CEMENTO ARMATO – Grandi Opere (Inutili) e Retorica del Costruire

Ogni tanto mi viene in mente un episodio raccontatomi da mio padre un paio d’anni fa. Durante un raduno di alcuni club d’auto e moto d’epoca, aveva dato un passaggio a una ragazza di Milano fino al ristorante, situato tra le colline del Monferrato. La ragazza, a malapena ventenne, era rimasta estasiata dal paesaggio, affermando di non aver mai visto un verde così nel milanese.

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Patrimonio UNESCO mica per caso.

È dai gloriosi anni Ottanta, se non prima, che la politica e per estensione parte della cultura italiana sono affezionate a un’idea un po’ antiquata di progresso, strettamente legato alla retorica del fare e del costruire. Eterno motore dell’economia in tempo di benessere e unico mezzo per uscire dalla crisi oggi, quest’idea vede la realizzazione di grandi opere come una cornucopia di benefici pressoché infiniti: decine di migliaia di posti di lavoro, riduzione di tempo e sprechi, lancio nel futuro del paese che finalmente andrà al passo dell’Europa e del resto del mondo civilizzato. Quando ci si chiede come mai, nonostante tutta la buona volontà, l’Italia non sia ancora il paese perfetto, proponitori e sostenitori di questa retorica rispondono che è proprio la volontà che manca: l’Italia è il Paese dei No, quello dove qualsiasi progetto viene osteggiato per ignoranza o comodità personale, col risultato che, mentre il resto del mondo avanza, noi siamo ancora fermi al passato.

In realtà, a voler farsi un giro per la penisola, si scopre che le cose non stanno proprio così. In Italia la retorica del costruire ha trovato terreno fertilissimo e grandi e piccole opere spuntano ovunque, col risultato che il paesaggio e l’ambiente di cui spesso ci vantiamo versano attualmente in condizioni pietose. Vogliamo fare degli esempi? Tra speculazione edilizia e cementificazione selvaggia più del 75% della fascia costiera è danneggiata in modo quasi irreversibile, mentre dall’inizio del nuovo millennio la superficie agricola utilizzabile (non quella già utilizzata) si è ridotta di circa il 15% (stime ISTAT 2012). Il Bel Paese vive di una luce giunta otto minuti fa da una stella che si sta spegnendo.

(Per dare un’idea della follia di questa mentalità: nel 2006 ci fu chi propose di cercare il petrolio trivellando nella Val d’Orcia, che potete ammirare nella foto in copertina.)

Le cause di questa devastazione sono molteplici ma una in particolare, come rilevato dall’archeologo Salvatore Settis, merita menzione: l’abrogazione della legge Bucalossi, che regolava gli oneri di urbanizzazione. Detti oneri erano i contributi che dovevano essere versati al dato Comune da parte di chi intendesse costruire sul suo territorio e che dovevano essere utilizzati esclusivamente per “le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, il risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, le spese di manutenzione ordinaria del patrimonio comunale”, che comprende, nemmeno a dirlo, anche il territorio. La sua abrogazione nel 2001, giustificata nel nome di una presunta maggiore autonomia economica dei Comuni, di fatto tramutò gli oneri di urbanizzazione in semplici introiti che questi ultimi, spesso in difficoltà finanziaria, cercavano (e cercano tuttora) di ottenere in qualsiasi modo, modificando i piani regolatori e concedendo deroghe ed eccezioni al limite dell’assurdo. Basta dare un’occhiata a una manciata di queste nuove concessioni per rendersi conto che l’Italia è più che altro il Paese dei Sì.

ecomostro-abusivismo

Alla luce di questo, non è un caso che negli ultimi anni si sia diffuso l’uso di un acronimo per designare le grandi opere “necessarie” al Paese: GODII, Grandi Opere Dannose Inutili ed Imposte.

Imposte, perché non nascono da una reale richiesta o necessità del territorio ma piuttosto dagli interessi di chi quell’opera andrà a costruirla e di chi fornirà i permessi necessari, sempre grazie alla scomparsa degli oneri di urbanizzazione. Caso principe il TAV in Val di Susa, dove i sindaci dei paesi interessati vennero a sapere del progetto da articoli di giornale, due mesi dopo che LTF aveva preso accordi con il governo. Gli interessi ovviamente  coinvolgono un numero incredibilmente alto di figure pubbliche e private: imprese edili, partiti politici e singoli esponenti, quotidiani tendenti a una certa posizione, osservatori ben poco neutrali. E poi, per non farci mancare nulla, attività mafiose di varia grandezza e natura, come nel caso dell’Expo e della ferrovia Terzo Valico in Liguria (ma non solo). La retorica in questo caso diviene paradossale e ribalta le accuse mossele: l’impressione che l’opera sia imposta è dovuta alla cecità dei cittadini, incapaci di vedere i benefici che questa porterà. Se non locali, sicuramente nazionali o addirittura internazionali. Ve la ricordate la necessità di rimanere legati all’Europa collegandoci al fantomatico Corridoio  5, esistito solamente su carta?

Inutili. Legata a doppio filo alla natura imposta dell’opera e abbastanza intuitiva. Quando un’opera viene imposta per interessi non legati al territorio, è raro che si riveli utile al punto da giustificarne i costi. Anche qui la retorica parla di futuro e progresso, gonfia di una fede nella crescita continua e nell’edificazione come panacea di tutti i mali, concetti che dopo la crisi del 2008 suonano quantomeno un po’ anacronistici. Dove questa retorica va in pezzi è proprio in uno dei settori prediletti dalle grandi opere, quello delle ferrovie. In un paese in cui, data la conformazione del territorio e la distribuzione dei centri abitati, dovrebbe essere essenziale la capillarità della rete, la retorica del fare si realizza nella costruzione di linee ad alta velocità parallele ad altre già esistenti. È il caso della nuova stazione Mediopadana di Reggio Emilia, progettata da Sua Costosità Santiago Calatrava, la cui tratta ad alta velocità è utilizzata da un numero ridicolmente basso di passeggeri, per la maggior parte pendolari residenti fuori città che viaggiano esclusivamente il lunedì e il sabato. O della linea AV che collega Bologna e Firenze, che consente di risparmiare ben 30 minuti di viaggio a fronte di un costo ambientale altissimo (ci torniamo tra poco). O del sempreverde TAV in Valsusa: le previsioni sulla saturazione del traffico di merci e persone da e verso la Francia, già in calo all’epoca della progettazione nel 1991, suonano ancora più assurde oggi davanti alle linee storiche pesantemente sottoutilizzate.

Dannose. Considerando che le grandi opere hanno un impatto ambientale elevato anche in paesi vasti come Cina o Svezia, non è difficile immaginare gli effetti che possono avere in Italia, dove lo spazio è tutto meno che abbondante e l’equilibrio geologico è particolarmente precario. Questo è il motivo principale per cui associazioni e gruppi ambientalisti in tutta la penisola, ben lontani dall’essere quattro gatti ignoranti, si oppongono alla costruzione di molte di queste opere. Dove questo non accade, del resto, gli effetti sono devastanti. Per la costruzione della sopracitata linea Bologna-Firenze sono stati effettuati trafori multipli nelle montagne dell’Appennino toscano, deviando e prosciugando falde acquifere sotterranee che rifornivano diversi paesi della zona, col risultato che questi sono stati abbandonati dai loro abitanti spostatisi a valle. Vaglielo a spiegare lo slancio verso il futuro, a loro e agli abitanti di Longarone, dopo che l’avveniristica diga sul Vajont fece crollare sulle loro teste tonnellate di metri cubi di acqua e roccia.

Longarone_disastro

I movimenti che si oppongono a questi progetti non lo fanno per ignoranza, cocciutaggine o per il gusto di fare casino, come più di un politico ha affermato nel corso degli anni. Basta dare un’occhiata alle argomentazioni per rendersi conto che ci sono fior fior di studi, svolti da organizzazioni indipendenti e super partes, a sostenerli. Molte volte sono gli stessi fautori dell’opera ad accorgersi, con qualche anno di ritardo, della sua infattibilità. È il caso della fu linea AV a Vicenza, denunciata da più parti come una GODII per i danni idrogeologici che avrebbe causato (tra cui il crollo della settecentesca Villa Valmarana) e successivamente abbandonata. Anche in Valsusa, quella valle ostaggio di violenti e facinorosi a sentire certi, LTF (poi TELT) ha dovuto rinunciare allo scavo del tunnel nei pressi di Venaus per la presenza di rocce amiantifere, dopo soli vent’anni di denunce da parte del movimento No Tav. Certo, il nuovo progetto prevede di bucare le rocce franose e altrettanto ricche d’amianto della Val Clarea, ma non si può pretendere che imparino tutto subito.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito: Tap, Muos, Terzo Valico, colate di cemento e scavi abusivi o al limite della legalità. Alla radice del problema, l’abbiamo già detto, l’idea che solo costruendo si possa arrivare al benessere. Un’idea antiquata quanto le tecnologie impiegate, le cui conseguenze sono in netto contrasto con la stessa Costituzione italiana, una delle poche in Europa a dichiarare fondamentale la difesa del territorio e del paesaggio. Quel paesaggio che ogni giorno di più viene distrutto da quella mentalità che preferisce rubare spazio al verde per edificare nuovi palazzi piuttosto che recuperare quelli abbandonati. Quel paesaggio che viene distrutto anche dall’indifferenza delle persone, che pure con gli effetti di questa distruzione ci dovranno convivere. Il signor Gaber mi perdonerà se ribadisco ancora una volta che “libertà è partecipazione”: nel mondo moderno in cui viviamo tutti possiamo informarci, uscire dalle narrazioni tossiche e dare il nostro contributo, per quanto piccolo. Non saremo soli, come non sono soli i movimenti che già si oppongono alla devastazione, e fin tanto che questa mentalità non cambierà agire è nostro diritto e dovere.

“Questa pubblica utilità è sempre contro la gente.”
(Tina Merlin, a proposito della diga del Vajont)

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