D’ISTINTI ANIMALI – Frans de Waal e l’Intelligenza Animale

Un nuovo articolo sul tema dell’animalismo a cura del nostro vicino di cella Fabio Sandrecchi.

Tra il 28 settembre e il 2 ottobre si è tenuta a Torino la XII edizione di “Torino Spiritualità”. «Per mettere sotto osservazione il concetto di umano» – come recita il sito internet della manifestazione –  quest’anno si è scelto di trattare l’ampio e complicato tema degli animali non umani sotto diversi profili: scientifico, filosofico, storico, antropologico e spirituale. Scoprendo e riscoprendo le somiglianze e le differenze con il resto della natura animale, è possibile che l’uomo possa raggiungere una maggiore consapevolezza di sé e, per così dire, del proprio “posto nell’universo”. Da qui il titolo dell’edizione di quest’anno: “D’istinti animali“, da scrivere con e senza apostrofo.

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La manifestazione ha aiutato a chiarire come l’animalismo contemporaneo si debba oggi confrontare con numerose posizioni differenti, le quali vedono nella specie umana un qualcosa di radicalmente differente rispetto a tutto ciò che la circonda. Questa differenza sarebbe così radicale da poter giustificare una grande differenza di trattamento: si tratta del riservare la rilevanza morale al solo essere umano. In altre parole, gli esseri umani, animali dotati dell’articolata caratteristica della moralità – e questo pare al di fuori di qualsiasi dubbio –, dovrebbero riservare il privilegio della rilevanza morale ai soli altri esseri umani in virtù di una caratteristica o di un certo grappolo di caratteristiche particolari da essi detenuti. Questo con grande svantaggio degli animali non umani che, per una ragione o per l’altra, non li possiedono. Basterebbe una sola caratteristica, come la razionalità o la personalità, a poter liberare o assoggettare qualcuno alle angherie di un torturatore.

L’idea dell’esistenza di una differenza fondamentale tra la specie umana e le altre è una posizione che si articola, salvo eccezioni piuttosto rare, per tutto il corso della storia della filosofia occidentale. Tra gli esempi più comuni si possono ricordare Aristotele, secondo il quale la natura stessa produce gli altri animali in modo tale che l’uomo possa servirsene, oppure Cartesio, che concepiva gli animali come una sorta di automi biologici privi di ogni forma di coscienza. La lista è in realtà ben più lunga e si spinge fino alla più recente contemporaneità. Non sono mancate nemmeno ragioni di natura spirituale o religiosa: ne è un esempio il racconto della creazione contenuto nel libro della Genesi, nel quale la natura è data da Dio a disposizione Adamo, il figlio prediletto tra gli altri. Molte di queste posizioni concepivano però anche una radicale differenza tra gli esseri umani stessi, avallando posizioni oggi ritenute perlopiù moralmente inaccettabili: sessismo, razzismo e schiavismo. Il rifiuto di queste ideologie non ha tuttavia significato la fine del cosiddetto “specismo”, ovvero l’esclusione – o, nei migliori dei casi, la subordinazione –  in ambito morale delle specie diverse da quella umana.
Tra le numerose qualità peculiarmente umane che sono state ritenute condizioni di base per il trattamento morale è presente la razionalità (o, in termini più generali, l’intelligenza). In origine, questa idea era declinata in modo tale che solo l’essere umano sembrasse in grado di compiere ragionamenti astratti, compiere calcoli matematici e così via. Oggi una posizione del genere è meno popolare, sia grazie a una maggiore consapevolezza in ambito scientifico nei confronti della cosiddetta intelligenza animale, sia grazie a un atteggiamento ormai differente nei confronti dell’animale non umano. Questo atteggiamento, nonostante numerose incoerenze, è spesso orientato verso una generale benevolenza.
In ogni caso, l’avvicinamento di altre specie animali al dominio dell’intelletto si è trasformato in un rapporto di subordinazione rispetto all’essere umano, piuttosto che in un regime di inclusione: i “bruti” mancherebbero di quella razionalità spiccatamente umana che dona a quest’ultimo numerosi privilegi. Tra di essi, l’essere protetto dalle norme della moralità.

Durante un particolare evento di “D’istinti animali” questa idea è stata vigorosamente messa in discussione. Il 1 ottobre, presso la Cavallerizza Reale, il celebre etologo e primatologo Frans de Waal, ospite dell’evento, ha tenuto una conferenza dal titolo “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?“. Scopo della conferenza (e dell’omonimo libro di recente pubblicato) non consiste solo nel mostrare che alcuni animali non umani possiedono delle capacità cognitive paragonabili a quelle possedute dall’homo sapiens. Le posizioni di Frans de Waal vanno ben oltre: non solo alcuni animali avrebbero capacità anche superiori di quelle degli esseri umani, ma alcune di esse non sarebbero addirittura nemmeno facilmente comprensibili da quest’ultimi. Più che di una capacità totalizzante, l’intelligenza si presenta quindi come una qualità che ha maggiore rilevanza quando essa viene concepita all’interno del contesto di una particolare specie. In parole più semplici, l’intelligenza e le capacità vanno esaminate sulla base delle caratteristiche della singola specie.

Il concetto può essere facilmente chiarito attraverso un esempio. Si può prendere in esame un caso particolare in cui è il linguaggio stesso a trarre in inganno: si tratta dell’uso del verbo “scimmiottare”. Diversi primati, tra cui le cosiddette “grandi scimmie”, hanno in realtà serie difficoltà quando si tratta di imitare gli esseri umani. Si potrebbe concludere che, in realtà, le “grandi scimmie” non sono le ottime imitatrici che ci si aspetterebbe. Ponendo però gli stessi individui in un contesto intraspecifico, ovvero esclusivamente tra animali della loro stessa specie, la capacità di imitarsi gli uni con gli altri sono sfruttate al meglio e risultano maggiormente evidenti. Questi rilievi mirano a scardinare l’evidente antropocentrismo dei diversi test di intelligenza a cui sono stati posti agli animali non umani. Detto altrimenti, i test che misurano le capacità intellettuali dell’homo sapiens potrebbero non essere adatti a specie differenti. In realtà, a ben vedere, risultano spesso inadeguati.

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Porre l’attenzione sulla specificità dell’intelligenza può portare a risultati sorprendenti. Ad esempio, si è spesso portati a concepire l’intelligenza come a una capacità tutto-o-niente, oppure le cui componenti sono strettamente correlate. I primi test psicometrici, come quello del quoziente intellettivo, erano influenzati proprio da questa idea: l’intelligenza sarebbe quantificabile attraverso l’attribuzione di un punteggio, rendendo quindi prevedibili le capacità intellettuali del soggetto sottoposto al test. In realtà, sembra che le cose non stiano proprio in questo modo. Pare infatti che l’intelligenza presenti forti gradualità nei diversi suoi ambiti e che quest’ultimi siano talvolta non così proporzionalmente correlati tra loro. Questo porta a rivalutare capacità intellettuali messe prima in secondo piano, come quelle linguistiche o il talento musicale, mettendo un limite alla correlazione tra esse e le competenze logico-matematiche – ingiustificatamente associate a una maggiore intelligenza totale. Ancora di più, tuttavia, questa nuova concezione costringe a prendere sul serio le eccellenze intellettuali di specie differenti da quella umana. È il caso di Ayumu, lo scimpanzé del “Primate Research Institute” dell’Università di Kyoto. Sottoposto a vari test, fra cui il ricordare l’ordine sequenziale di numeri mostrati su un display, questo giovane esemplare ha ottenuto risultati migliori di tutti gli esseri umani a loro volta allenati per affrontare al meglio questa prova. Si è mostrato come gli scimpanzé possiedono, se confrontati con l’homo sapiens, una migliore memoria a breve termine.

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Le numerose prove portate da Frans de Waal a sostegno delle sue tesi rendono poco plausibile la tesi per la quale gli animali non umani siano solo dei bruti dotati di scarsa o nulla. Tuttavia, coloro che difendono la correlazione tra razionalità e rilevanza morale potrebbero rispondere che non è l’intelligenza in generale a rendere moralmente rilevanti gli individui, bensì la capacità di pensare moralmente. Solo gli individui che riescono, ad esempio, a comprendere in che cosa consistano la giustizia o la bontà possono essere legittimamente inclusi nel mondo della moralità.
Questo argomento incontrerebbe in verità numerose difficoltà di carattere filosofico. Tuttavia, anche volendolo accettare per amore di discussione, l’esclusione degli animali non umani dall’universo morale non sembra comunque plausibile. In un celebre TED Talk il primatologo olandese illustra infatti come alcuni di essi, come ad esempio il cebo cappuccino, abbiano dei comportamenti riconducibili alla sfera della moralità. In questo video si può vedere come un cebus capucinus rifiuti una ricompensa ingiusta, dal momento che risulta minore di quella ricevuta dal suo vicino di gabbia. Casi che suggeriscono la presenza di comportamenti morali negli animali non umani sono più numerosi di quanto ci si aspetterebbe. In altre parole, sembra venuto il tempo in cui l’essere umano non potrà più considerato l’esclusivo detentore della moralità.

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La conferenza di Frans de Waal e i numerosi altri eventi organizzati durante “D’istinti Animali” hanno dato modo di illustrare al grande pubblico la nascita e l’affermazione un nuovo atteggiamento nei confronti del non umano. Forse, dopo aver chiarito l’errore insito nell’antropomorfizzazione gli animali non umani, è giunto il momento di evitare anche l’errore ad esso speculare: il volerli “bestializzare”, immaginandoli come qualcosa di radicalmente diverso e lontano dall’homo sapiens. Le ricadute morali di questa nuova concezione non possono che essere eversive, rendendo forse più chiare le ragioni che animano il movimento animalista contemporaneo. Riprendendo le celebri parole del filosofo Jeremy Bentham, magari non sono tanto le differenze tra l’uomo e gli altri animali, come il numero di dita o la terminazione dell’osso sacro, a rendere gli uni o gli altri passabili di trattamento morale. L’unica domanda rilevante, forse, è quella che si riferisce a una caratteristica così comune da ingrandire enormemente l’altrimenti ristretta famiglia dei pazienti morali. Questa domanda è: “Possono soffrire?“.

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