GENTRIFICATION – Da Berlino a New York, passando per l’Italia

Artisti, studenti, coppie giovani, alcuni piccoli imprenditori si stabiliscono in un quartiere affascinante ma da tempo degradato o “dimenticato” perchè lontano dai centri economici e politici della città, anche se magari vicino al centro storico. I capannoni industriali si trasformano: nascono start-up e locali hipster, riaprono i negozi, magari con attitudini diverse dal passato.

E nell’arco di una decina d’anni, forse meno, i primi a fiutare l’affare sono gli immobiliaristi.

I primi ad accorgersene sono i proprietari di casa e gli affittuari. Affitti e prezzi crescono vertiginosamente e le case prima suddivise in mini-appartamenti o condivise da studenti diventano loft alla moda. I vecchi laboratori industriali lasciano spazio a speculazioni edilizie e magari qualche supermercato. Nuovi abitanti rimpiazzano i primi, che non possono più permettersi di vivere nel quartiere che hanno contribuito a trasformare: è la gentrificazione.

gentrification

Il termine venne coniato dalla sociologa Ruth Glass nel 1964 per raccontare i fenomeni urbani che stavano trasformando il volto della Swinging London, ed è oggi usato in tutto il mondo.

Ne abbiamo parlato raccontando la storia di Savamala, a Belgrado. Ma è un fenomeno che non è estraneo anche al nostro Paese. Negli USA ha inizio negli anni ’50: gli Stati Uniti hanno vinto la guerra senza esserne toccati, sono la patria dell’industria e delle megalopoli, ma soprattutto hanno una crescente classe media e una massa sterminata di cittadini che aspira a farne parte.

A New York come a Londra e in molte altre grandi città multietniche, gentrificazione è sinonimo di razzismo. Un razzismo strisciante, che si basa sulla legge della domanda e dell’offerta. A Soho,  Chelsea, East Village, Harlem e Williamsburg le minoranze sono state le prime “vittime” di questo fenomeno.

Non potendo contrastare la crescita gli affitti e la pressione degli operatori del settore immobiliare (lobby potentissima negli USA come altrove) gli afroamericani sono stati spesso obbligati a lasciare il proprio quartiere d’origine e spostarsi in zone periferiche.

In questo senso, la gentrificazione è anche causa dell’elevata segregazione razziale che sussiste nelle metropoli americane.

Ma c’è chi non la pensa allo stesso modo e sostiene sia necessario ripensare termine e concetto. È diventato una specie di cliché sociologico, dicono, troppo caricato politicamente. Ha perso gran parte del proprio reale significato ed è utilizzato più per creare conflitti che per cercare soluzioni ai problemi delle comunità urbane.

La “fuga” dei cittadini di colore potrebbe non essere determinata unicamente dal reddito e, come sostengono altri, il miglioramento delle condizioni di vita nel quartiere potrebbe essere apprezzato dai residenti originali come viene apprezzato dai nuovi arrivati.

Il problema potrebbe non essere l’arrivo della gentrificazione ma, al contrario, il fatto che per alcuni quartieri sia impossibile esserne raggiunti. E di conseguenza godere dei miglioramenti -in termini di servizi e ambiente urbano- che spesso comporta.

La gentrificazione comincia ad essere evidente in Italia in tempi più recenti, a partire dagli anni ’80 e ’90. A Roma oggi si parla di Testaccio, passato nell’arco di pochi anni da quartiere popolare a brand immobiliare.

Il caso di Torino è diverso, ma simile. San Salvario, il quartiere attorno alla stazione di Porta Nuova: qui è la vita notturna ad essere al centro delle accuse e delle recriminazioni dei locali. Ma la trasformazione da quartiere degradato (centro di spaccio e prostituzione), a multietnico (uno degli esperimenti più difficili ma meglio riusciti dell’integrazione sabauda), a zona della movida (quanto odio questo termine) sembra aver risparmiato l’area sia dalla gentrificazione che dalla speculazione, oltre ad averla resa un caso-studio forse unico in Italia.

Nel nostro Paese la gentrification è materia di studio recente,  soprattutto grazie alle opere di Irene Ranaldi e Giovanni Semi, ma negli States è un problema radicato nella natura stessa dello sviluppo urbano: secondo la sociologa americana Sharon Zukin alla base del fenomeno c’è la ricerca di autenticità, di appartenenza, soprattutto per quanto riguarda le sottoculture urbane.

È il caso di Berlino: a Kreuzberg e Neukölln i locali si sono uniti agli squatter e agli studenti per proteggere il carattere unico dei propri quartieri, dando vita ad un movimento anti-gentrification molto attivo. Che è addirittura riuscito a fare approvare una legge ad hoc: le autorità cittadine hanno imposto un tetto agli affitti, vietato temporaneamente la stipula di nuovi contratti, limitato i progetti di “rigenerazione urbana” (leggi: speculazione edilizia) e aumentato la rete di protezione sociale per cercare di proteggere il benessere dei locali e lo stile unico dei quartieri dallo strapotere del mercato immobiliare.

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Barricate anti-gentrificazione a Berlino

Questa legge però è stata criticata sia dai proprietari (abbastanza ovvio) che da alcuni residenti: sembra infatti che presenti diversi difetti e lacune. La cosiddetta milieuschutzprotezione contro il rinnovamento, l’accorpamento e la messa in vendita degli stabili da parte dei proprietari- non difende questi ultimi dai grandi investitori stranieri (che evocano il libero mercato e il diritto alla proprietà privata e trovano sostegno tra i neo-liberisti) e non permette nemmeno il miglioramento delle condizioni degli stabili (talvolta fatiscenti). Oltretutto toglie la possibilità anche ai residenti che lo desiderano di comprare effettivamente la casa che stanno abitando, in un momento favorevole per l’acquisto.

La gentrificazione deriva dalla legge della domanda e dell’offerta, e l’economia di mercato regola ogni aspetto della nostra vita, anche se cerchiamo di restarne fuori.

Secondo alcune stime, entro il 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città.

Negli ultimi anni è aumentato il numero di gated community (comunità teoricamente auto-sufficienti, delimitate da mura e sorvegliate da guardie private), ma è anche mutato il rapporto centro-periferia e si è visto ribaltare anche il senso stesso dei termini “centro” e “periferia”.

Non possiamo dire se le nostre città si gentrificheranno sempre di più e vivremo in megalopoli segregate e strutturate in base al reddito o alla razza. Nel frattempo, qualcuno ha raccolto e organizzato i big data relativi alle trasformazioni del tessuto urbano e ne ha fatto addirittura arte:

gentr-london
Il reddito medio per quartiere espresso graficamente, da East London al centro (Herwig Scherabon)

Anche questa è resistenza.

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