L’ANGOLO DI CLAUSEWITZ – Il difficile nodo nordcoreano

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I venti di guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord non accennano a placarsi. Già qualche settimana fa, in concomitanza con l’attacco americano in Siria, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva cominciato a volgere la propria attenzione verso il regime di Pyongyang. Lo stesso raid missilistico andrebbe infatti analizzato non solo come un “avvertimento” al regime di Assad (un tentativo di dissuasione dall’uso di armi chimiche), ma anche come monito alla Corea del Nord sulla questione nucleare.

Da allora i toni non si sono di certo rasserenati e anzi si sono susseguite una serie di minacce da entrambe le parti. A gettare benzina sul fuoco è inoltre la presenza di diverse navi da guerra americane al largo della penisola coreana. Nelle acque del Mar del Giappone sta ora navigando la portaerei nucleare americana Carl Vinson assieme ad altre quattro navi di scorta, arrivate dopo le esercitazioni congiunte della settimana scorsa con la Marina militare australiana. La Corea del Nord, attraverso un comunicato apparso sul Rodong Sinmun, il quotidiano ufficiale del Partito dei Lavoratori nordcoreano, ha annunciato che sarebbe pronta ad affondare la portaerei americana con un solo attacco. Questo martedì, la Marina militare della Corea del Sud ha fatto sapere che il sottomarino nucleare USS Michigan ha attraccato al porto di Busan, ufficialmente per una sosta “di routine”.

La situazione è perciò esplosiva. Soprattutto se si pensa che sia il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che il Leader nordcoreano Kim Jong-un posseggono un carattere alquanto irascibile e imprevedibile.

Il nodo del nucleare nordcoreano è però molto difficile da sciogliere. Gli Stati Uniti si sono detti pronti ad effettuare un attacco ai danni di Pyongyang, tuttavia non è detto che questa mossa si riveli vincente.

Innanzitutto, si può concordare che una Corea del Nord dotata di armi nucleari rappresenti una grave minaccia per la pace mondiale. Come detto, il regime di Kim Jong-un è imprevedibile e pericoloso. Una volta entrata in possesso di un adeguato arsenale nucleare con missili ICBM (InterContinental Ballistic Missile) in grado di raggiungere anche le maggiori città degli USA, sarebbe infatti estremamente difficile per qualsiasi sistema anti-missile intercettare un attacco su larga scala e prevenire così un olocausto nucleare. Inoltre, non sarebbe da escludere la vendita di ordigni nucleari alle varie organizzazione terroristiche come l’ISIS o Al-Qaeda. Il regime di Pyongyang potrebbe quindi utilizzare il suo arsenale nucleare come deterrente e atteggiarsi a grande potenza.

Tuttavia, bombardare preventivamente la Corea del Nord, cioè prima che riesca a dotarsi di un tale arsenale (si stima ci vorranno dai cinque ai dieci anni), potrebbe comportare grossi rischi e la destabilizzazione dell’equilibrio regionale. In primo luogo, un attacco missilistico americano ai siti chiave del progetto nucleare nordcoreano provocherebbe una semplice battuta d’arresto; non si tratta quindi di una soluzione permanente. Si potrebbe tentare di far cadere il regime di Kim Jong-un, ma questo sarebbe uno degli scenari peggiori poiché getterebbe il Paese nel caos e costringerebbe la Corea del Sud ad intervenire militarmente provocando un’escalation del conflitto.

Inoltre, cosa da non sottovalutare, un conflitto nella penisola coreana provocherebbe una gravissima crisi umanitaria con milioni di profughi che premerebbero sui confini cinesi e sudcoreani. Lo stesso governo di Seul, sebbene abbia come obiettivo la riunificazione delle due Coree, non sarebbe in grado di sostenere una simile crisi umanitaria e tanto meno una rapida riunificazione del Paese, che porterebbe al collasso della florida economia sudcoreana. Infine, una penisola coreana riunificata potrebbe costituire una minaccia per la Cina che vedrebbe truppe americane stanziate a ridosso dei propri confini.

Una guerra non è quindi nell’interesse di nessuno. La Corea del Nord, sebbene sotto una dittatura, rappresenta tuttavia un tassello fondamentale per la stabilità dell’area. La soluzione, ovviamente molto difficile da perseguire, sarebbe quella di coinvolgere sempre più Pechino ad assumersi la responsabilità di tenere a bada Pyongyang. La Cina è infatti l’unica potenza in grado di influenzare il regime nordcoreano.

Con buona pace del Presidente Trump, quindi, la chiave per la soluzione della difficile questione nordcoreana passa inevitabilmente dalla Cina. Gli Stati Uniti dovranno perciò abbandonare la posizione dura nei confronti di Pechino e avviare una collaborazione fruttuosa, non ci sono alternative.

Daniele Speciale

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