WUNDERKAMMER – Di lingue e linguistica

Il Wunderkammer di oggi è un esperimento, una nuova rubrica che parlerà di lingue e linguistica, delle curiosità, le meraviglie e la follia che questo argomento si porta dietro. A voi decidere se avrà successo o no.

Per rompere il ghiaccio non c’è nulla di meglio di un po’ di umorismo facile, per cui cominciamo subito con una curiosità dalla lingua inglese. Il termine “fuck”, così versatile da poter essere inserito ovunque nel discorso. Come verbo corrisponde più o meno al nostro “scopare” (il primo che mi dice “fottere” vengo a prenderlo a casa con un coltello da caccia), mentre i derivati come “fucking” vengono tradotti con “cazzo”, “stronzo” e simili. Sempre da quelle parti giriamo.

L’origine di questo termine così fondamentale per ogni studente è in realtà un acrostico: in tempi antichi re e nobili controllavano ogni aspetto della vita dei propri sudditi al punto che questi ultimi dovevano prima ricevere il loro permesso per poter *ehm* consumare il loro amore. Da qui la locuzione “fornicated under King’s consent”, fornicato con il consenso del Re, col tempo ridotto a F.U.C.K. in frasi come “We have F.U.C.K.’ed”.

codex manesse
Bei tempi.

Ovviamente è tutto falso. L’origine del termine si perde nella notte dei tempi delle lingue germaniche, derivante dai termini del proto-indoeuropeo *pug- (colpire) o *pewḱ- (pungere, perforare). F.U.C.K. è una bella favola, probabilmente inventata da gente non troppo sveglia per gettare fango sulle epoche passate e far sembrare la propria migliore di riflesso. Ne abbiamo già parlato qui.

Non è stato ovviamente l’unico tentativo di questo tipo. Negli anni Sessanta in Inghilterra ci fu chi trovò sessista il termine “history” e propose di affiancargli “herstory”, perché, si sa, la storia non è mica solo di lui. Per fortuna dell’anonimo, Internet non era ancora stato inventato e poté risparmiarsi centinaia di email che lo avrebbero informato della discendenza dal latino “historia” (che peraltro è femminile).

A proposito di giochini, uno particolarmente pericoloso in determinati contesti è lo shibbolet. Derivante dalla parola aramaica per “spiga di grano”, indica una parola la cui pronuncia è particolarmente difficile per i parlanti di un’altra lingua o dialetto vicino e che per questo è usata come segno di riconoscimento. Il suo uso risale letteralmente all’epoca della Bibbia: si narra nel Libro dei Giudici che gli abitanti di Galaad, avendo sconfitto i vicini efraimiti, si assicurarono che nessuno di loro si infiltrasse al di là del fiume fermando ogni persona e chiedendole di pronunciare appunto “shibbolet”. Gli efraimiti, che lo pronunciavano più simile a “sibbolet”, vennero passati tutti a fil di spada.
In passato l’espediente era particolarmente popolare in zone con marcato bilinguismo, come l’area di Benelux e Francia del Nord, o in regioni colonizzate da una potenza straniera. In Italia è noto l’uso, durante i Vespri Siciliani, del termine “ciciri” (ceci), particolarmente ostico per gli occupanti francesi, che si trovavano a pronunciare una specie di “sisiri” con la tipica R uvulare francese.
In contesti più sereni sono shibbolet diversi scioglilingua come “rødgrød med fløde”, un tipico budino ai frutti di bosco danese. Praticamente impossibile da azzeccare per chiunque non sia danese, viene pronunciato, a seconda della regione scandinava in cui uno si trova, come roedgroed med floog, rog grog meg flaog, rouga grouiga me flouiga e altri ancora. Da qui la sensazione che il danese sia un norvegese pronunciato con una patata bollente in bocca e che svedese e norvegese, dal punto di vista danese, suonino rispettivamente come un danese ubriaco e un danese ubriaco che canta.

halssjukdom
Come dice il mio professore di svedese: “Il danese non è una lingua, è una malattia della gola.”

Passando ad argomenti più impegnati, uno dei rami più interessanti della linguistica è la linguistica storica. Essenzialmente, la linguistica storica studia il modo in cui una lingua cambia attraverso il tempo, spesso in relazione a come sono cambiate altre lingue della stessa famiglia. In parole povere, è il modo in cui sappiamo che l’italiano deriva dal latino ed è imparentato con altre lingue romanze. Non solo, è grazie al metodo comparativo che ne è alla base che sappiamo qual era la pronuncia classica del latino: /’kaezar/ e non /’t͡ʃezar/, /’boetja/ e non /’ bet͡sja/, ecc. (ovvero /et’kɛtera/ e non /et’t͡ʃɛtera/). Ovviamente più si va a ritroso nel tempo più l’operazione sarà difficile e incerta: ritrovare la pronuncia del fiorentino medievale è ben diverso rispetto al ritrovare quella del latino o del proto-italico, per non parlare di lingue ancora più antiche come l’ittita o il proto-indoeuropeo.

Già, il proto-indoeuropeo. Probabilmente vi sarà già capitato di leggere che l’italiano, come la maggior parte delle lingue del nostro continente, è una lingua indoeuropea, imparentata alla lontana con lingue insospettabili come il polacco e il lituano e, più a oriente, con l’armeno, il farsi e l’hindi.

IndoEuropeanTree

L’idea di una lingua indoeuropea nasce negli anni Ottanta del XVIII secolo con William Jones, filologo inglese di stanza come giudice nel Bengala, in India. Jones trovò somiglianze straordinarie tra il sanscrito, lingua indica tra le più antiche e conservatrici al mondo, e lingue prettamente europee come il latino, il greco e il gallese, sua seconda lingua oltre all’inglese. Attraverso i suoi studi, ipotizzò che queste lingue, alle quali aggiunse le lingue germaniche e iraniche, discendessero da un antenato comune, estintosi ben prima dell’avvento della scrittura.
Nei secoli successivi numerosi linguisti, tra cui Rasmus Rask e Jacob Grimm, diedero vita alla linguistica storica come disciplina moderna e al già citato metodo comparativo, che esamina le regolarità e i modelli evolutivi all’interno di una lingua e li mette a confronto con altre per determinarne eventuali parentele. Basato principalmente sui cambiamenti fonetici, è ciò che ha permesso ad esempio di raggruppare le lingue indoeuropee in lingue centum e lingue satem. I nomi derivano rispettivamente dal termine latino e avestico per “cento” e mostrano come le lingue di questi gruppi modifichino nel tempo le consonanti [k], [kʷ] e [ḱ]. Le lingue centum (greco e la maggior parte dell’Europa occidentale e meridionale) tendono a fonderle in [k], [g] e [h], mentre le lingue satem (lingue baltiche e slave e lingue indo-arie) a modificarle in [s] e [ʃ]. Gli stessi principi fonetici si ritrovano in tutti i discendenti moderni di queste lingue e hanno permesso, ricostruendo all’inverso, di ritrovare il termine proto-indoeuropeo per “cento”: *ḱm̥tóm.

(Per il proto-indoeuropeo, così come per molte altre lingue, ogni termine è preceduto da un asterisco a indicare che si tratta di una ricostruzione a posteriori.)

Esempi di lingue satem:

Russo: *ḱm̥tóm –> sto
Lituano: *ḱm̥tóm  –> šimtas
Farsi: *ḱm̥tóm –> sad.

Esempi di lingue centum:

Latino: *ḱm̥tóm –> centum (pron.: kéntum)
Svedese: *ḱm̥tóm –> hundra
Greco: *ḱm̥tóm –> (he)katon

Attraverso un lavoro immane che continua ancora oggi i linguisti sono riusciti a ricostruire un discreto numero di vocaboli proto-indoeuropei, al contempo dando una collocazione spaziotemporale precisa a questa lingua e ai successivi distacchi dei suoi “dialetti”. Oggi sappiamo che il proto-indoeuropeo propriamente detto veniva parlato tra il 4000 e il 2500 a.C. nell’area della steppa pontica, in quella che oggi è l’Ucraina orientale e parte della Russia meridionale. Da dopo quella data le migrazioni degli indoeuropei in un’area che va dall’India alla Gran Bretagna hanno dato vita a varianti e infine a lingue vere e proprie, che della lingua madre conservavano (e conservano tutt’ora) un certo numero di vocaboli e di regole fonetiche e grammaticali.

Per concludere vi lasciamo con una “favola indoeuropea”. Si tratta di una ricostruzione in proto-indoeuropeo che diversi linguisti hanno ricavato dall’episodio del re Harishcandra, presente all’interno dei testi sacri vedici del Rigveda. Il testo qui ricostruito è un dialogo tra il dio Werunos e un re desideroso di avere un erede.

H₃rḗḱs dei̯u̯ós-kwe

H₃rḗḱs h₁est; só n̥putlós. H₃rḗḱs súhxnum u̯l̥nh₁to.
Tósi̯o ǵʰéu̯torm̥ prēḱst: “Súhxnus moi̯ ǵn̥h₁i̯etōd!”
Ǵʰéu̯tōr tom h₃rḗǵm̥ u̯eu̯ked: “h₁i̯áǵesu̯o dei̯u̯óm U̯érunom”.
Úpo h₃rḗḱs dei̯u̯óm U̯érunom sesole nú dei̯u̯óm h₁i̯aǵeto. “ḱludʰí moi̯, pter U̯erune!”
Dei̯u̯ós U̯érunos diu̯és km̥tá gʷah₂t. “Kʷíd u̯ēlh₁si?”
“Súhxnum u̯ēlh₁mi.”
“Tód h₁estu”, u̯éu̯ked leu̯kós dei̯u̯ós U̯érunos.
Nu h₃réḱs pótnih₂ súhxnum ǵeǵonh₁e.

Il re e il dio

C’era una volta un re. Egli desiderava un figlio.
Egli chiese al suo sacerdote: “Che io possa avere un figlio!”
Questi parlò al re dicendo: “Prega presso il dio Werunos.”
Il re raggiunse il dio Werunos e pregò presso il dio. “Ascoltami, padre Werunos!”
Il dio Werunos discese dal cielo. “Cosa desideri?”
“Desidero un figlio.”
“Così sia”, disse il luminoso dio Werunos.
La sposa del re generò un figlio.

 

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