WUNDERKAMMER – Ja dokatil’sja do Kavkaza

Era dall’articolo su Gurdjieff che mi era rimasta la voglia di scrivere due righe su quei posti che sulle nostre mappe sono ancora segnati con hic sunt leones e, considerando che molti hanno difficoltà anche a distinguere Serbia e Croazia, la scelta era particolarmente ricca. Ma senza andare troppo lontano, ho deciso di puntare i riflettori su un angolo di mondo tanto ignorato quanto importante dal punto di vista geopolitico: il Caucaso.

Ah, il Caucaso! Se avete letto qualche romanzo russo del XIX secolo saprete che il Caucaso è l’equivalente russo del Far West: una terra di confine dove le leggi della società civile smettono di esistere, dove la vita quotidiana è fatta di incontri con donne fiere e bellissime, di duelli con le pistole, di montanari duri e orgogliosi come la terra da cui provengono, inseguimenti a cavallo, riflessioni al tramonto, riflessioni all’alba, riflessioni sotto un vento maledetto che scompiglia i capelli. Nel Caucaso ci vanno i ventenni annoiati in cerca di avventure, nel Caucaso, combattendo al fianco dei cosacchi, si diventa uomini, ci si fa crescere la barba, si scopre l’amore e si riscopre il proprio legame con la natura.
Ecco, dimenticate tutto questo.
Il Caucaso è l’equivalente etnico-linguistico del Carnevale di Rio.
Il Caucaso è il delirio alcolico partorito da un geografo pazzo in una notte di luna calante mentre fuori infuriava un uragano.
Non me ne voglia Milan Kundera o gli studenti della Sorbona, ma è il Caucaso il vero Altrove.

(Per inciso il titolo è un omaggio ad Aleksej Kručënych, poeta dell’avanguardia russa molto interessante e molto pazziriello, che rifugiatosi in Georgia durante la guerra civile nel 1918 descrisse così il suo viaggio: ja dokatil’sja do Kavkaza, “rotolai fino al Caucaso”.)

Per la sua posizione stretta tra i grandi imperi del passato (russo, ottomano e persiano), ricco di risorse naturali e crocevia di alcune tra le più importanti rotte commerciali e militari, il Caucaso e i suoi paesi sono sempre stati ambiti da uno dei sopracitati imperi o semplicemente da chiunque avesse abbastanza tempo e voglia per muovere guerra nella regione. Recita un proverbio persiano che “quando lo Shah impazzisce, marcia sul Caucaso”, scelta di termini quanto mai azzeccata considerando che, come ci mostra la mappa, il Caucaso è una delle regioni con la più alta diversità etnica e linguistica dell’intero globo.

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Forse anche per questo a noi europei, abituati a vedere i conflitti tra minoranze come risse tra contadini per il possesso di un albero, la maggior parte delle guerre combattute in questa regione suonano strane o insensate. Per fortuna arrivano in nostro soccorso i mass media, che passano sui confini con grandi colpi di pennello e ci mostrano, ad esempio, la Georgia che fa il bullo in Ossezia e viene bullizzata di rimando dalla Russia e… ma della propaganda russa vi parlerò in un altro momento.

Oggi vi parlo di una guerra fin troppo vicina nel tempo e ve ne parlo senza dare ascolto all’una o l’altra parte ma guardandola dall’alto per mettere in risalto tutti gli aspetti più malsanamente divertenti della questione. Del resto il buon Fabio De Luigi, che non apprezzo particolarmente ma un paio di volte l’ha azzeccata, diceva qualche anno fa che tragedia e commedia sono solo due modi di vedere la stessa situazione.

Di che guerra si tratta, mi chiedete? Ma è ovvio: della guerra in Cecenia!

Per capire le ragioni di questa guerra bisogna prima capire le ragioni di chi l’ha combattuta. Se seguite questo blog vuol dire che bene o male le ragioni dei russi potete facilmente intuirle, quindi veniamo ai ceceni. I ceceni sono un popolo un poco particolare: teste calde per natura e bastiàn cuntrari per vocazione, i ceceni sono per i russi quello che i corsi sono per i romani nelle storie di Asterix.

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Tra l’altro i ceceni definiscono loro stessi noxçi, cioè “uomini”; il termine “ceceni” deriva dal villaggio di Ceçen-Aul, che i russi, che di queste cose non ne hanno mai capito molto, hanno deciso di affibiare arbitrariamente all’intero popolo. Annessi dalla Russia a metà del ‘700 i corsiceceni si sono sempre rifiutati di fare qualsiasi cosa che potesse anche solo minimamente aiutare i russi. Questo include tra l’altro imparare il russo, cosa che ha fatto venire un embolo a più di un ufficiale dell’esercito imperiale che si sia ritrovato soldati ceceni tra le proprie fila. Durante la Seconda Guerra Mondiale il buon Stalin (d’ora in avanti denominato Il Baffone) decise di deportarli tutti quanti in blocco con l’accusa di stare collaborando con i nazisti, nonostante i corsiceceni, nemmeno a dirlo, non conoscessero una parola di tedesco. I nostri poterono tornare al proprio paese solo nel 1957, durante l’annuale Festival dell’Infamiamo Il Baffone inaugurato da Nikita Chruščëv, che non tenne in considerazione il fatto che in Cecenia si erano trasferiti (leggi “costretti a trasferirsi”) russi, georgiani e altri popoli a caso, cosa che fece salire ancora di più la tigna ai ceceni. Quando l’Unione Sovietica si svampò, gli astuti pensarono “bene, visto che tutti si stanno dichiarando indipendenti, facciamolo anche noi!”. L’unico problema era che non c’era un singolo ceceno che potesse far sentire la propria voce ai piani alti, per i seguenti motivi:

– i piani alti erano pieni di amianto e nessuno ci metteva mai piede;
– i ceceni con cariche amministrative/governative di una certa rilevanza si contavano sulle dita della mano del vecchio Samir Bezdel’nikov, che aveva lasciato mignolo e anulare destri sotto la pressa industriale e il braccio sinistro nell’esplosione del suo alcool fatto in casa;
– era opinione comune (cioè russa) che i ceceni non potessero usare la scusa del torto storico della deportazione, in quanto riabilitati da Chruščëv durante il già citato festival e quindi a tutti gli effetti rientrati in seno a Santa Madre Russia.
Ai ceceni di tutto questo non poteva importare di meno e quindi dagli di rivolte popolari, corse agli armamenti e Prima Guerra Cecena, dove i russi danno alle fiamme più o meno qualsiasi cosa senza riuscire a combinare nulla di buono (cioè di cattivo). L’allora presidente russo Boris El’cyn, che mi piace ricordare mentre balla ubriaco a più di un evento ufficiale…

questo bell’uomo, dicevo, strappa una tregua grazie alla Provvidenza Divina, poi si beve anche quella e la guerra ricomincia per altri dieci anni (1999-2009): attentati, pulizie etniche, stupri di massa, salti mortali, animali parlanti, insomma, roba per cui tutti i giovanotti russi di metà Ottocento avrebbero dato il proprio cappotto di ornitorinco siberiano pur di parteciparvi. Al termine (termine?) del conflitto la capitale Groznyj praticamente non esiste più e persino Pinochet denuncia dalla tomba la violazione di tutti i diritti umani. Sua Autisticità Vladimir Putin, che nel frattempo aveva sostituito El’cyn alla presidenza e si era dimostrato più in gamba di lui in tutto meno che nella cirrosi epatica, mette a capo della Repubblica Gruvierata di Cecenia Ramzan Kadyrov, integerrimo uomo di giustizia tra i cui interessi si annoverano ballare la lezginka allo stadio, inseguire gli struzzi e scattarsi selfie con chiunque gli capiti a tiro, da Depardieu ai semplici turisti (perché lui, tra le altre cose, è anche un uomo del popolo). Qui immortalato mentre, in un momento di maschia complicità, racconta la sua barzelletta più famosa ad un pesce:

ramzan_kadyrov_s_ebat_dans_la_neige_sur_instagra

Altri interessi di Kadyrov, rientranti nella categoria “Sssht! Si pensa ma non si dice!”, includono mantenere a un livello interessante la corruzione nel paese, spendere in progetti privati il denaro pubblico e suonare lo swing mentre la nave affonda. Questo perché, nonostante le rassicurazioni, la RG Cecena e il vicino Dagestan non vivono esattamente un periodo d’oro. Perché per quanto si cerchi di trasformare Groznyj in un lunapark

GUARDA QUANTE LUCI!
GUARDA QUANTE LUCI!

diverse zone del paese sono ancora disastrate, il livello di povertà è pari solo a quello della corruzione e uno dei problemi principali, vale a dire il terrorismo islamico, non è bruciato assieme ai villaggi montani.

Il terrorismo islamico in queste regioni è una brutta storia che ai russi non piace tirare fuori se non per giustificare le porcate commesse. La storia la conosciamo già: religioni differenti in troppo poco spazio, repressione di tutto ciò che si muove da un lato e radicalizzazione estrema dall’altro. Attentati (fasulli e non) e guerriglia in barba (lunga, come prescrive la tradizione islamica) alle istituzioni e ai governi temporanei che sorgono e cadono come se nulla fosse.

La conclusione di questo articolo è dedicata a tutti quelli che pensano che il pugno duro di Sua Siberianità Vladimir Putin abbia salvato la Russia dal diventare una repubblica islamica come la Francia: per prima cosa no, cellule terroristiche sono ancora presenti e tutt’altro che inattive, e ciò che salva (fino a un certo punto) la Russia è l’essere il paese più vasto del mondo; secondo, l’ostentazione di forza non ha ridotto all’umiltà proprio nessuno, ha solo convinto un sacco di foreign fighters ceceni e dagestani che avrebbero trovato vita più facile in altre regioni, tra cui, guarda un po’, Siria e Iraq. E no, i tanto decantati bombardamenti russi non li hanno dissuasi dallo zompare oltre confine.

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