Il Baltico e la Russia: UNA NUOVA CORTINA DI FERRO?

Comincia tutto un paio di anni fa, quando nell’ottobre del 2014 la marina svedese avvista un sottomarino russo al largo di Stoccolma. Il mezzo si ritira quasi immediatamente e viene data come giustificazione una possibile avaria, ma l’inquietudine rimane. L’anomalia arriva alla fine di un anno piuttosto teso nel Baltico, dopo una serie di sconfinamenti di velivoli militari russi nello spazio aereo finlandese ed estone e la preoccupazione per la guerra in Ucraina. Non si tratta di incidenti isolati, ma di episodi che si ripetono per i due anni successivi. A destare preoccupazione sono soprattutto le esercitazioni militari, condotte nella regione di Pietroburgo o nelle basi presenti in Bielorussia, che la Russia non annuncia come sarebbe consuetudine. La rapidità e la frequenza con cui queste manovre vengono condotte non contribuisce a migliorare i rapporti tra la Federazione Russa e i paesi dell’UE, che lamentano anche di continui sconfinamenti aerei (l’ultimo annunciato dalla Finlandia nel novembre dell’anno scorso). Memori dell’esperienza sovietica e allarmati dall’interventismo russo in Ucraina, i paesi baltici temono che questi spostamenti di armi e truppe possano rivelarsi qualcosa di più che semplici operazioni di routine.

L’annessione russa della Crimea preoccupa soprattutto Estonia e Lettonia, entrambi paesi con una nutrita minoranza russofona (rispettivamente 25% e 34%). Retaggio della russificazione forzata di epoca sovietica, sono di particolare rilevanza dal momento che sono proprio queste a dare il sostegno maggiore ai partiti filorussi di entrambi i paesi. Nel caso dell’Estonia, il Partito di Centro è attualmente alla guida del paese dopo la crisi parlamentare dello scorso novembre, una novità di una certa importanza se si considera che fino a quel momento era stato escluso dal parlamento per i suoi stretti legami con Edinaja Rossija (Russia Unita), il partito di maggioranza russo guidato da Vladimir Putin. Nonostante le premesse, tuttavia, il partito sembra voler mantenere le distanze dalla Russia, intenzione incarnata dallo sostituzione del russofilo Edgar Savisaar con Jüri Ratas come nuovo leader. Il nuovo governo intende quindi concentrarsi sui russofoni dei propri territori piuttosto che sulla Russia, proseguendo con il progetto di integrazione della minoranza, che negli ultimi anni ha fatto progressi notevoli: secondo un sondaggio dei primi mesi del 2016 circa il 95% della popolazione non estone si considera parte del paese e ritiene fondamentale l’uso della lingua estone.

Più complicata invece la situazione in Lettonia, dove il filorusso Saskaņa è il primo partito del paese per maggioranza numerica e con Nils Ušakovs governa a Riga da ormai otto anni. Escluso anch’esso da qualsiasi coalizione per gli accordi presi con Edinaja Rossija, i suoi esponenti sono ritenuti da diversi politici locali opportunisti che cercano consensi agitando le masse russofone, in particolare nel Latgale, la regione nord-orientale confinante con la Russia. Saskaņa punta a vincere le future elezioni amministrative del 2017 e quelle politiche del 2018, facendo leva sulla presunta incapacità dell’attuale governo. Hanno fatto molto discutere alcuni emendamenti alla nuova legge sull’educazione secondo i quali insegnanti e dirigenti scolastici potranno essere licenziati in caso dovessero assumere comportamenti “sleali” nei confronti dello Stato e della Costituzione. Una misura, definita preventiva, che riflette l’attuale clima di insicurezza. Al contrario dell’Estonia, la Lettonia non ha ancora risolto il problema dei nepilsoņi (non cittadini), abitanti, per la maggior parte russi e bielorussi, giunti durante l’Unione Sovietica e che per vari motivi non hanno potuto ottenere la cittadinanza estone in seguito al suo dissolvimento.

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Il municipio di Riga.

La possibilità che la Russia sfrutti le minoranze russofone in modo simile a quanto avvenuto in Ucraina è ritenuta remota tanto dagli analisti quanto dai politici locali, che hanno piena fiducia nei propri concittadini. Il che ovviamente non esclude da altri pericoli.

È di pochi giorni fa la decisione del ministro degli esteri lituano Eimutis Misiungas di voler costruire un muro lungo 135 km al confine con l’exclave russa di Kaliningrad. Già nell’aria da alcuni mesi, il progetto ha preso forma dopo gli eventi dello scorso ottobre, quando la Russia ha spostato nell’exclave diverse batterie missilistiche Iskander-M, in grado di colpire obiettivi a 400 km di distanza sia con testate convenzionali che nucleari. La Lituania aveva immediatamente protestato, dichiarando che un tale ammassamento di forze viola i trattati internazionali che vietano missili nucleari a meno di 500 km dai confini dell’UE. L’allora ministro degli esteri Linas Linkevičius aveva accusato la Russia di alimentare ulteriormente la tensione nel Mar Baltico.

Dello stesso avviso anche la Lettonia, che già nel 2015 aveva chiuso buona parte del confine con la Russia con mura e filo spinato, e l’Estonia, che ha dichiarato di voler seguire l’esempio lituano e bloccare i due punti di accesso più importanti al paese (buona parte del confine estone passa infatti attraverso il Lago Pejpus). Il governo estone ricorda ancora l’incidente del novembre 2014 in cui l’agente segreto Eston Kohver venne catturato lungo il confine da forze speciali russe con l’accusa di spionaggio e rilasciato solo l’estate successiva, scambiato, come in un film sulla Guerra Fredda, con l’agente Aleksej Dressen, detenuto dal 2012 in Estonia con l’accusa di spionaggio e tradimento.

muri-baltici

Nessuno di questi muri potrebbe ovviamente costituire poco più che un rallentamento in caso di attacco da parte della Russia – un think tank americano ha stimato che a quest’ultima occorrerebbero tra le 30 e le 60 ore per occupare Estonia e Lettonia. Si tratta di un modo, piuttosto dispendioso, per mandare un messaggio chiaro: tutti e tre gli stati si sentono minacciati dall’espansionismo russo, dalle sue dimostrazioni di forza nel Baltico e, soprattutto, dalla mancanza di una risposta chiara da parte dell’Unione Europea. Emblematiche le dichiarazioni della neo presidente estone Kersti Kaljulaid, che ha definito la Russia “un vicino imprevedibile e inaffidabile”. Non è un caso che nei mesi passati abbiano chiesto un maggiore sostegno della NATO, tradottosi in un invio di circa 4500 soldati, dislocati tra la Polonia e le tre Repubbliche Baltiche.

La stessa Polonia, l’unico altro paese a confinare con Kaliningrad, condivide le inquietudini dei baltici. Oltre a un rinforzo al confine russo, ha attuato una riforma per modernizzare l’esercito e aumentarne i numeri che la porterà ad avere nei prossimi anni un corpo militare al pari di quelli di Francia e Germania. Le preoccupazioni del governo di Andrzej Duda arrivano anche dal fronte interno: è noto ormai da tempo il sostegno anche economico del Cremlino ai gruppi estremisti ed euroscettici dell’Europa Orientale. Il caso più noto è quello magiaro, con il partito di estrema destra Jobbik e diversi gruppi paramilitari, ma lo stesso think tank ungherese Political Capital che ha analizzato la situazione in patria ha individuato numerosi collegamenti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Se la propaganda dovesse continuare su questo livello l’attuale governo potrebbe dover far fronte a una rilevante opposizione filorussa.

Le manovre russe destano preoccupazione anche sull’altro versante del Baltico. Lo scorso dicembre la Svezia ha spostato sulla centrale isola di Gotland alcune batterie missilistiche RBS-15, il cui raggio d’azione potrebbe chiudere preventivamente un accesso russo al mare aperto.

rbs-15-su-gotland

È prematuro parlare di nuova Guerra Fredda ma la situazione non è delle migliori. Le dimostrazioni di forza della Russia, non solo nel Baltico ma anche in Ucraina e nel Caucaso, hanno fatto sorgere dubbi di una certa rilevanza in Svezia e Finlandia, tanto che negli ultimi tempi i due paesi sembrano essersi avvicinati alle posizioni della NATO. La situazione è complicata anche da quelle che sembrano essere le idee del neoeletto Donald Trump sulla NATO e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Il presidente americano non ha mai fatto mistero della sua opinione sull’Alleanza Atlantica, da lui definita obsoleta, e dell’isolazionismo come nuova politica internazionale. Dovesse venire a mancare il sostegno americano, gli equilibri in Europa verrebbero bruscamente ridisegnati e la stessa funzione della NATO sarebbe da mettere in discussione.

Se seguite questo blog dovreste ormai sapere che non ho mai avuto particolari simpatie per NATO, Putin e bullismi internazionali in generale. Per come la vedo io, l’Unione Europea sta vivendo un periodo di crisi inteso nel suo senso più antico di cambiamento ed è necessario che lo abbracci completamente invece di nascondere la testa sotto la sabbia. Se si vuole non solo sopravvivere ma anche prosperare senza elemosinare sostegno da una parte o dall’altra, è necessario decidere una direzione comune e, soprattutto, una politica estera chiara e definita. E, perché no, anche una forza militare che non debba dipendere da paesi esterni. E che non spinga alcuni membri a innalzare inutili barricate. Implicherebbe legami più stretti e attenzione maggiore, certo, ma un’unione puramente teorica equivale a essere divisi. Abbiamo vissuto così per gli ultimi 1500 anni e non è che ci sia andata proprio benissimo.

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