La strada vecchia per la nuova: un po’ di prospettiva storica

È un fatto assodato che la gente non sia bendisposta nei confronti del cambiamento. Anzi, diciamo proprio che ne ha una paura matta. È un atteggiamento che cozza abbastanza con quello che è sempre stato il segreto del successo della nostra specie, ovvero la capacità di adattarsi e ricercare il nuovo prima che il vecchio diventasse troppo stretto.

Ad ogni modo, è un atteggiamento diffuso e per certi versi comprensibile. Ciò che invece è meno comprensibile sono le motivazioni che vengono fornite per giustificare questo atteggiamento. Perché la paura del cambiamento è quasi sempre tutto meno che obiettiva: esperienze negative, preconcetti, disinformazione, paure irrazionali o, peggio di tutto, interessi personali. Per questo mi fa abbastanza ridere quando, al momento di argomentare, vengono tirati fuori slogan ed eleganti citazioni che, una volta analizzate, rimandano inevitabilmente al mix di soggettività di cui sopra.

Comincia a non fare più ridere quando su questa soggettività vengono fondati interi partiti.

C’è una cosa chiamata prospettiva storica. È ciò che dovrebbe essere insegnato nelle scuole durante l’ora di storia, invece di limitarsi a una sfilza di date e nomi improbabili. La prospettiva storica ci mostra come cambiano il mondo e la società e quali sono le cause di questi cambiamenti.

Ci spiega anche che alcuni di questi cambiamenti sono inevitabili perché, beh, perché l’universo sarà infinito ma non il nostro pianeta.

Facciamo un esempio pratico. Mettendo le cose in prospettiva, la differenza tra invasione e migrazione, che ultimamente a sentire alcuni sembra molto sottile, salta subito all’occhio. Un’invasione è pianificata, richiede una quantità non indifferente di uomini armati e ha come obiettivo la conquista di un territorio. Una migrazione di pianificato di solito ha al massimo il tragitto, vi partecipano uomini, donne, vecchi e bambini e l’obiettivo è quello di abbandonare un luogo che è diventato inadatto alla sopravvivenza. Un’invasione è quella di Cesare nelle Gallie; una migrazione quella dei goti che cercano nuove terre dopo che le loro sono state conquistate dagli unni.

(Questo tra l’altro è il motivo per cui finalmente anche in Italia stiamo cominciando a parlare di Periodo delle Migrazioni al posto di un infantile Invasioni Barbariche.)

“La prospettiva storica ci mostra come cambiano il mondo e la società e quali sono le cause di questi cambiamenti.”

Badate che la discriminante non sono le conseguenze. Il fatto che in entrambi i casi si sia finiti a menare le mani è perché nessuno era disposto a trovare una soluzione pacifica. Il punto fondamentale sono le cause: desiderio di conquista da un lato, necessità di sopravvivenza dall’altro. E conoscere le cause è importantissimo, perché vedere le cose in una prospettiva storica non è un mero esercizio intellettuale ma qualcosa che può essere applicato al presente.

Perché un’altra cosa estremamente utile che dovrebbero insegnare nelle scuole è che la Storia si ripete, oh se si ripete.

migrazioni gotiche
Frijos nehvundjan þeinana swe þuk silban, Italia, eh?

Spostiamoci nel presente, dunque, e teniamo a mente le cause che hanno spinto goti, franchi e soci ad approfittare della crisi del tardo Impero Romano. Durante la prima ondata del IV-V secolo, la venuta degli unni che spinse verso ovest le tribù gotiche, che a loro volta spinsero le altre tribù germaniche verso Roma in una sorta di effetto valanga. Durante la seconda, una serie di carestie negli anni Trenta del VI secolo, causate da un drastico abbassamento delle temperature. Un evento simile fu ciò che causò la Piccola Era Glaciale del XVI secolo che, tra le altre cose, segnò la fine degli insediamenti scandinavi in Groenlandia.

“Facciamo un esempio pratico. Un’invasione è pianificata; una migrazione di pianificato ha al massimo il tragitto.”

Instabilità politica e condizioni climatiche avverse sono precisamente ciò che sta causando le grandi migrazioni di questi anni. Anni di crisi politica in Medio Oriente, causata spesso e volentieri da un interventismo statunitense becero e facilone, hanno riportato in vita il fanatismo islamico in un susseguirsi di lotte e organizzazioni, come in una serie di pessimi film d’azione. Nell’Africa subsahariana guerre intestine e di religione sono un incubo ricorrente da troppi decenni, conseguenza dell’abitudine coloniale e post-coloniale del dividere i territori tirando linee rette a casaccio.

E infine il cambiamento climatico, che sembra non voler entrare nella zucca di molte persone. Il pianeta si sta surriscaldando e lo sta facendo in modo anomalo e ben più drastico che in passato. E così come l’abbassarsi delle temperature nel VI secolo fu più pesante a nord, così il loro innalzamento colpisce soprattutto le regioni subsahariane. Sudan, Chad e Corno d’Africa stanno vivendo da anni una siccità al confronto della quale l’emergenza a Roma è una barzelletta. E con la siccità viene la carestia e con la carestia gli spostamenti migratori.

Ora, non è che le cose funzionino benissimo da noi. Proprio come l’Impero Romano del III secolo, anche la nostra cara Europa sta attraversando un periodo di crisi economica e sociale (del resto, già per Giugurta Roma era “una città in vendita”). Una soluzione pratica è ben al di là delle mie possibilità e, presumo, della maggior parte di voi che state leggendo. Ma proprio per questo è necessario un cambio di atteggiamento, in particolare tra quella classe politica che dell’immobilità ha sempre fatto un valore. Perché se la maggior parte di questi cambiamenti si rivelerà inevitabile, come è probabile che siano, allora bisognerà trovare una soluzione che ne tenga conto e che permetta, magari, una transizione più pacifica di quella di secoli fa. Trincerarsi dietro le proprie mura, abbiamo visto, non è stata una scelta molto furba.

“Il significato originale della parola crisi, è punto di svolta.”

E se qualcuno ancora cercherà di farlo, di rannicchiarsi dietro un muro in attesa che la crisi passi, ho brutte notizie per lui. Primo, viste le premesse, è altamente probabile che questa crisi, intesa nel suo significato più antico di “punto di svolta”, sia inevitabile. Secondo, è da crisi come questa che è nata la cultura occidentale che tanto amiamo.

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