HA ANCORA SENSO PARLARE DI BRICS?

Ricordate i BRICS? All’inizio degli anni 2000, nell’era più raggiante del liberalismo e del capitalismo, un alto funzionario di Goldman Sachs, Jim O’Neill, coniò il termine BRICS dalle iniziali di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, in un libro dal titolo arguto: Building Better Global Economic BRICs.

Poco prima dell’inizio di una guerra al terrorismo che ha prodotto soltanto altra guerra, e di una crisi finanziaria che non ha spostato di un passo il disordine mondiale, le quattro potenze emergenti si presentavano come future protagoniste dell’economia e della politica mondiale. Pur essendo “in via di sviluppo”, i quattro Paesi condividevano una grande popolazione e una vasta estensione territoriale, abbondanti risorse naturali strategiche, ma soprattutto la forte crescita del PIL e della quota nel commercio mondiale.

Qualcuno cominciava a pensare che potessero sfidare il ristretto club noto come G7/G8, trovando una “nuova via al liberismo” a partire da contesti diversi ma con problematiche e opportunità comuni.

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I leader al primo summit dei Brics

Da quel momento in avanti molte altre nazioni sono state aggiunte e tolte dall’acronimo, creando strane sigle, una più assurda dell’altra: il Sudafrica è stato aggiunto in extremis; poi, aggiungendo la Turchia sono diventati BRICST; in seguito sono stati inseriti (a vario titolo) l’Iran, le Filippine, la Corea del Sud ecc.; infine la Turchia ha trovato la propria collocazione nei MINT, insieme a Messico, Indonesia e Nigeria (sempre originati dalla fervida mente di Jim O’Neill).

Nel frattempo gli equilibri mondiali sono mutati rimanendo gli stessi, mentre ogni singolo “membro” ha dovuto affrontare crisi interne ed esterne, in barba agli incontri annuali organizzati con tanta enfasi. Più un’occasione per stare in compagnia e parlare male degli Stati Uniti che un reale forum di rilevanza globale; mentre ogni singolo membro si concentrava sulla propria agenda continentale. Risulta evidente dalle parole di Sergej Lavrov, genio politico dei nostri tempi, che in un’occasione dichiarò: i paesi Brics «non uniscono le loro forze contro qualcun altro, ma al contrario si stanno concentrando sulla promozione di un’agenda positiva e di unione nelle relazioni internazionali».

Non credo che Goldman Sachs veda di buon occhio il fatto che, dal 2005 a oggi, lo spazio occupato dallo stato nell’economia russa sia cresciuto dal 35 al 70%. E accettare un’etichetta proposta da queste persone significa porsi all’interno di una cornice ben precisa. Oppure significa accettare il fatto che questa etichetta sia una farsa, e usarla come più conviene a seconda del momento. Nel 2001 due volpi come Putin e Erdogan mostravano il loro lato più filo-occidentale, ma provate a domandarglielo oggi.

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Dal 2009 in avanti, soltanto il Sud Africa è riuscito a mantenere un tasso di crescita dell’1% circa all’anno. Crescita economica che però non va di pari passo con la distribuzione della ricchezza, né con un’evoluzione in senso politico o di eguaglianza sociale (nonostante gli sforzi di alcune fasce illuminate della società). Lo stesso partito ANC, fondato da Mandela e Tambo, è periodicamente travolto da scandali di vario genere che arrivano a toccare lo stesso Presidente, Jacob Zuma.

I BRICS non sono riusciti a diventare una forza di reale cambiamento per gli equilibri mondiali. Prima la Russia e poi il Brasile hanno gettato la spugna, anche se non lo ammetteranno mai in sede internazionale, mentre i Paesi asiatici (in primis la Cina) sono entrati nel club di “quelli che contano” già da qualche anno.

Il concetto di BRICS, già un po’ eterogeneo e traballante, oggi può essere considerato crollato del tutto (poi c’è anche chi non la pensa come me, ovviamente).

Per alcuni questa occasione è stata un trampolino di lancio, per altri sembra essere sfumata (almeno per il momento). In entrambi i casi, i BRICS non hanno inciso così tanto nell’economia e nella politica come si pensava avrebbero fatto. Non hanno saputo essere uniti e diventare una vera forza. Non gliel’hanno permesso le grandi potenze, Usa, Europa e Cina, prima di tutto. Ma soprattutto sono stati i loro governi a non darsi una chance. E così si sono divisi (di nuovo) tra tigri (di carta?) Asiatiche e Paesi “in via (indefinita) di sviluppo”, in senso economico ma soprattutto politico.

L’impeachment del governo brasiliano e il dispotismo putiniano rivelano una caduta del livello di democrazia in due dei più grandi Paesi del mondo. Due potenze emergenti che avrebbero potuto essere davvero dei fari per lo sviluppo futuro, e mettere in crisi l’ordine made in USA che imperversa dal dopoguerra. Resta la Cina, che porta avanti obiettivi di egemonia propri e non è assolutamente interessata a trattare alla pari con nessuno, in nessun tipo di alleanza. Pechino ha saputo utilizzare qualsiasi leva, compresa la partecipazione ai BRICS, per raggiungere il proprio obiettivo politico principale: porsi di fronte agli Stati Uniti senza dichiarare una sfida aperta (come fa invece Mosca su ogni singola questione).

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Cina contro USA per l’egemonia sui mari

Resta l’India, realtà economica in ascesa ma travagliata da tensioni etnico-politiche di ogni genere (interne ed esterne): un gigante più occupato a tenere insieme i propri pezzi che a proporsi come nuova potenza economica mondiale. Tra gli (ormai ex) BRICS, l’India sicuramente è quella che diverte di più gli economisti mondiali, che ogni anno la presentano in modo diverso: è “emergente”, è “in sviluppo”, è “sviluppata”, è una “tigre”, “ha dei problemi”, “non sappiamo”, “non abbiamo ancora capito”, “che importanza ha”, a seconda di come i grandi istituti finanziari (Goldman Sachs e Standard&Poor’s) vogliono indirizzare risparmiatori e investitori.

La delusione per la breve durata del fenomeno BRICS dimostra quanto il potere politico (che racchiude ricchezza, forza e immagine di sé) sia in mano alla finanza che, attraverso parametri furbetti, si permette di elevare o affossare interi sistemi-Paese, paragonandoli o meno alle “grandi” economie occidentali. Le stesse economie occidentali sono in crisi, e cercano di scaricare i propri problemi sugli altri, convincendoli che sia la cosa giusta da fare. E Goldman Sachs lo sa, infatti continua a proporre lo stesso modello.

E ora che il termine BRICS non ispira più grandi speranze, stanno per arrivare i Next Eleven.

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