L’ANGOLO DI CLAUSEWITZ – Attacco americano in Siria: cambio di strategia per Washington?

Cari lettori, abbiamo il piacere di annunciarvi la nascita di una nuova rubrica del venerdì. La chiameremo “L’angolo di Clausewitz” in onore del grande stratega prussiano, famoso per il suo motto: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Questa rubrica si occuperà prevalentemente di geopolitica e, anche se verranno toccati argomenti riguardanti l’economia e le questioni sociali, si rimarrà sempre nell’ottica della politica internazionale.

Ogni settimana analizzeremo brevemente la politica globale, cercando al tempo stesso di fornire una riflessione e un’opinione genuina sull’argomento. L’obiettivo è quello di fornire una chiave di lettura inedita per i grandi avvenimenti della politica internazionale. Insieme, cercheremo perciò di scoprire in che direzione sta andando il nostro mondo. Buona lettura!


syria attack

Il 7 aprile scorso, alle ore 3.30 siriane, 60 missili da crociera Tomahawk si sono abbattuti su una base aerea delle forze armate del regime di Damasco. Ciò ha costituito il primo attacco militare diretto da quando il neo-Presidente Trump si è insediato alla Casa Bianca.

L’attacco sarebbe stato un avvertimento da parte degli Stati Uniti al regime siriano di Bashar Al-Assad, a seguito del bombardamento con armi chimiche da parte delle forze armate siriane il 4 aprile scorso, dove sarebbero morte 58 persone tra cui 11 bambini.

Vietate dal diritto internazionale tramite la Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche di Parigi, l’uso di armi chimiche è considerato dalla comunità internazionale come uno dei metodi più vili e atroci.

La secca condanna da parte di Donald Trump è stata in breve tempo seguita dall’attacco americano, il che ha sorpreso molti (compreso il sottoscritto). Dall’amministrazione Trump ci si aspettava infatti una politica estera più isolazionista e intenta a smarcarsi dal “pantano” mediorientale. Non che questo non possa poi avverarsi in futuro, ma di certo un attacco americano alle forze siriane di Assad, alleate della Russia di Putin, sembra mostrare un cambio radicale rispetto alla visione di politica estera promessa da Trump in campagna elettorale. Soprattutto se si pensa che, dopo le elezioni americane, in molti avevano sperato in una distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Russia.

Un’azione tale farebbe infatti pensare al ritorno della politica estera primatista da parte dell’establishment di Washington. Il “primatismo”, per intenderci, è stata la visione di politica estera adottata dagli Stati Uniti durante gli anni della Presidenza di George W. Bush e appartenente alla cosiddetta ala neoconservative del Partito repubblicano. La strategia primatista si basa sul concetto che gli Stati Uniti, a capo dell’ordine mondiale da essi creato, per riuscire a mantenere la pax americana debbano agire come i “poliziotti del mondo”. Ciò significa prevaricare e bypassare sia il diritto internazionale, sia le istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, accusate dai falchi di Washington di essere solo un ostacolo burocratico troppo macchinoso e incapace di agire. Nell’ideologia neocon, quindi, la pace mondiale e il mantenimento dell’ordine nel sistema internazionale è strettamente connesso con una politica estera aggressiva e con la potenza incontrastata delle forze armate americane. Insomma, detta in modo semplice, se uno Stato canaglia fa il “cattivo” minacciando l’ordine internazionale, gli Stati Uniti hanno il diritto/dovere di intervenire con la forza bruta per rimetterlo al suo posto, un po’ come una maestra che sgrida gli alunni indisciplinati di una classe.

La cosa che sorprende, quindi, è il perché un Donald Trump fortemente isolazionista in campagna elettorale abbia poi deciso, in questi primi mesi di presidenza, di virare verso una politica estera che ha molti elementi in comune con la visione primatista. Le ragioni potrebbero essere diverse. Innanzitutto, è vero che il Presidente degli Stati Uniti può avere un suo pensiero di politica estera, ma questo può essere anche influenzato dai consiglieri alla sicurezza nazionale, i veri responsabili della politica estera americana. Essendo Trump un esponente, seppur sui generis, del Partito repubblicano, la componente neocon potrebbe avere un peso considerevole sulle scelte del Presidente.

C’è poi da considerare anche l’aspetto più legato alla geopolitica e al ruolo si Washington all’interno del sistema internazionale. Gli Stati Uniti sono indiscutibilmente la più grande potenza della storia, in grado di proiettare la propria forza ovunque nel mondo e in poche ore. Allo stesso tempo sono anche a capo di un sistema internazionale che hanno creato loro stessi e che hanno interesse a mantenere intatto. Slegarsi da questo ruolo è molto complicato per una superpotenza che ha interessi in ogni parte del pianeta. Non è da dimenticare, inoltre, che il raid missilistico americano sia avvenuto proprio durante l’incontro di Trump con il Presidente cinese Xi Jinping, e potrebbe essere stato un avvertimento al fatto che se i cinesi non si occuperanno della questione nordcoreana, ci penseranno gli americani.

Infine, c’è da considerare la questione del consenso interno. Donald Trump è un presidente molto attento alla cosiddetta “pancia” dell’opinione pubblica, tanto da essere definito uno dei maggiori esponenti del populismo mondiale. A tale riguardo, la mossa di attaccare la Siria potrebbe essere stata decisa dopo che le immagini dei bambini siriani vittime dell’attacco delle forze governative hanno fatto il giro dei media, provocando l’indignazione del popolo americano. Trump sta infatti cercando di riguadagnare un consenso sprofondato già dopo pochi giorni di presidenza.

Donald Trump, in questi primi mesi di presidenza, si è quindi mostrato molto imprevedibile sulle questioni di politica estera e questo non è mai un bene se si tratta di relazioni internazionali tra Stati, dove prevedibilità significa fiducia reciproca. Se a questo si aggiunge una politica estera aggressiva e unilaterale, la miscela potrebbe infine rivelarsi esplosiva.

Daniele Speciale

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