LUOSSKU: Emergenza Clima In Lapponia

I lapponi potrebbero essere i primi “rifugiati ambientali” d’Europa.

L’aumento della temperatura a livello globale minaccia la fauna e i circa 80.000 sami che vivono nel nord della Scandinavia e basano la propria economia sulla pesca e la caccia, la pastorizia e il turismo.

Il clima tipico di queste regioni sub-artiche, con inverni freddi e secchi, si sta gradualmente avvicinando a quello della costa, con temperature più miti e maggiori precipitazioni. L’equilibrio ambientale del grande nord sta mutando, esattamente come i microclimi del nostro sud, che invece affrontano una lenta desertificazione.

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Attivisti sami manifestano a Parigi durante il forum COP21 nel 2015 (Ph: The ground truth project)

Il cambio di clima mette a rischio la sopravvivenza delle circa 150.000 renne semi-addomesticate, che si nutrono di muschi e licheni e vengono spostate nei diversi pascoli dai pastori.

La calotta di ghiaccio che ricopre i corsi d’acqua si scioglie prima e la transumanza delle greggi diventa più difficile: alcuni capi muoiono cercando di attraversare fiumi e laghi e aggirare i punti più pericolosi richiede tempi più lunghi.

Nel gennaio del 2013 ero a Kiruna. Il paesaggio del grande nord sembra immutabile: una bellezza che è capace di farti dimenticare le minacce crescenti che questo luogo sta affrontando. Nella variante più nordica della lingua sami, la neve morbida, non compatta si chiama luóssku. Ricordo che la nostra guida ci raccontò di aver perso i cani poco tempo prima, proprio attraversando un corso d’acqua che aveva perso lo strato di ghiaccio più spesso, trasformandosi in una trappola.

L’industria del legname aggrava la situazione sopratutto in Finlandia, dove il 44% delle aree forestali produttive (un’area di circa 2.682 chilometri quadrati) è stato tagliato e si comincia a minacciare la flora boreale, che ha bisogno di tempi più lunghi per ricrescere. I licheni che crescono sugli alberi sono parte della dieta delle renne e stiamo parlando di alberi che hanno bisogno di un centinaio di anni per raggiungere il pieno sviluppo.

Da tempo immemore la vita dei pastori sami non è facile: i governi che si sono succeduti e che oggi si spartiscono la Lapponia li hanno sistematicamente oppressi ed emarginati. Sono stati obbligati a diventare stanziali o spostati dai loro luoghi d’origine, “studiati” come casi antropologici, educati in collegi specializzati dove gli veniva insegnato a considerarsi primitivi e inferiori, in alcuni casi si è persino fatto ricorso alla sterilizzazione delle donne per compromettere la sopravvivenza delle comunità.

Nel corso dei secoli, le autorità norvegesi, svedesi, finlandesi e russe non hanno dato pace a questo popolo semi-nomade che ha potuto riscoprire e rivivere le proprie tradizioni soltanto dopo gli anni ‘70. Ma non bisogna neanche pensare ai sami come a una comunità idilliaca e separata dal mondo esterno: la loro vita è integrata nella società e la transumanza viene seguita utilizzando radar, elicotteri e motociclette.

Al di là delle possibilità che la tecnologia offre a questi pastori del XXI secolo, oggi è nuovamente la loro cultura ad essere minacciata. Un rapido cambiamento climatico riuscirebbe a fare quello che non è stato raggiunto da secoli di persecuzioni: nell’arco di 50 anni i lapponi potrebbero essere obbligati ad abbandonare la loro vita e il loro lavoro e a spostarsi nelle città del sud, diventando “rifugiati ambientali” a tutti gli effetti.

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I paesi in via di sviluppo e i piccoli stati insulari (pensiamo alle Maldive ma anche alle nostre isole minori europee) sono le realtà più vulnerabili, insieme alle minoranze indigene (comprese quelle che vivono all’interno di zone ricche e “sviluppate” come la Scandinavia): possiedono meno strumenti per difendersi autonomamente dal cambiamento climatico e non possono sfuggirvi semplicemente “replicando” il proprio stile di vita da un’altra parte.

Il famoso accordo raggiunto a Parigi, con il quale i presenti si impegnavano a contenere l’aumento della temperatura mondiale “entro i 2 gradi”, non sembra bastare, né per noi né tantomeno per i sami: uno studio condotto dai ricercatori dell’università di Exeter ha dimostrato che, “con un aumento di due gradi della temperatura globale, esiste il 39% di probabilità che l’Artico in estate si sciolga”.

L’aumento della temperatura mondiale non è un problema dei lapponi o dei polinesiani, è un nostro problema, il problema della sopravvivenza dell’intero genere umano.

Le difficoltà dei popoli nordici potrebbero presto diventare quelle dei veneziani o dei newyorkesi.

[foto di copertina: Flickr, Andrey Snegirev]

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