I COSTI AMBIENTALI DI INTERNET. L’insostenibile leggerezza della Rete

Inviare otto messaggi elettronici, oppure lo stesso a una ventina di persone, inquina come guidare una vettura per un chilometro: precisamente ogni mail da un megabyte equivale a 19 grammi di anidride carbonica. Pensateci, quando mandate una mail ai vostri vicini di casa.

Ogni giorno vengono inviate 269 miliardi di e-mail. Un impiegato ne riceve in media 121 al giorno, anche se soltanto il 34% dei messaggi viene effettivamente aperto perchè giudicato utile.

Siamo cresciuti pensando che la versione online di qualsiasi cosa fosse più eco-responsabile di quella offline: meglio ordinare da internet che andare in macchina nei centri commerciali (anch’essi enormi macina-energia), meglio inviare una mail che una lettera, meglio cercare su Google che chiedere a qualcuno ecc. (ah dimenticavo: meglio leggere un giornale online che comprarne una copia).

Meno carta = meno inquinamento è stato uno dei mantra degli anni 2000. Come tutti gli slogan, è vero solo in parte. Perché Internet non si “genera” dal nulla.

Secondo uno studio condotto dall’Imperial College di Londra, ogni singolo gigabyte di traffico dati consuma 200 litri d’acqua, necessari per mantenere accesi i server e per raffreddarli. L’insieme di tutti i servizi internet corrisponde al 2% delle emissioni globali, percentuale destinata probabilmente a raddoppiare entro il 2020.

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La prima fonte di inquinamento sono gli stessi dispositivi: computer, smartphone, tablet, smart tv ecc. Ma è soprattutto il traffico online a consumare: il numero di server nel mondo è aumentato a dismisura da quando metà (o più) della nostra vita si è spostata sul web. Il settore IT consuma approssimativamente il 7% dell’energia globale. Nel 2015 lo streaming video ha pesato per il 63% sul traffico totale internet: vedere 250 video al mese produce circa 108 KgCO2 all’anno. Si capisce come mai sia così importante che Netflix e Youtube utilizzino fonti rinnovabili per alimentare i propri servizi.

In questo rapporto del 2017, Greenpeace traccia una mappa dell’impatto ambientale delle maggiori compagnie online (Amazon, Netflix, Google ecc.). Alcune di esse stanno sviluppando strategie eco-compatibili e ne fanno un vanto, altre preferiscono mantenere i propri clienti all’oscuro delle scelte aziendali. Ad esempio Automattic, che ha sviluppato e gestisce WordPress, ha ricevuto un “voto” abbastanza basso perchè secondo Greenpeace non risulta interessata ad impegnarsi nell’utilizzo di fonti rinnovabili.

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Indici di sostenibilità secondo Greenpeace, inclusa provenienza dell’energia utilizzata e altri indici. Trovate altre tabelle nel rapporto (incluse quelle relative alle piattaforme di blogging)

È ovvio (o forse no?) ricordare che i dispositivi vanno spenti quando non utilizzati, e non lasciati in standby. È forse meno ovvio consigliare di non usare il web per acquistare prodotti alimentari. È una moda che si sta diffondendo anche in Italia ma che raggiunge esattamente il risultato contrario: oltre a non conoscere la reale provenienza dei prodotti, il cliente NON sta facendo una scelta eco-friendly.

Se si vuole andare un po’ oltre si può sostituire a Google il motore di ricerca Ecosia, che utilizza i proventi della pubblicità per piantare alberi, riducendo il proprio impatto ambientale.

Greenpeace auspica un futuro prossimo in cui l’energia necessaria alla rete provenga soltanto da fonti rinnovabili. Si tratta di una proposta più che realizzabile: i giganti della new-economy devono dirigere i propri sforzi verso questo obiettivo, nel loro stesso interesse.

Sarebbe praticamente impossibile, oltre che controproducente, smettere di usare internet pretendendo di “difendere l’ambiente”.

Ma a volte basterebbe soltanto staccare un po’ la spina, letteralmente.

I dati sono tratti da: Università di Harvard, Imperial College, CISCO, Greenpeace, DMR E-mail Marketing Report

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