LA SITUAZIONE – Nella “fabbrica dei fake” a Veles, in Macedonia

La città di Veles in Macedonia ha circa 55.000 abitanti e vi sono registrati almeno 100 portali di “informazione”, la maggior parte in lingua inglese. Durante la campagna elettorale americana questi siti si sono distinti nel sostegno a Donald Trump, fabbricando alcune tra le fake news più famose e allo stesso tempo più inquietanti nella storia del web.

Dietro a questi siti non si nascondono logge massoniche o oscure organizzazioni, ma semplici teenager macedoni che hanno imparato un trucchetto per guadagnare velocemente online. Copia-incollando bufale e inventandone altre di sana pianta, questi ragazzi sono riusciti a convincere mezza America che Papa Francesco avesse personalmente sostenuto la candidatura di Trump …giusto per citare il caso più famoso.

Il fatto è che i sostenitori di The Donald, come molte altre persone nel mondo confuso dei social network, se ne infischiano del debunking (lo smascheramento delle bufale) né tantomeno scelgono di informarsi da altre fonti. Per questo rappresentano il mercato migliore per questo tipo di “business” in ascesa. I gruppi social conservatori e populisti hanno permesso una diffusione enorme di questi fake, senza preoccuparsi più di tanto della provenienza nè della veridicità del messaggio: spesso erano gli stessi fake reporters a postare i contenuti direttamente nei gruppi ai quali erano iscritti.

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Veduta della città di Veles in Macedonia

In una città in cui il salario medio si aggira attorno ai 350 euro al mese, fare migliaia di dollari in poco tempo grazie a Google AdSense è una possibilità allettante per molti.

L’obiettivo di queste “fabbriche di notizie false” non era offrire sostegno al tycoon americano, quanto piuttosto vendere pubblicità contando sulla diffusione capillare dei loro articoli. Un contenuto sensazionalista o dal sapore complottista balza subito tra i post più cliccati e condivisi, e la sua diffusione rende un ottimo profitto a questi siti.

Facebook ha dichiarato guerra a queste fabbriche di bufale ma è proprio la presunta “democraticità” dei contenuti su cui si fondano i social network a permettere questa tendenza: chiunque può condividere qualunque cosa, e non importa se stia scherzando o sia da prendere sul serio.

La globalizzazione della disinformazione passa da luoghi inaspettati e ha risultati imprevedibili, come dimostra il caso di Veles: la sperduta cittadina post-industriale ha avuto senza dubbio un ruolo chiave nelle elezioni più discusse degli ultimi anni. E potrebbe continuare ad averlo: cosa trattiene questi “imprenditori” da continuare a farlo per altri Paesi, altre elezioni? Certamente non il libero mercato, di cui i motori di ricerca che vendono pubblicità sono l’espressione online.

 

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