1917 – 2017 o Quella Sensazione Di Vivere Un’Età di Mezzo

La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. La ciclicità della storia è un tema ricorrente nella cultura mondiale.

Cento anni fa eravamo a metà della Grande Guerra (e ovviamente nessuno poteva saperlo). Il 1917 è forse l’anno peggiore del conflitto che “doveva porre fine a tutte le guerre”. Oggi viviamo nella “quarta rivoluzione industriale”, che dovrebbe trasformare completamente il volto del mondo per come lo conosciamo. Di certo sappiamo che gli slogan continuano a funzionare.

Oggi non avremo la guerra in Europa, ma siamo d’accordo nel dire che stiamo vivendo un momento di instabilità e incertezza senza precedenti, all’interno e all’esterno del nostro continente. La guerra è anche un momento di riorganizzazione del poteri. Gli USA sono usciti vincitori da due guerre mondiali, senza subire alcun danno al proprio territorio e rafforzando enormemente la propria economia. Stiamo assistendo all’ascesa di un nuovo vincitore dalle lotte di potere di oggi? O magari più di uno (attenzione: potrebbe non trattarsi di un governo o di uno stato).

Non sono così pazzo da profetizzare conflitti o inseguire parallelismi forzati. Ma un insieme di sconvolgimenti a livello economico e geopolitico può valere quanto una guerra. Non essendoci un “momento definitivo”, come la conclusione di un trattato o di una pace, i risultati potrebbero essere visibili nell’arco di decenni.

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La storia si fa a posteriori, ed è praticamente impossibile riuscire a definire i cambiamenti mentre accadono. Tuttavia ci sono degli evidenti punti di contatto tra la situazione recente e quella di un secolo fa. Sarebbe più corretto dire che stiamo vivendo un’era di mezzo che presenta caratteristiche simili al primo Novecento, che fu a sua volta un momento di transizione tra i retaggi del XIX e le avvisaglie del XX secolo. Qualcosa di simile all’interregno di Gramsci.

Il cambiamento più radicale del clima internazionale è stato il tracollo finanziario globale del 2008: la ripresa lenta ha aumentato le difficoltà e aperto la strada ai populismi in tutto il mondo. Abbiamo vissuto una crisi che molti hanno paragonato a quella del 1929. L’umanità non è mai stata tanto ricca e in salute, nel complesso, ma la forbice delle diseguaglianze si è allargata, di molto e in poco tempo, anche nei Paesi occidentali.

C’è grande voglia di dimenticare, e la tecnologia ci dà una mano. Aggiungiamoci anche un certo compiacimento intellettuale per la grandiosità delle catastrofi: dall’ingresso delle truppe russe in Siria all’elezione di Trump, la politica internazionale ci sembra un po’ un film. Infatti molti vivono queste situazioni come se fossero scene tratte da The Expendables. Questo approccio alla cronaca mondiale è amplificato dai social, ma è presente ad ogni livello della società. Un’atmosfera che mi riporta proprio a quella tensione impalpabile che si doveva respirare pochi mesi prima della Grande Guerra.

Le ideologie sono morte da tempo: in questo la nostra epoca forse è diversa dagli anni dieci del ‘900. L’ideologia senza ideale di oggi è il complottismo: molto post-moderno, ma allo stesso tempo così antico.

Le masse, a differenza di un secolo fa, non si organizzano su base ideologica. Oggi sono a spot: “Il sentimento dell’appartenenza è talmente sradicato che oramai non si rivendica più nulla e persino il lavoro, che anni fa era appartenenza – ad un gruppo di lavoratori, ad un sindacato, ad una similitudine di necessità, bisogni, diritti e doveri – oggi invece è soltanto una serie di temporanee aggregazioni di manodopera più o meno qualificate.” (Enrico Strina)

Oltretutto spesso molti elementi fondamentali di una manifestazione o di una battaglia ideologica non sono chiari neanche ai partecipanti: chi la organizza, quali sono i temi centrali, a cosa aspira. Questo è uno dei motivi per cui le “rivoluzioni” su Twitter e Facebook non hanno funzionato. I social devono essere uno strumento, non un fine: basta vedere come sono andate a finire le “primavere” arabe e europee. Le manifestazioni sono anche spesso una catarsi, un modo per sfogare la rabbia. In questo senso per i partecipanti è anche meglio che non abbiano un obiettivo preciso e dichiarato.

Nell’economia del “tutto gratis”, le masse si organizzano in maniera share. Ma non è vera organizzazione: essere tutti freelance significa atomizzare il lavoro, rendere impossibile l’organizzazione corporativa e la difesa dei diritti. La macchina sostituisce l’uomo – l’uomo non è più un lavoratore né un consumatore, è solo uno user, un utente – ovvio che non vada retribuito (è d’accordo persino lui, ecco l’inghippo). La sharing economy ridurrà l’utilizzo del denaro? Non credo. Penso invece che non si misurerà più una persona per la ricchezza, ma per la propria immagine. E la cosa più incredibile è che questo pacchetto venga venduto come “Quarta Rivoluzione Industriale”.

“Le fondamenta economiche di una data società – che sono il modo in cui la ricchezza è prodotta e distribuita – determinano in generale il punto d’osservazione di quella società per quanto riguarda la condotta e le relazioni dei suoi membri” (Materialismo storico).

Forse non sappiamo più qual è il nostro punto di osservazione?

Molte cose che davamo per scontate stanno scomparendo e ci sembra di vivere una normalità anormale. Stiamo cancellando progressivamente, anche attraverso l’uso della tecnologia, molte conquiste faticosamente raggiunte. Il progresso tecnologico, se non viene indirizzato in maniera etica, tende ad accelerare il processo di spoliazione dei diritti. Andrò ancora un po’ oltre sostenendo che è lo stesso concetto di “progresso” ad essere sbagliato, nella nostra lingua come nella nostra mente.

Viviamo nella post-factual democracy: tra fatti e opinioni, si seguono sempre di più le seconde, non sostenute da nulla:

“Quando un fatto comincia a somigliare a qualcosa che vi sembra vero, diventa difficile distinguere tra i fatti che sono veri e i ‘fatti’ che non lo sono. (…) Al centro c’è l’indebolimento dell’importanza sociale della verità, di una visione condivisa, di un ampio consenso sullo svolgimento dei fatti, anche a partire da opinioni radicalmente diverse”. (Giovanni de Mauro)

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Ma anche le bufale non sono una novità. Oggi, come sappiamo, la Russia di Putin sa sfruttare abilmente questa tendenza, ma ieri poteva valere per la Francia: come definireste l’Affair Dreyfus (18941906) se non post-verità?

Si parla di ritorno dei fascismi e dei nazionalismi. Ma il vero grosso problema è che i nazionalismi (oggi come ieri) sono in realtà degli scatoloni vuoti, che si possono riempire come si vuole: strumenti dell’egoismo dei popoli. Le Potenze Alleate indicavano nella guerra la possibilità di “fermare la barbarie tedesca” e “innalzare la civiltà”, mentre per i pensatori e i politici tedeschi la guerra era l’unica via per “imporre la civiltà al di sopra della barbarie”.

Proprio come nel 1910, i Paesi occidentali sperano che isolarsi, politicamente ed economicamente, li difenderà dai problemi. Gli Stati Uniti in primis si chiudono al mondo esterno e si allontanano dalla comunità internazionale. Mentre gli stati europei sembrano incapaci di auto-regolarsi e difendersi dalle minacce esterne e interne.

La situazione di sfiducia generalizzata negli strumenti dell’ordine internazionale sembra una fotocopia del 1910. Che l’ONU piaccia o no, fino ad oggi ha contribuito a mantenere la pace. Allora, la difesa degli “interessi nazionali” portò alla fine della Società delle Nazioni: una delle cause scatenanti della Seconda Guerra Mondiale.

Conclusione? Ovvio che oggi ci sono in gioco elementi nuovi, prendiamo ad esempio il terrorismo islamico. Ma le tensioni nazionali-identitarie che sfogano nel terrorismo non sono una novità, per quanto possano cambiare i contesti.

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Gavrilo Princip spara a Francesco Ferdinando, Arciduca d’Austria, casus belli della IGM

L’umanità è sempre la stessa: nonostante slogan come la “morte del ‘900” o “la fine della Storia”, l’essere umano del XXI secolo è quello del XX secolo con più gadget tecnologici e meno diritti. Siamo gli stessi perché la ricerca interiore non è riuscita a tenere il passo della ricerca tecnico-scientifica. Abbiamo gli stessi problemi di ieri (magari amplificati) perché abbiamo lo stesso mind set di ieri, la stessa concezione del mondo.

Da qui viene la rinascita dei populismi in Europa e nel mondo: la ricerca smodata di risposte sicure, definitive e facili ai problemi che ci sembrano insormontabili. Il populismo, la xenofobia, chiudersi nelle proprie case aspettando che la tempesta passi, ci sembrano toccasana “sicuri” ma in realtà sono solo vecchi.

Non sappiamo più ribellarci perchè usiamo schemi e strumenti vecchi. Scioperi e manifestazioni non servono quasi più a niente perché politica, società ed economia occupano tre spazi diversi, che si intersecano solo in alcuni punti.

“L’aspetto più triste della vita di oggi è che la scienza acquisisce conoscenza più velocemente di quanto la società acquisisca saggezza”, diceva Isaac Asimov.

Gli strumenti e i valori che usiamo per interpretare la realtà non bastano più. Se vogliamo andare davvero oltre nell’evoluzione umana dobbiamo riuscire a liberarci dell’uomo del XX secolo, dei suoi valori. Il progresso potrebbe non coincidere più con l’avere più macchine o più gadget.

Se pensiamo che (solo) questo sia il futuro è perché non abbiamo più voglia di immaginare un futuro diverso.

 

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