sul percorso seguito, visto che alcuni luoghi risultano essere da tutt’altra parte o semplicemente inesistenti.

Il primo libro è una sorta di racconto degli esordi in cui un giovane Gurdjieff spiega perché si fosse messo in viaggio alla ricerca di quella che considerava la verità ultima dietro l’universo. Confusionario e colmo di riferimenti a persone e testi altrettanto criptici o inventati di sana pianta, Nunzio del Bene Venturo contiene un paio di annotazioni verosimili sui modi in cui il nostro riuscì a mantenersi durante i suoi viaggi, dal curare le dipendenze della gente con l’ipnosi al vendere e barattare qualsiasi cosa gli capitasse davanti. Un cartoncino presente in una delle prime edizioni conteneva una scheda da compilare in cui si chiedeva all’acquirente di indicare, oltre a nome e cognome, anche il come, perché e da chi si fosse venuti a conoscenza del libro e di inviarlo poi all’autore. Gurdjieff stesso probabilmente dovette accorgersi di aver scritto assurdità troppo grandi se è vero che già a un anno dalla pubblicazione lo considerava un errore di gioventù e invitava tutti a disfarsene.
Incontri con Uomini Straordinari è probabilmente il suo testo più famoso, quello più attinente a luoghi e fatti reali (il che la dice lunga) e, aggiungo io, anche quello più divertente da leggere (io però ho un umorismo particolare). Il libro consiste dei ricordi di Gurdjieff a proposito di personaggi particolari da lui incontrati lungo un arco narrativo che va dalla sua infanzia ai suoi viaggi in Asia Centrale fino all’incontro fatidico con la mitica Confraternita Sarmoung. Il filo conduttore è la ricerca della verità, intrapresa sia da Gurdjieff come da tutti i personaggi che incontra. Anche per questo motivo la maggior parte dei commentatori ritiene che questi racconti si debbano leggere come metafore con morale e non come resoconti veritieri. È vero che Gurdjieff considerava il libro una biografia di quegli anni, ma è anche vero che diceva di possedere una mappa dell’Egitto di un tempo precedente la venuta del deserto, copiata di nascosto dall’originale in mano a un prete armeno, e che suo padre, grande conoscitore dell’Assiria e dei popoli mesopotamici, fosse in grado di cantare a memoria e in lingua l’Epopea di Gilgameš. Lungo le sue peregrinazioni incontra uomini in grado di leggere il pensiero, di attirare eventi benevoli su di sé grazie a ripetuti esercizi aerobici e spiriti che tentano di impossessarsi dei corpi di soldati morti. È impossibile stabilire quanto di tutto questo sia realmente avvenuto e in che modo. Considerando però che la pubblicazione del libro risale al 1930, quando l’attività di “insegnante” di Gurdjieff era al suo culmine, è probabile che abbia coscientemente rimaneggiato molti episodi per presentarli come fonte di ispirazione ai lettori. E a proposito di episodi, quello più rappresentativo di tutta l’opera di Gurdjieff, nonché del suo carattere, è quello della Confraternita Sarmoung. Preparatevi del tè molto abbondante e molto forte, perché da qui in poi entriamo in una storia di Corto Maltese.

Un po’ di contesto: l’anno è il 19e boh e Gurdjieff, dopo aver girovagato per il Caucaso, ritorna ad Alexandropol dove ritrova il suo vecchio amico Pogossian, novello prete pieno fino al gozzo di letteratura dell’antica Armenia. Come si dice, Dio li fa e poi li accoppia e i due, entrambi ormai convinti che gli uomini del passato disponessero di conoscenze riguardo la verità ultima ormai dimenticate, decidono di costruirsi una capanna tra le rovine di Ani, l’antica capitale armena distrutta da un terremoto nel XIV secolo.

La cinta muraria della gloriosa città di Ani.
La cinta muraria della gloriosa città di Ani.

Scavando “nella speranza di trovare qualcosa”, incappano in una vecchia cella monastica e in alcune antiche pergamene. Una di queste, scritta da un certo Padre Arem, parla della Confraternita Sarmoung e della sua ubicazione, “nella valle di Izrumin, a tre giorni di cammino da Nivssi”. Entrambi conoscevano già tale Confraternita, nominata in un libro inesistente chiamato Merkhavat, nel quale si diceva che fosse un’antichissima scuola esoterica fondata a Babilonia nel 2500 a.C. e di cui se n’erano perse le tracce a partire dal 600 d.C. Si diceva inoltre che questa antica scuola custodisse numerosi segreti riguardo l’universo e la realtà delle cose. Nivssi viene da loro identificata con Ninive, capitale del regno assiro divenuta poi Mosul con la conquista araba. Nemmeno il tempo di dire “Assurbanipal” che sono già in viaggio verso la Siria, accodati a una delegazione armena incaricata di portare una lettera a un prete della città di N (sic). Il loro viaggio è complicato da una sequela di incontri e disavventure, al termine delle quali si ritrovano coinvolti in una rissa tra marinai greci a Smirne (che, nel caso ve lo steste chiedendo, non è esattamente sul percorso Armenia-Siria). Ma non tutto il male viene per nuocere, perché in Kurdistan hanno avuto modo di trovare e copiare la famosa mappa dell’Egitto pre-deserto e decidono di approfittare della generosità dei loro nuovi amici ellenici per salpare alla volta di Alessandria d’Egitto, dove le loro strade si divideranno. Di Sarmoung Gurdjieff non fa più menzione fino a qualche anno più tardi, quando si trova a Buchara (moderno Uzbekistan) in compagnia del pope Solovev. Qui rincontra il suo vecchio amico Bogga-Eddin, derviscio della confraternita sufi della Naqshbandiyya (tutto chiaro fin qui?), che lo introduce a un anziano saggio membro della Confraternita Sarmoung. Dopo alcuni incontri il saggio accetta di condurre lui e Solovev al monastero della Confraternita, a condizione che i due viaggino bendati. Partendo “dalle rovine di Yeni Hissar” (probabilmente Hisor nel Tajikistan occidentale), proseguono per due settimane nel buio più totale, togliendosi le bende soltanto alla sera per mangiare e una volta di giorno per attraversare un ponte di corde. Giunti al termine del viaggio, si apre davanti a loro una stretta gola circondata da montagne innevate e, sul fianco di una di queste, un monastero cinto da alte mura. I monaci al suo interno parlano una varietà di lingue, tra cui pashtun, turcomanno (sic) e pshenzis, lingua ignota di cui Gurdjieff conosce solo qualche parolaccia, e li accolgono come se li conoscessero da anni. Cosa succede al monastero? Gurdjieff si preoccupa più di raccontare del suo ricongiungimento con Jurij Lubovedskij, principe russo appassionato di esoterismo e suo vecchio amico, che del resto. L’unico indizio su cosa si pratichi nel tempio ci arriva quando descrive le danze rituali che le sacerdotesse eseguono seguendo istruzioni incise su grandi pilastri d’oro e di roccia che ricordano una foresta, danze che probabilmente sono alla base dei famosi “movimenti” che Gurdjieff inserirà anni più tardi nel suo Lavoro. Il capitolo successivo, in cui viene raccontata la morte tanto tragica quanto bizzarra di Solovev, morso da un cammello, si apre nel deserto di Gobi senza più alcun accenno al monastero.

Nel corso degli anni numerose persone, dando per scontata l’esistenza della Confraternita, hanno cercato di identificarne la posizione. Uspenskij la collega allo zoroastrismo, reputando Sarmoung la pronuncia armena del persiano sar-man, “colui che preserva la dottrina” (lo stesso termine può significare anche “ape”, ma per ora sorvoliamo), mentre Desmond Martin la colloca tra le montagne dell’Hindu Kush nel nord dell’Afghanistan. Idries Shah, famoso pensatore sufi del XX secolo, riporta diverse storie e preghiere sarmouni mentre Omar Michael Burke, probabile suo pseudonimo, scrive di diversi incontri con loro, descrivendoli come una rete di villaggi e case sparse piuttosto che come un singolo monastero. L’attivista e diplomatico canadese James George, infine, la ritiene un’errata trasposizione di Surmang, un gruppo di monasteri buddhisti nell’omonima catena montuosa in Tibet.

Forse in fin dei conti non aveva torto un suo studente quando diceva che il viaggio principale di Gurdjieff, e quello che tutti dovrebbero intraprendere, consiste nel viaggiare col pensiero.

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