Brexit, un voto che ha cambiato la storia del Regno Unito

È passato ormai qualche mese da quando, il 23 giugno di quest’anno, i cittadini britannici hanno deciso di votare “leave al referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il risultato scaturito dalle urne si è rivelato senza alcun dubbio inaspettato per molti ed ha generato un clima di incertezza e paura soprattutto tra le cancellerie del vecchio continente. Dall’altro lato, i partiti euroscettici hanno salutato il voto con ottimismo, certi che il buon esempio dato dal Regno Unito possa così scatenare un effetto a catena in cui sempre più Stati nazionali decideranno di svincolarsi da Bruxelles.

Ad oggi, sembrerebbe che l’economia britannica sia riuscita ad attutire egregiamente il colpo causato dalla Brexit, tuttavia, bisogna ricordare che la Gran Bretagna non ha ancora avviato i negoziati per uscire dall’Unione Europea. Sebbene sul breve periodo le cose sembrino andare molto meglio di quanto ipotizzato, è sul lungo periodo che i problemi cominceranno a farsi più complicati: a cominciare dalla svalutazione della sterlina, fino alle conseguenze che comporterebbe uscire da un’unione doganale.

Il voto di giugno ha perciò segnato l’inizio di un nuovo corso per la storia del continente europeo e per le isole britanniche. Varrebbe quindi la pena analizzare quali saranno le maggiori conseguenze politiche ed economiche a cui potrebbe andare incontro la Gran Bretagna una volta uscita definitivamente dall’Unione Europea.

Brexit: un voto di protesta

Vi è da fare innanzitutto una premessa: più che un voto contro l’Unione Europea, istituzione che la gran parte dei britannici e degli europei in generale non conosce a sufficienza, i sostenitori del leave hanno votato contro l’operato del governo Cameron e contro l’establishment britannico in generale, incapace di dare una risposta al problema dell’immigrazione. Il voto del 23 giugno è stato perciò un voto anti-sistema e di protesta, che esprime un sentimento in linea con tanti altri presenti sul continente.

Si è trattato, ovviamente, anche di un voto contro un’Europa percepita come oppressiva, germano-centrica e promotrice della libertà di circolazione: per la maggior parte degli elettori inglesi nel Regno Unito ci sono troppi stranieri. Proprio questo è stato uno dei motivi principali per cui molti hanno votato leave (gli italiani in Gran Bretagna sono poco più di mezzo milione, ad esempio). Insomma, poco importa se l’immigrazione che arriva dai paesi UE è composta prevalentemente da persone spesso istruite e specializzate, che la Gran Bretagna riceve “gratis” senza che abbia dovuto sostenere i costi della loro istruzione. E poco importa se l’immigrazione considerata “non specializzata” arriva per lo più da Paesi che non appartengono all’Unione Europea, che poco hanno a che fare con il trattato di Schengen.

File photo of Vote Leave supporters waving Union flags, following the result of the EU referendum, outside Downing Street in London
Alcuni leavers manifestano a Downing Street REUTERS/Neil Hall/File Photo

Verrebbe da chiedersi, perciò, se gli inglesi abbiano ponderato a sufficienza sulle reali conseguenze della Brexit, come ad esempio l’uscita dal mercato unico, la rinegoziazione dei trattati commerciali e in generale la rinuncia a tutti i benefici portati da un’unione doganale. A confermare questi dubbi, basterebbe ricordare che, il giorno dopo il referendum, Google ha registrato un’impennata delle seguenti ricerche: “cosa significa lasciare l’UE?”, “cos’è l’UE?” e infine “quali sono i Paesi che appartengono all’UE?”. Insomma, molto probabilmente i cittadini britannici non erano adeguatamente preparati a prendere tale decisione, che, a detta di molti, sarebbe troppo delicata per essere affrontata in un referendum, visto che prende in considerazione aspetti economici, politici e geopolitici che il cittadino medio non è detto che conosca.

I leader della campagna per il “Leave”: Johnson e Farage

Probabilmente, non erano preparati a vincere neppure gli stessi promotori del leave, ovvero l’ex-sindaco di Londra Boris Johnson e l’ex-leader del partito Ukip Nigel Farage. Il primo, ora ministro degli Esteri del governo May, il giorno dopo il referendum aveva dichiarato che non vi era alcuna fretta ad uscire dall’Unione Europea e che si dichiarava contrario all’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico. Un po’ come se, dopo un divorzio, uno dei coniugi continua a pranzare e a utilizzare i servizi della casa dove ha abitato con il coniuge da cui ha divorziato. Potrebbe sembrare un controsenso, se non fosse che anche Johnson conosce i vantaggi economici che comporta essere membri di un’unione doganale. Insomma: non ci piacete, ma ci fa piacere usufruire dei benefici che si ottengono stando insieme.

Il neo ministro degli Esteri non parte di certo con i favori del pronostico: sono ormai famose le sue gaffe all’indirizzo del Presidente Obama, di Hillary Clinton e persino della Regina Elisabetta. La sua nomina agli Esteri è stata accolta negativamente sia da gran parte della stampa, sia dalle sue controparti europee, che non si sono mostrate troppo entusiaste all’idea di dover lavorare con l’eccentrico ex-sindaco. Per la Gran Bretagna questa vicenda non rappresenta di certo un buon biglietto da visita, considerato il fatto che, per i prossimi anni, Johnson dovrà ritrattare con ogni singolo Paese europeo e non, importanti questioni commerciali, economiche e politiche. In realtà, per molti analisti, più che per una propria convinzione anti-europeista, Johnson avrebbe cavalcato il fenomeno dell’euroscetticismo per guadagnare la leadership del partito conservatore britannico al posto di Cameron (cosa che poi, alla fine, non è avvenuta).

L’ormai ex-leader dello Ukip Nigel Farage ha abbandonato la scena politica dopo il voto. La campagna dei Leavers di Farage, basata sulla paura e su una retorica anti-immigrazione, è stata corredata anche da alcune clamorose menzogne. La più famosa delle quali è stata sbugiardata in diretta televisiva durante la trasmissione Good Morning Britain. Per tutta la campagna, infatti, i Leavers hanno promesso che i 530 milioni di sterline versati dal Regno Unito all’Unione Europea settimanalmente si sarebbero potuti spendere per migliorare il sistema sanitario nazionale, manovra che lo stesso Farage ha ammesso fosse impossibile da attuare. Senza contare poi i manifesti sull’entrata nell’Unione Europea della Turchia, evento che, allo stato attuale delle cose, è molto lontano dalla realtà. Per finire, un altro manifesto controverso della campagna del fronte leave mostrava una foto di profughi siriani con la didascalia “Breaking point! The EU has failed us all!”, facendo leva sulla retorica dell’invasione straniera.

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Bus della campagna elettorale dei Leavers dove campeggia lo slogan sulla sanità pubblica (Getty)

Dopo aver mentito ai suoi elettori e aver portato il Regno Unito su una delle strade più complicate e ardue della sua storia, immediatamente dopo il referendum Farage ha deciso di compiere una mossa che non ci si aspetta da un leader politico: ha abbandonato la nave lasciando ad altri il compito di gestire il difficile percorso dell’uscita dall’Unione Europea. Inoltre, sa ancor più di beffa la notizia, non smentita dal diretto interessato, secondo cui l’ex-leader Ukip sarebbe stato avvistato in coda davanti all’ambasciata tedesca a Londra, intento a richiedere la doppia cittadinanza, utile per poter viaggiare (o emigrare?) e usufruire dei vantaggi dell’Unione anche quando la Brexit sarà effettiva. Alla fine, le bugie dette in campagna elettorale sono state sufficienti per indirizzare la maggioranza dei britannici a votare leave, avviando così un percorso che già adesso sta spaccando il Paese.

Il regno disunito

Il 24 giugno la Gran Bretagna si è risvegliata profondamente divisa al suo interno. I risultati per area geografica mostrano come il Paese sia spaccato tra centro e periferia. Gran parte dei cittadini londinesi, così come quelli di alcune grandi città, hanno infatti votato per il remain, mentre i Leavers hanno vinto in modo particolare nelle campagne. Alcuni abitanti di Londra, infatti, non solo hanno chiesto a gran voce di poter tornare a votare, ma hanno anche suggerito una improbabile ma significativa e provocatoria “Londonexit” dal Regno Unito.

Proposta di indipendenza, in questo caso molto meno improbabile, è tornata però ad avanzarla la Scozia. Il Paese ha infatti votato massicciamente per rimanere nell’Unione Europea e il Primo Ministro Nicola Sturgeon è seriamente intenzionata a far rispettare la volontà dei suoi elettori: una Scozia indipendente membro dell’Unione Europea. Allo stesso modo ha votato l’Irlanda del Nord che, secondo uno studio del Northern Ireland Department for Enterprises, sarebbe la regione della Gran Bretagna che più di tutte risentirà negativamente della Brexit. Anche in questo caso si sarebbe paventata l’ipotesi di un referendum sulla riunificazione irlandese. Infine, per ragioni alquanto ovvie dettate dalla sua posizione geografica, è a Gibilterra che il remain ha ottenuto una vittoria netta con il 95,5% di consensi. Per l’economia di Gibilterra l’effetto della Brexit sarà devastante. Visti i risultati elettorali, la vicina Spagna ha proposto un condominio ispano-britannico o la diretta annessione del territorio d’oltremare.

Insomma, i Leavers, che hanno votato l’uscita dall’Unione proprio per ragioni nazionalistiche, in una notte sono riusciti a mettere in pericolo la stessa unione britannica che esiste da 215 anni. La stessa Regina Elisabetta non avrebbe accolto con tranquillità la spaccatura generata dalla Brexit. In questo caso, infatti, invece di essere ricordata come la più longeva regina della Gran Bretagna, potrebbe passare alla storia come l’ultima regina del Regno Unito di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.

Ma la Gran Bretagna si è ritrovata in una situazione di forte instabilità anche dal punto di vista della politica interna, che si è sempre mostrata solida durante la sua lunga storia. All’indomani del voto per la Brexit, la politica britannica ha cominciato a spaccarsi sia a destra che a sinistra. Sul fronte laburista, il Presidente del Partito Jeremy Corbyn è stato attaccato e sfiduciato proprio da gran parte dei laburisti. Corbyn sarebbe stato colpevole di non aver condotto in modo appropriato la campagna pro-remain, non opponendosi in maniera sufficientemente decisa all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Il Partito Labour si trova ora immerso in una profonda crisi, spaccato sia al suo interno, sia nei rapporti con la propria base, rimasta profondamente delusa dal voto del 23 giugno. Corbyn, recentemente rieletto alla guida dei Laburisti ha di fronte a sé la grandissima sfida di ricompattare il partito.

Allo stesso modo, le dimissioni di David Cameron hanno lasciato il Partito Conservatore in una situazione di grande incertezza. Dopo un mese travagliato, il 13 luglio Theresa May è stata nominata Primo Ministro dalla Regina, con l’incarico di formare un nuovo governo. Nonostante la May si sia mostrata contraria all’uscita del Regno Unito durante la campagna per il referendum, sarà proprio il suo esecutivo a dover gestire la Brexit. Il nuovo Primo Ministro, oltre a nominare Johnson agli Esteri, ha posto David Davis come “Ministro per la Brexit”. Nonostante il Primo Ministro abbia dichiarato di voler iniziare le procedure per l’uscita dall’Unione Europea entro fine marzo 2017, il processo sarà tecnicamente molto complicato da attuare e tutt’ora non si hanno altri dettagli sul piano di uscita del governo May.

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Il nuovo Primo Ministro britannico Theresa May (Ph. Carl Court)

Le conseguenze economiche

Le conseguenze della Brexit sull’economia britannica saranno molto serie. Quando un Paese come la Gran Bretagna, importatore netto e profondamente legato alle altre economie del continente lascia un’area di libero scambio come l’UE, gli effetti non possono che essere negativi. Questo perché, quando un Paese terzo commercia con un’area di libero scambio, ci perde sempre. Far parte di un’unione doganale permette sia grandi vantaggi nel commercio con gli altri Paesi membri, per via delle tariffe basse o assenti, sia nel commercio con i Paesi terzi.

Lo sanno bene Johnson e Farage, i quali, come detto, hanno più volte dichiarato di volere una Gran Bretagna che rimanga membro del mercato unico. In effetti, se il governo May riuscirà in questa impresa, i danni economici di lungo periodo per la Gran Bretagna potranno attenuarsi considerevolmente. In ogni caso, far parte di un’unione doganale su cui non si ha potere decisionale perché non si ha più una rappresentanza all’interno del Parlamento europeo costituisce un grave handicap.

D’altronde molti in Gran Bretagna, ben prima del referendum, avevano lanciato l’allarme che una possibile Brexit avrebbe potuto comportare gravi conseguenze sull’economia. In effetti, il giorno dopo il voto la sterlina è crollata ai minimi rispetto al dollaro, evento che non accadeva dall’85. Dopo un’estate in cui sembrava avesse ripreso terreno, la moneta britannica è tornata a deprezzarsi, il che ha un effetto diretto sull’inflazione.

Sebbene sia vero che una moneta debole consenta a un Paese di rendere le proprie merci molto competitive per l’export, è vero anche che la Gran Bretagna è importatrice netta. Di conseguenza, l’acquisto di beni e servizi importanti è diventato più oneroso. In poche parole, il cittadino britannico spenderà di più per fare la spesa, con conseguente calo dei risparmi; lo Stato dovrà spendere più soldi per acquistare i beni e i servizi primari, riducendo la spesa per gli investimenti, e infine le imprese britanniche saranno costrette ad aumentare i prezzi al consumo. Se a questo si dovesse aggiungere l’incremento del prezzo delle materie prime la questione diventerebbe ancora più seria. Se ciò non bastasse, la stessa May ha più volte avvertito la popolazione britannica che si dovranno alzare le tasse, oltre che tagliare la spesa pubblica.

Un’altra questione importante riguarda il settore dell’alta finanza. L’economia inglese è difatti sostenuta in larga parte dalla finanza della City di Londra. L’uscita dal mercato unico e dalle regole comunitarie è un problema per le grandi società che hanno sede a Londra poiché verrebbe meno la regola del “Passaporto”: una società con sede nella City può infatti operare in tutta l’UE. Secondo un sondaggio pubblicato dalla Kmpg Advisory, a seguito della Brexit il 72% dei manager avrebbe intenzione di spostare la sede delle proprie società in Europa, così da avere la possibilità di accedere al mercato unico. L’economia britannica potrebbe perciò risentire parecchio dell’assenza di un’alta finanza trainante.

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Skyline della City di Londra, tempio dell’alta finanza mondiale (Ph. Paul Rogers)

Sulla questione si è espresso molto chiaramente anche il governo giapponese. Negli stessi giorni in cui si svolgeva la riunione del G20 in Cina, il Giappone ha pubblicato sul sito del proprio Ministero degli Esteri una nota che ha fatto molto discutere. Tokyo ha infatti dichiarato che se alle imprese giapponesi con sede a Londra non sarà garantito l’accesso al mercato unico, saranno costrette ad andarsene. La nota prosegue inoltre con un invito al governo May affinché vengano minimizzati gli impatti negativi sulle imprese giapponesi. Questo perché Londra rappresenta una porta di passaggio per gli investimenti in Europa non solo per il Giappone, ma per tutte le grandi economie e multinazionali mondiali. La richiesta del Giappone potrebbe perciò non rimanere isolata ancora per molto.

A tal proposito, varrebbe la pena ricordare che in una città come Sunderland, che ha rappresentato la roccaforte dei Leavers, il voto a favore dell’uscita potrebbe rappresentare un clamoroso “autogol”. La città, dopo anni di crisi economica durante tutti gli anni ’80, ha finalmente potuto ospitare una fabbrica della Nissan che attualmente fornisce lavoro a migliaia di persone. A seguito della Brexit la fabbrica sarà costretta a chiudere perché le automobili prodotte dovevano essere destinate al mercato europeo. Nel momento in cui la Gran Bretagna uscirà definitivamente dall’Unione, per l’azienda nipponica sarà infatti estremamente meno conveniente produrre sul suolo britannico. Il risultato sarà quindi un ritorno della crisi economica nell’area con una conseguente impennata della disoccupazione. Il caso di Sunderland non è unico e moltissime altre fabbriche e imprese potrebbero seguire l’esempio della Nissan.

I fondi europei e la sanità pubblica

Gli effetti negativi della Brexit non riguarderanno comunque solo la finanza e l’industria. Una questione che non sempre viene evidenziata è quella dei fondi europei che cesseranno di essere erogati da Bruxelles. Ad esempio, l’intera agricoltura britannica viene attualmente sostenuta da questi fondi. In mancanza di essi le medie e piccole imprese agricole britanniche, che già fanno fatica ad imporsi sul mercato, rischieranno il fallimento. Similmente, verranno a mancare anche 1,2 miliardi di sterline destinate alle università inglesi per la ricerca scientifica. Un caso a parte riguarda la Cornovaglia: gli assessori regionali hanno supportato il fronte del leave con particolare vigore, salvo poi ricordarsi dell’aiuto fondamentale che i fondi europei rivestono per l’arretrata regione inglese. Da ultimo, ma di rilevanza primaria, è il problema della sanità pubblica: la mancanza di manodopera costituita da personale proveniente dai Paesi UE potrebbe avere gravissime conseguenze su tutto il sistema sanitario.

Un difficile percorso

Per concludere, la Gran Bretagna ha di fronte a sé un cammino particolarmente tortuoso. Il governo May dovrà innanzitutto iniziare a ritrattare gli accordi commerciali con ogni singolo Paese extra-europeo e con l’Unione Europea stessa, la quale ha già fatto capire che non riserverà alcuno sconto a Londra. Il 2 ottobre Theresa May ha fatto sapere al mondo che attiverà il processo di separazione dall’Unione entro fine marzo, con grande soddisfazione anche da parte europea per via dell’esistenza di una data quantomeno certa sull’avvio della procedura.

In ogni caso ora la Gran Bretagna è un Paese con un futuro indubbiamente incerto e politicamente spaccato, le cui prospettive economiche non sembrano per nulla rosee, nonostante per il momento stia tenendo molto bene i contraccolpi del voto di giugno. Il popolo britannico ha espresso la propria opinione, probabilmente lasciandosi abbindolare da false promesse di leader che non si sono assunti pienamente la responsabilità delle proprie azioni, i quali hanno cavalcato il sentimento euro-scettico senza tener conto delle gravi conseguenze che avrebbe causato.

Un Paese dapprima virtuoso e stabile ora dovrà affrontare una delle sfide più importanti della propria storia. L’unico modo che il Regno Unito avrebbe di limitare i danni è cercare di rimanere nel mercato unico, seguendo la cosiddetta “via norvegese”, oppure cercare di attuare la cosiddetta “via svizzera” del paradiso fiscale, cosa che irriterebbe non poco i partners europei. Insomma, la Brexit sembrerebbe proprio un pasticcio che il popolo britannico sembra essersi voluto infliggere senza valutare bene cosa avrebbe comportato: questo accade quando il voto di “pancia” vince contro il voto di “testa”. Ciò che preoccupa è che il caso del referendum britannico possa essere solo il primo di tanti voti di “pancia”. Bisogna ricordare, infatti, che l’8 novembre la più grande superpotenza nucleare del pianeta andrà al voto, e che uno dei due candidati si chiama Donald Trump.

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One thought on “Brexit, un voto che ha cambiato la storia del Regno Unito

  1. L’analisi è pulita e lineare.
    Mi chiedo se il suffraggio universale oggigiorno abbia ancora validità di esistere. Le masse accecate dai risentimenti sono facilmente manipolabili, il voto non comporta spargimento (immediato) di sangue e con i sistemi maggioritari non si vota “per” ma “contro”, idem per i referendum. Purtroppo dopo le scelte della pancia la fase digestiva diventa particolarmente pesante.

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