PROTESTE IN BIELORUSSIA – Il Punto della Situazione

Da più di un mese le principali città bielorusse sono scosse da manifestazioni e proteste contro il presidente Aljaksandr Lukašenka e il famigerato Decreto 3 “anti-parassiti”, che impone una tassa sui disoccupati. Dopo la temporanea sospensione di quest’ultimo, le proteste sono continuate e negli ultimi tre giorni la repressione da parte delle forze dell’ordine si è fatta durissima.

L’antefatto

Mai realmente ripresasi dalla crisi degli anni Novanta, la Bielorussia vive da un paio d’anni una recessione economica che ha notevolmente alzato il costo della vita. Il regime del presidente Lukašenka, in carica dal 1994, era stato fino a questo momento tollerato dai suoi concittadini, che hanno sempre scambiato volentieri l’oppressione politica per la stabilità. Il crollo di questa stabilità si deve principalmente alla natura dell’economia bielorussa, fortemente dipendente da quella russa per il commercio, l’energia e gli investimenti. Quando questa è entrata in crisi nel periodo del conflitto ucraino, quella bielorussa l’ha immediatamente seguita. In un disperato tentativo di arginare la crisi, Lukašenka ha firmato nell’aprile del 2015 un controverso decreto che impone una tassa di 4650 rubli (circa 240€) su tutti i disoccupati. Ribattezzata tassa “anti-parassiti”, dal termine di epoca sovietica che designava chiunque non contribuisse alla crescita dell’URSS, è entrata in vigore lo scorso febbraio colpendo un numero elevato di cittadini, dai giovani alle persone di mezz’età che non sono più riuscite a trovare un lavoro. In un paese dove il salario medio si aggira sui 380€, rappresenta una spesa notevole per singoli e famiglie già in difficoltà.

Le proteste

Già a gennaio numerosi attivisti avevano dato il via a una raccolta firme per chiedere al governo di abolire la legge prima che entrasse in vigore. Dopo il secco rifiuto da parte di quest’ultimo, una manifestazione di circa 2000 persone si è tenuta lo scorso 17 febbraio nella capitale Minsk, seguita da manifestazioni minori (partecipanti nell’ordine delle centinaia) a Vitebsk, Brest e Gomel nei giorni successivi. Le proteste sono continuate per tutto il mese fino al 9 marzo, quando il presidente Lukašenka ha annunciato che la tassa non sarebbe entrata in vigore prima di un altro anno.

È interessante notare due cose a proposito di queste manifestazioni: primo, la concessione, per quanto misera, di un presidente che ha sempre governato con il pugno di ferro e si è sempre mostrato intransigente davanti a manifestazioni di volontà popolare; secondo, la grande partecipazione a proteste diffuse su tutto il territorio, in netto contrasto con la tradizionale “passività” dei cittadini bielorussi. È anche importante ricordare che si tratta di manifestazioni sostenute sì dai partiti d’opposizione ma nate dal basso, grazie all’organizzazione di semplici cittadini.

Nonostante la proroga, le proteste non si sono fermate: una grande marcia si è tenuta a Minsk il 15 marzo, Giorno della Libertà, per chiedere l’abolizione totale della legge e condizioni di vita migliori. Nonostante il nome benaugurante, la risposta del governo non si è fatta attendere e un centinaio di persone sono state arrestate dalla polizia, sommandosi alle circa 50  fermate durante le proteste del 10 e 12 marzo. Gli arresti hanno però sortito l’effetto opposto a quello sperato, alimentando le fiamme di nuove marce e manifestazioni. La rabbia e il dissenso hanno raggiunto il loro culmine negli ultimi tre giorni, quando in tutto il paese la partecipazione alle proteste è stata altissima.

“Non abbiamo nulla da perdere”, ha detto ai microfoni di Radio Free Europe Tacjana Skolokina, settantenne di Maladzečna la cui pensione è la principale fonte di reddito per la sua famiglia.

Sabato 25 e domenica 26 marzo sono state le giornate più intense. A Minsk un impressionante dispiegamento di polizia ha represso brutalmente le manifestazioni, impedendo persino ai partecipanti di formare gruppi numerosi in piazza. Decine di persone, alcune delle quali anziane, sono state portate d’urgenza al pronto soccorso per le ferite riportate negli scontri. Chiunque abbia opposto resistenza nonviolenta con sit-in o catene umane è stato caricato e manganellato prima di essere caricato sulle camionette della polizia. La repressione si è abbattuta non solo sui manifestanti ma anche su chi non stava prendendo parte ai cortei: diversi testimoni riferiscono di aver visto i famigerati reparti OMON (polizia anti-sommossa) portare via di peso semplici passanti o persone in attesa alla fermata dell’autobus. Si conta che più di 600 persone siano ora in stato di fermo nella sola Minsk. Ben lungi dall’essersi demoralizzati, gli organizzatori hanno fatto sapere che le proteste continueranno a oltranza, anche e soprattutto in sostegno a tutti coloro che sono stati arrestati.

Manifestanti sulla Piazza d’Ottobre a Minsk, 17 febbraio. Fonte: Wikimedia Commons

Il futuro

Seguendo l’evolversi della situazione viene spontaneo il paragone con la rivoluzione di Maidan in Ucraina. In entrambi i casi proteste nate da un singolo elemento (mancato accordo con l’UE, tassa sui disoccupati) allargatesi poi al governo in generale (crisi economica, corruzione, diritti umani). Due presidenti che reprimono duramente le proteste e parlano di infiltrazioni esterne (giusto ieri Lukašenka ha accusato l’Occidente di stare formando una “quinta colonna” nella società bielorussa). In entrambi i casi proteste nate dal basso ed evolutesi poi in movimenti organizzati.

Il ricordo della rivoluzione ucraina è ben vivo non solo nella memoria del presidente bielorusso, che ha annunciato lapidario che “non ci sarà un nuovo Maidan”, ma anche in quella dei manifestanti. Man mano che la protesta si allarga non sono in pochi a ritenere probabile, se non addirittura inevitabile, un escalation del conflitto e scontri su larga scala con le forze dell’ordine. Ora che la situazione si fa più tesa, la paura di un conflitto interno serpeggia tra i dimostranti.

Ma le proteste bielorusse non sono Maidan. La principale differenza tra i due movimenti è anche quella più importante, cioè la cultura delle due società ucraina e bielorussa.
I manifestanti di Maidan erano reduci da anni, se non decenni, di politica tira-e-molla durante i quali il paese era stato costantemente diviso tra i vecchi legami con la Russia e un lento avvicinarsi all’Europa. Una discreta parte della popolazione guardava con speranza a un possibile ingresso dell’Ucraina nella UE, sentimenti già espressi durante la Rivoluzione Arancione del 2004. Il mancato accordo era stato la goccia che aveva fatto traboccare il vaso e che aveva messo la popolazione con le spalle al muro: ribaltare il governo o rinunciare per sempre all’Europa. L’obiettivo dei manifestanti bielorussi è molto più “semplice” e pragmatico: tornare ad avere un tenore di vita dignitoso. Nessuna utopia europeista né tantomeno un rovesciamento del governo. Così come il regime di Lukašenka è stato tollerato per 23 anni in cambio della stabilità economica, allo stesso modo verrebbe nuovamente accettato se le condizioni precedenti venissero ristabilite. Opinione condivisa anche da Balazs Jarabik, storico e membro del Carnegie Endowment, che afferma che qualsiasi tentativo di rivoluzione potrebbe essere visto dai bielorussi come un modo per distruggere lo stato e perdere la propria indipendenza.

Il motivo principale di questi timori, che si ricollega ai precedenti parallelismi con Maidan, è il rischio di un possibile intervento russo qualora la situazione dovesse precipitare. I due paesi sono da sempre strettamente legati tra loro, sia a livello economico che internazionale, ma è dallo scoppio del conflitto ucraino che le relazioni si sono fatte più tese. Famosa in quanto prima assoluta la dichiarazione di Lukašenka secondo cui l’intervento russo in Ucraina non avrebbe portato a nulla di buono per nessuno e avrebbe solo costituito “un precedente pericoloso”. Non potendo fare molto per allentare i legami economici, il presidente bielorusso ha cercato di mantenere più indipendenza politica possibile, tradottasi in una certa distanza dalla politica russa degli ultimi anni. Ora, con l’acuirsi degli scontri, non sono in pochi a ritenere che un’eventuale crisi interna sarebbe l’occasione perfetta per la Russia per espandere ulteriormente la propria influenza nel paese. E intanto tra i manifestanti girano già voci non confermate di agenti russi in incognito.

Fonte: Radio Svaboda (RFE/RL)
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