SVENSK MAFFIA – Il Crimine organizzato in Svezia

Malmö è la città più popolosa della Scania e la terza città della Svezia; a pochi chilometri da qui si trova il ponte che conduce in Danimarca. La città è da sempre uno snodo commerciale fondamentale, per i traffici legali e illegali che attraversano i due Paesi.

Che ci crediate o no, il crimine organizzato esiste anche in questo “paradiso del welfare”. Solo nella prima settimana di gennaio a Malmö ci sono state cinque sparatorie, con un bilancio di tre morti (tra cui un ragazzo sedicenne) e un ferito.

malmogangs

La visita del ministro dell’interno, Anders Ygeman, non ha contribuito a fermare la violenza. Ygeman ha annunciato un aumento dei controlli e dichiarato che “il governo è stato troppo debole nella lotta alle bande criminali” e gli ha “permesso troppo spazio di movimento”.

Nel libro-inchiesta Svensk maffia del 2007, Lasse Wierup e Matti Larsson analizzano il fenomeno del crimine organizzato, elencando le maggiori organizzazioni che operano oggi nel Paese. Nonostante non tutte possano essere considerate mafie nel vero senso della parola, queste gang ricadono nella categoria di gruppi di potere che utilizzano la violenza per fini economici e ricevono introiti dai traffici illegali. Alcune di queste sono indissolubilmente legate all’area di Malmö, che qualcuno ha già soprannominato Sveriges Chicago.

Si va dagli Original Gangsters, di origini turche e siriane, e i loro rivali Naserligan (dal nome del fondatore Naser Dzeljilji), alle bande di motociclisti – in particolare la sezione locale degli Hells Angels, ma non mancano i gruppi autoctoni, come Brödraskapet MC, “La Fratellanza” attiva in tutto il sud della Svezia. Sono diversi i gruppi composti da ex-militari della diaspora jugoslava e dalle famiglie di origini albanesi: qui l’organizzazione serba si fa chiamare Naša Stvar, “Cosa Nostra”, e gestisce il traffico di droga.

svenskmaffia
Il simbolo della Fratellanza

Negli anni ’90 era la mafia di Uppsala a comandare, ma viene oggi considerata sconfitta, a seguito delle numerose condanne che hanno colpito gli elementi di spicco dell’organizzazione.

Oggi è Rosengård (letteralmente “il giardino delle rose”) il nome che riecheggia dalle pagine dei quotidiani e nei notiziari, la “no-go zone”, il “ghetto”, il “campo di battaglia”.

Il quartiere venne costruito alla periferia di Malmö tra gli anni ’60 e ’70 per risolvere il problema della mancanza di abitazioni ed è oggi popolato da una grande maggioranza di cittadini di origine straniera o di seconda generazione (il numero oscilla tra l’80 e il 90% della popolazione totale). La presenza di non-svedesi e neo-svedesi è così alta da aver dato vita a un dialetto locale, il cosiddetto Rosengårdssvenska, che mescola espressioni e termini svedesi all’inglese, al turco, al greco e al serbo-croato.

La fama di Rosengård è talmente sinistra che, a seguito dei diversi scontri con la polizia e degli atti di vandalismo avvenuti in questi ultimi anni (in particolare nel 2008), esponenti del governo norvegese lo hanno preso ad esempio per giustificare una politica più restrittiva sull’immigrazione.

Rosengards-Centrum
Veduta aerea della città da sud-est. In primo piano il quartiere di Rosengard

La verità è più complessa: il quartiere che ha dato i natali alla star nazionale, Zlatan Ibrahimović, è composto da diverse zone, che mostrano notevoli differenze rispetto a disoccupazione e problematiche sociali, ed è stato a lungo considerato un esempio di integrazione. Ma, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione, è più facile distruggere che costruire, e in pochi anni Rosengård ha subito una degradazione progressiva, prima di tutto a causa della ghettizzazione mediatica. L’aumento dell’immigrazione e della disoccupazione, la percezione del pericolo dell’estremismo islamico, la chiusura di alcune comunità verso l’esterno e una crescente sfiducia della popolazione verso gli stranieri hanno fatto il resto.

Come tutte le comunità “difficili”, il Giardino delle rose di Malmö ha luci e ombre e racconta la Svezia, quella vera, molto meglio delle immagini stereotipate da cartolina: la maggioranza degli abitanti di Rosengård cerca semplicemente di vivere la propria vita in pace, evitando i guai, sia con il crimine che con la legge. Il risentimento che sfocia in rivolta, a Malmö come a Rinkeby (periferia nord di Stoccolma) è sintomo di un’integrazione difficile ma non impossibile e i “ghetti” svedesi sono ben lontani dalle difficoltà delle città statunitensi.

La Svezia non è perfetta, ma non è neanche quella raccontata da Trump.

Come Castel Volturno o le Banlieu parigine si tratta di realtà con cui bisogna fare i conti piuttosto che abbandonarle a sé stesse, indicandole come mele marce della società.

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