Ey Reqib. Due parole dal Kurdistan

Il 1 ottobre i curdi siriani hanno rilasciato un comunicato in cui si dichiarano pronti a prendere parte assieme alla coalizione guidata dagli Stati Uniti ad un’eventuale battaglia per liberare Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria. A una condizione: che tutti i membri della coalizione riconoscano e sostengano il progetto federale del Rojava e forniscano equipaggiamento alle forze combattenti delle YPG e del PKK.
Questa notizia, che a quanto ne so nel nostro paese è stata riportata solo da Rete Kurdistan Italia, mi ha dato lo spunto per fare un resoconto su quella parte del mondo di cui qui sentiamo parlare poco e male.

Prima di continuare è necessaria una piccola legenda. Il Medio Oriente è un crogiolo di culture e popoli diversi fin dai tempi dell’Impero Romano e per noi disgraziati che ancora capiamo poco della guerra civile siriana può essere difficile stare dietro a ognuno. Per questo motivo riporto qui le denominazioni più comuni che troverete nel testo.

PKK: Partiya Karkerên Kurdistanê (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Partito curdo in Turchia, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan. Da allora lotta sia sul piano politico che su quello militare per il riconoscimento dei diritti curdi e dell’autonomia del Kurdistan turco. È nella lista nera di NATO, Unione Europea, Stati Uniti e Turchia come organizzazione terroristica.
PYD: Partiya Yekîtiya Demokrat‎ (Partito dell’Unione Democratica). Partito curdo in Siria, fondato nel 2003 come ramo siriano del PKK. È attualmente il partito di maggioranza nella regione autonoma del Rojava.
YPG: Yekîneyên Parastina Gel‎ (Unità di Difesa del Popolo). Braccio armato del PYD e le forze armate principali del Rojava, fondate nel 2011 alla vigilia della guerra civile siriana. Considerate organizzazione terroristica dalla Turchia. Al loro interno sono presenti le brigate femminili delle YPJ (Yekîneyên Parastina Jin, Unità di Difesa delle Donne).
Peshmerga: letteralmente “fino alla morte”, sono i battaglioni curdi inquadrati nell’esercito iracheno e gestiti dalla regione autonoma del Kurdistan iracheno, con capitale a Erbil. Fino al tardo 2014 quest’ultima non solo non aveva alcun legame con il PKK e il PYD ma li osteggiava apertamente. In seguito all’avanzata dell’IS su Kirkuk e allo sbandamento dei peshmerga, sono state le YPG a risolvere la situazione, entrando in Iraq da nord e respingendo gli islamisti oltre il Tigri. In un evento senza precedenti, tanto i peshmerga quanto il governatore curdo Barzani hanno ringraziato le YPG e annunciato piena collaborazione con loro.
HSD o SDF nella grafia inglese: Ḥaylawotho d’Suriya Demoqraṭoyto (Forze Democratiche Siriane), termine collettivo che designa l’alleanza militare tra le YPG e un gran numero di battaglioni e milizie siriane, turcomanne e delle tribù arabe della Siria. Costituiscono le forze armate, oltre che i fondatori, della Federazione della Siria Settentrionale e del Rojava.

La situazione per nulla incasinata in Medio Oriente. Fonte: liveuamap.com
La situazione per nulla incasinata in Medio Oriente. Fonte: liveuamap.com

Il territorio autonomo del Rojava è nato nell’estate del 2012 quando, nel caos della guerra civile siriana, le YPG hanno optato per la scelta più sensata e deciso di difendere il territorio, e in particolar modo le zone a maggioranza curda, da chiunque intendesse portarvi la guerra. Con il crollo di Assad sul finire del 2013 sono state le uniche forze in grado di arrestare e respingere l’avanzata dei jihadisti di al-Nusra prima e dell’IS poi.

Nei mesi successivi a difendere la regione non sono solo i curdi ma un gran numero di milizie e brigate più o meno regolari di arabi, turcomanni e di tutte le minoranze presenti nella zona. Con il controllo completo del territorio viene ufficialmente annunciato il nuovo governo autonomo. A marzo 2016 viene proclamata la nascita di un progetto federale che mira a difendere i diritti di tutti i suoi abitanti, senza distinzioni di etnia, genere o credo religioso.

“Noi popoli che viviamo nelle Regioni Autonome Democratiche di Afrin, Cizre e Kobane, una confederazione di curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni, liberamente e solennemente proclamiamo e adottiamo questa Carta.
Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione dei popoli.”

Il testo completo descrive ciò che sembra difficile non solo in Medio Oriente ma anche nel resto del mondo: un progetto federale in cui ogni cantone è amministrato autonomamente dai suoi rappresentanti popolari senza che questo incida sull’integrità dello stato (in questo caso la Siria). Il progetto non si pone in opposizione agli stati confinanti né a quello di cui fa parte, ma come modello da esportare ovunque.

“Articolo 12:
Le Regioni Autonome fanno parte integrante della Siria. Sono un modello per un futuro sistema decentrato di amministrazione federale in Siria.”

Questo è probabilmente il motivo per cui la maggior parte del sostegno al Rojava viene non dagli stati sovrani ma da organizzazioni apolitiche e da vari partiti socialisti e anarchici. Pur con le migliori intenzioni di convivenza pacifica, un simile modello costituirebbe un pericolo per tutti quegli stati che della propria sovranità assoluta hanno fatto la loro ragione di vita. Senza fare nomi, penso a uno stato piuttosto vicino al Rojava ma anche a un paio più distanti che sembrano sempre aver qualcosa da dire sulla questione.

Altro punto che lascia sbigottita molta gente: l’uguaglianza totale. Una caratteristica che dovrebbe essere la base di ogni stato moderno ma che in qualche modo viene spesso a mancare, peraltro senza che ci si scandalizzi troppo. Scandalizza invece vedere un territorio sul quale convivono dieci etnie diverse, al centro di uno dei luoghi più caotici del pianeta, e rendersi conto che quelle dieci e più etnie riescono non solo a coesistere ma anche a collaborare tra di loro. E non è solo una questione etnica: in Rojava vivono sunniti, cattolici e ortodossi siriani, yezidi e zoroastriani senza che qualcuno pensi a sgozzare l’altro. Questo più che sabbia negli occhi è un vero e proprio pugno nello stomaco per tutti quei buffi omini pieni di rancore che gridano allo scontro di civiltà e all’innalzamento di muri. Per non parlare del ruolo delle donne, che lungi dall’essere sottomesse sono diventate uno dei simboli della libertà del Rojava, oltre che della lotta contro l’IS: dopo quattro anni di scontri, le YPJ rimangono ancora il battaglione più temuto e odiato dagli islamisti.

A proposito di lotta all’IS, sapete quali sono state le forze che più di ogni altra hanno impedito allo Stato Islamico di fagocitare il Medio Oriente? Non i peshmerga e l’esercito iracheno o il fragile Esercito di Liberazione Siriano, né tantomeno i bombardamenti da circo di Stati Uniti, Russia e Turchia: i curdi delle YPG e del PKK e poi tutte quelle milizie irregolari arabe e non ora inquadrate nelle Forze Democratiche Siriane del Rojava. Sono state le YPG a riconquistare i territori iracheni abbandonati dai peshmerga in fuga e a liberare Kirkuk e Makhmour e con esse le migliaia di profughi yezidi che l’IS stava sterminando indisturbato. Sono state le YPG a proteggere il confine iracheno e a strappare interi villaggi al controllo dello Stato Islamico. Sono state le YPG a impedire che quello stesso Stato Islamico ottenesse una via d’accesso privilegiata (più privilegiata di quelle già fornite da Erdoğan, s’intende) alla Turchia difendendo la città di confine di Kobane, in uno scontro così lungo e sanguinoso che la “resistenza” di cui parlano i media non va nemmeno vicino a descriverlo. Come hanno già ricordato i Wu Ming “ogni volta che si è trovato di fronte un nemico serio e determinato, che fosse in Iraq o in Siria, l’IS le ha prese secche, e senza bombardamenti aerei da parte di chicchessìa” e attualmente l’unico nemico serio e determinato nella regione è costituito dalle forze armate alla bell’e meglio di un improbabile progetto federale.

Bandiera delle YPG su un colle attorno a Kobane dopo la ritirata dell'IS. Fonte: BBC.
Bandiera delle YPG su un colle attorno a Kobane dopo la ritirata dell’IS. Fonte: BBC.

Tutto questo io l’ho scritto con molta stima e un pizzico di orgoglio riflesso ma anche con tanto amaro in bocca. Perché quello che ho visto e vedo da questo lato del Mediterraneo è ben poco confortante. Ho visto i media italiani puntare tutto sui bombardamenti americani e i peshmerga e non nominare nemmeno di striscio il PKK; ho visto quello stesso PKK rimanere inascoltato quando denunciava gli accordi e i traffici dell’IS in Turchia; ho visto il mutismo più totale dell’Europa quando lo scorso 24 agosto Erdoğan ha cominciato un’offensiva senza precedenti nel Kurdistan turco con la malcelata intenzione di tagliare un corridoio tra quest’ultimo e il Rojava, inasprendo quella lotta che da quattro anni i curdi portano avanti stretti tra due fronti (Turchia e IS). Ho visto e vedo ancora dare un sacco di pacche sulle spalle virtuali ai combattenti di Kobane, un sacco di lodi per aver “retto la situazione” mentre la prode aviazione russo-americana risolveva i problemi a monte (nel gergo militare dei due paesi “problema” sta per “civili”). Ho visto un sacco di servizi su quanto sono belle e fighe e in gamba le donne delle YPJ, con tanto di reportage fotografici sullo stile “emancipato” e “guerrigliero” dei loro abiti e delle loro acconciature, mentre sia loro che le YPG e il PKK sono ancora considerati terroristi da quei governi che tanto li elogiano. E in tutto questo non ho visto uno straccio di sostegno concreto a chi sta effettivamente facendo il culo all’IS mentre noi blateriamo di terrorismo, droni e incompatibilità culturali.

Due parole dal Kurdistan, dicevo. Al momento le uniche due parole che mi vengono in mente sono ey reqib, ehi nemico. L’inizio della poesia più famosa di Yunis “Dildar” Reuf, attivista curdo negli anni Trenta, dedicata alle guardie della prigione turca in cui era confinato e diventata poi l’inno di tutto il Kurdistan. La terza strofa recita:

“Lawê Kurd rabûye ser pê wek şêran
Ta bixwîn nexşîn bike tacî jiyan”

“La gioventù curda si erge coraggiosamente,
Con il suo sangue ha dipinto la corona della vita.”

Io mi chiedo che cosa ne sarà di tutto questo una volta che la guerra contro l’IS sarà terminata. Se i governi si limiteranno ad altre pacche sulle spalle per poi restituire il Rojava ai vecchi proprietari. Se esisterà ancora un Kurdistan turco dopo l’assalto di Erdoğan. Cosa ne sarà di PKK e YPG quando non ci sarà più bisogno di loro perché, ehi, son pur sempre terroristi, no? Soprattutto mi domando se questa guerra che stanno combattendo da soli avrà fine o se a un certo punto, senza più risorse, saranno travolti nell’indifferenza più totale.

Io non sono un fine stratega né un grande analista ma come conclusione a questo articolo una mia opinione la voglio lasciare e cioè che è venuto il momento di ripagarlo, quel sangue che ha dipinto anche la nostra vita. Prima di ritrovarci fra dieci anni a piangere lacrime di coccodrillo e accusare gli altri (mai noi stessi) di non aver fatto nulla. Come diceva il tale, “non preghiere ma opere di bene” e di seguito vi segnalo diversi modi in cui potete essere d’aiuto più di qualsiasi governo finora.

Rete Kurdistan Italia: http://www.retekurdistan.it/ Il portale della solidarietà curda in Italia e il sito principale per tenersi aggiornati. Trovate notizie, interviste e tutte le campagne attualmente in corso.

Mezzaluna Rossa Kurdistan: http://www.mezzalunarossakurdistan.org/ Organizzazione senza scopo di lucro che promuove campagne di sensibilizzazione e raccolte fondi a scopo umanitario. Attraverso il loro sito potete effettuare donazioni e mettervi in contatto con loro per aiuti più concreti.

Carovana per il Rojava: https://carovanaperilrojava.noblogs.org/ Collettivo torinese che organizza raccolte fondi e staffette per portare aiuti nei territori curdi colpiti dalla guerra.

Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia: http://www.uikionlus.com/ Oltre che contribuire con donazioni, potete mettervi in contatto per conoscere le organizzazioni a sostegno dei curdi vicino a voi, come la Carovana per il Rojava di Torino e il Centro Ararat a Roma.

Delist PKK: https://peaceinkurdistancampaign.com/activities/delist-the-pkk/ Una semplice campagna per far togliere il PKK dalle liste delle organizzazioni terroristiche.

Per finire c’è una cosa che potete fare appena finito questo articolo. Raccogliere l’appello dell’attivista Ezel Alcu e parlarne, del Rojava, del comportamento del governo turco e degli uomini e donne che hanno combattuto e combattono ancora.

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