IL LIBRO PROIBITO. Quello che non sappiamo su Boko Haram

Questo articolo è di Sara Guarino, laureata in Scienze internazionali, studiosa di politica africana e diritti umani.

#bringbackourgirls, questo hashtag risulterà familiare a molti, specialmente dopo la recente notizia (13 ottobre 2016) della liberazione di 21 di queste “girls”. Le ragazze vennero rapite il 14 aprile 2014 da un manipolo di miliziani del gruppo terrorista di matrice jihadista conosciuto come Boko Haram, mentre si trovavano nella scuola di Chibok, villaggio rurale nello stato del Borno in Nigeria.

L’hashtag è nato da un’idea del ministro nigeriano Obiageli Ezekwesili e dell’avvocato Ibrahim M. Abdullahi, che scelsero Twitter per lanciare un’importante campagna di sensibilizzazione in grado di intercettare anche l’opinione pubblica occidentale.

L’iniziativa ottenne il successo comunicativo sperato tanto che, tra le migliaia di persone che ri-postarono l’hashtag, ci furono anche il Premio Nobel Malala Yousafzai e la First Lady Michelle Obama. Nonostante l’enorme successo della campagna, che è andato inesorabilmente scemando col passare dei mesi, non tutte le ragazze di Chibok, ad oggi, hanno potuto fare ritorno a casa.

Per comprendere le strategie d’azione di Boko Haram è necessario ricostruire l’etimologia del loro nome: il termine Boko” è una parola di lingua Hausa, uno tra i duecento dialetti parlati in Nigeria, e significa libro”, mentre il termine haram”, di origine araba, indica tutto ciò che è “proibito sulla base dei principi islamici, in contrapposizione a ciò che è consentito, “halal”. Il fine religioso e politico di Boko Haram, attualmente guidato da Abubakar Shekau, è dunque quello di combattere i musulmani considerati infedeli e corrotti e la Repubblica Federale della Nigeria, per istituire uno Stato islamico “puro” guidato dalla shari’a.

Nonostante la presenza di altri gruppi terroristici di matrice jihadista in Nigeria (tra cui Al-Qaeda in the Islamic Maghreb, il Movimento per l’Unità e il Jihad in Africa Occidentale, al-Shabaab), Boko Haram è quello che ha raggiunto la maggiore risonanza a livello internazionale. Per comprenderne il motivo è necessario considerare l’evoluzione economica, storica e politica della Nigeria.

Il gigante africano

La Nigeria è considerata il “gigante” africano dato che la sua economia, insieme a quella del Sudafrica, traina l’intero continente. È infatti il primo produttore di petrolio africano ed il tredicesimo del pianeta. La popolazione nigeriana comprende moltissime etnie, con tradizioni, culture e religioni diverse. Proprio a causa di una mancata capacità da parte dei governi che si sono susseguiti di gestire questo “melting  pot” etnico, lo scontro tra cristiani e musulmani, tra le regioni del nord e del sud, divide a metà il paese da decenni.
Dopo la conquista dell’indipendenza dall’Impero Britannico nel 1960, la strada del “gigante” africano è stata tutta in salita: golpe, giunte militari, crisi politiche, fino a giungere alla tragica guerra del Biafra che ha provocato milioni di morti ed ha lasciato una ferita ancora aperta. Date queste condizioni socio-politiche, la riconquista di una democrazia stabile per garantire una maggiore unità nel paese è stata ed è estremamente dura e complessa.

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Massima estensione del territorio controllato da Boko Haram, qui definito Wilayat al Sudan al Gharbi, nel 2015

Boko Haram: origini ed evoluzione

Boko Haram nasce e si sviluppa in questo contesto instabile, alimentato giorno dopo giorno dalla sfiducia della popolazione nei confronti del governo. L’evoluzione che questo gruppo ha mostrato nel corso della sua storia è infatti un’ulteriore, schiacciante prova dell’incapacità del governo di gestire le tensioni e, soprattutto, della controproducente attività dell’esercito nigeriano spesso del tutto fuori controllo.

Dal 2010 Boko Haram è considerato il gruppo armato più violento in Nigeria in quanto è stato coinvolto nel 24% dei conflitti armati a partire dall’inizio dell’anno. La violenza, tuttavia, non ha sempre rappresentato il tratto distintivo del gruppo. L’attività di Boko Haram è stata infatti pacifica fino al 2009: il gruppo si occupava prevalentemente della costruzione di scuole e moschee. Con la morte del leader Mohamed Yusuf per mano della polizia nigeriana, il gruppo ha organizzato  il primo attacco terroristico nella regione del Borno. La contrapposizione con la polizia e l’esercito è un elemento fondamentale per poter comprendere fino in fondo Boko Haram. Il tentativo di arginarne l’avanzata non ha fatto altro che portare a galla la corruzione e l’instabilità del governo nigeriano e delle sue forze dell’ordine. Le iniziative messe in atto per combattere il gruppo jihadista sono state sostanzialmente due: la riattivazione della Multinational Joint Task Force da parte del governo nigeriano e dei paesi confinanti (creata nel 1998 ma rimasta inattiva fino al 2013) e la Civilian Joint Task Force, creata dalla popolazione civile dello stato del Borno nel 2013 per proteggere i villaggi laddove la presenza dell’esercito non si era rivelata sufficiente.

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La CJTF rappresenta uno degli strumenti migliori per combattere BH, ma rischia di assumere proporzioni e metodi da “vigilantes”

Mentre la prima soffriva di mancanza di organizzazione e problemi di logistica, la seconda si è rivelata un fondamentale aiuto per l’esercito, grazie alla collaborazione dei cittadini e alla loro conoscenza del territorio. L’esercito nigeriano tuttavia, spesso con l’aiuto della Civilian JTF, si è macchiato di diversi crimini e violazioni dei diritti umani: da marzo 2011 oltre settemila uomini in giovane età (anche minorenni) sono morti nelle carceri militari e dal febbraio 2012 più di milleduecento persone sono state brutalmente uccise. Le operazioni militari dell’esercito prevedono arresti di massa e ispezioni nei villaggi e nelle città. Ancora oggi, coloro che sono sospettati di collaborare o supportare Boko Haram vengono trasportati in piccoli campi militari senza poter comunicare con i propri familiari e senza avere diritto ad alcun tipo di tutela legale. In questi campi torture e maltrattamenti sono una routine.

Le azioni violente perpetrate dall’esercito nigeriano si sono intrecciate e si intrecciano inesorabilmente con quelle portate avanti dal gruppo jihadista. Le donne e le ragazze rapite da Boko Haram hanno subito diversi abusi, dalla violenza fisica a quella psicologica, conversione forzata all’islam, matrimoni con i miliziani, partecipazione alle operazioni militari.

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L’esercito nigeriano è accusato di violenze, abusi e arresti sommari, compiuti nelle operazioni di contrasto a Boko Haram

Il gruppo mira all’espansione territoriale della propria potenza e dei propri precetti fondamentalisti: nei villaggi conquistati sono vietati il consumo e la vendita di sigarette, canapa indiana, farmaci. Gli uomini devono lasciar crescere barba e capelli e indossare pantaloni che non tocchino il pavimento. Le donne invece devono coprirsi il volto in pubblico e non possono uscire senza esplicito permesso. Tutte le transazioni inoltre devono essere condotte direttamente tra produttore e consumatore, poiché gli intermediari sono proibiti (per precetto coranico). Per poter viaggiare tra i villaggi è inoltre necessario uno speciale permesso, ma nella maggioranza dei casi è proibito spostarsi. Con tali restrizioni alla mobilità, le attività di base come procurarsi del cibo e provvedere al proprio sostentamento sono diventate una sfida.

Nell’agosto 2016 è stata annunciata la morte del leader del gruppo, Abubakar Shekau, ma, anche in questo caso, come già accaduto in passato, la notizia si è rivelata falsa. Shekau è stato infatti allontanato dalla guida del gruppo e sostituito da Abu Musab al-Barnawi, ex portavoce dell’organizzazione e, secondo alcuni giornalisti nigeriani, figlio dello stesso fondatore di Boko Haram, Mohammed Yusuf. La frattura interna del gruppo, sarebbe stata causata, secondo alcune delle ricostruzioni più plausibili, dalla disubbidienza del leader uscente, nei confronti delle direttive emanate dall’ISIS, a cui il gruppo aveva giurato fedeltà nel Marzo 2015 (tramite un video postato su Youtube).

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Immagine tratta da un video di propaganda del gruppo. Sulla destra si distingue il simbolo di BH

Un futuro ancora incerto

Nati in una piccola Moschea a Maiduguri, i “Nigerian Taliban” sono ormai cresciuti, sono diventati più forti, hanno messo in ginocchio un paese oltrepassandone i confini e seminando violenza, compiendo rapimenti la cui eco è giunta anche in Occidente e in tutto il mondo. Nonostante il fatto che ad oggi, grazie alla dichiarata alleanza con ISIS e Al-Qaida, venga considerato una pericolosa organizzazione terroristica internazionale, il principale nemico del gruppo è lo Stato nigeriano.

Fino a pochi anni fa le informazioni su Boko Haram erano scarse e lacunose, ma con l’espandersi del gruppo è aumentata anche l’attenzione dei media nei suoi confronti. Il risultato è stato una grossa lente di ingrandimento sull’intero sistema politico, economico e sociale del “gigante africano” che ha permesso di venire a conoscenza non solo delle atrocità e dall’estrema violenza causata dal terrorismo, ma anche di quella perpetrata da coloro i quali dovrebbero essere un punto di riferimento per la popolazione stremata dalla violenza, ovvero i soldati dell’esercito nigeriano.

L’escalation di violenza ha distorto la situazione iniziale e confuso i confini tra “ordine” e “disordine”. La domanda alla quale rispondere oggi non è più soltanto “come sconfiggere Boko Haram?” ma anche “come controllare l’esercito nigeriano?” ed anche “come arginare la dilagante corruzione delle istituzioni del Paese?”
Boko Haram può essere considerato da un lato uno dei tanti tasselli che hanno contribuito a creare una profonda crisi in Nigeria, e , dall’altro, un tentativo di risposta, di vendetta di una parte della popolazione, nei confronti delle violenze perpetrate dallo Stato e rimaste impunite.

Questo articolo è di Sara Guarino, dottoressa in Scienze internazionali, studiosa di politica africana e diritti umani.

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