QUELLE MORTI PER DROGA IN SVEZIA. Dipendenze e criminalizzazione

La Svezia si situa tra i Paesi con la migliore qualità della vita al mondo: qui il welfare state ha raggiunto livelli invidiabili (per dirne una: il dentista è gratuito per tutti fino ai 20 anni), e i treni arrivano in orario senza bisogno di dittatori.

Ma allora perché Stoccolma è seconda in Europa nella classifica delle morti per droga?

Partiamo dai dati. La Relazione 2017 pubblicata dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze descrive i decessi in aumento, l’arrivo di nuove sostanze sui mercati e sopratutto denuncia un investimento molto contenuto in prevenzione.

DrugdeathsinEurope

In questo grafico gli scandinavi sono secondi soltanto agli estoni. La situazione dell’Estonia però sembra essere diversa: come in altri Paesi dell’ex Unione Sovietica, la dipendenza da sostanze (alcool e droghe pesanti in particolare) è una piaga sociale che i vari governi hanno sistematicamente negato e nascosto.

Ma anche i governi svedesi hanno una tradizione di criminalizzazione delle dipendenze non indifferente. Le diverse campagne contro l’alcolismo, che si sono susseguite per tutto il ‘900, hanno portato ad un controllo stringente della vendita di alcolici (e anche a una certa ansia sociale verso il fenomeno) ma hanno anche raggiunto i risultati sperati.

Gli unici negozi autorizzati alla vendita sono di proprietà dello stato e la loro missione è ‘minimizzare i problemi legati all’abuso di alcolici vendendo il prodotto in maniera responsabile, senza scopo di lucro’: i prezzi sono alti, non ci sono sconti o offerte, i negozi sono poco visibili e le corsie interne sono organizzate per agevolare l’uscita dei clienti piuttosto che l’acquisto (non è uno scherzo, è una politica ufficiale).

La Svezia è 50esima nel mondo per consumo di alcool pro-capite (restando in tema, le repubbliche baltiche la precedono di molto: la Lituania è terza) e i proventi della vendita vanno ad allargare il budget destinato al welfare.

Per quanto riguarda le droghe, l’obiettivo politico ambizioso quanto controverso da raggiungere è “una società libera dall’uso di droghe“.

E sono in molti a denunciare un certo rifiuto da parte dello stato, una tendenza a negare e nascondere i fatti e anche una certa ipocrisia.

Le politiche proibizioniste adottate e mantenute dai governi vengono spesso descritte come a tolleranza zero: non è raro che le droghe leggere vengano messe sullo stesso piano di quelle pesanti (e questo mi ricorda anche un altro Paese) e venga sistematicamente negato qualsiasi tipo di aiuto verso le persone dipendenti.

Gli assistenti sociali raccontano che in generale si preferisce non chiamare aiuto nemmeno in caso di overdose per evitare l’intervento della polizia, che spesso arriva con l’ambulanza. Le associazioni di ex-dipendenti denunciano requisiti troppo stringenti per iniziare un percorso di trattamento a base di metadone (nel caso dell’eroina).

Sweden-deaths-graph

Forse le radici di questo approccio discriminatorio sono da ricercare nella cultura luterana e borghese che caratterizza la società svedese: ognuno è artefice delle proprie fortune e sfortune (basta che nel farlo non disturbi la comunità) e lo stato aiuta tutti se tutti si comportano bene. I drogati sono perciò colpevoli delle proprie azioni, per le quali pagano con la vita: hanno violato sia le leggi dello stato che le regole morali.

Ma c’è anche una matrice “nazionalista” nel proibizionismo: mentre l’alcool è considerato parte della tradizione nazionale, le droghe (comprese quelle leggere) sono considerate una cosa “del ghetto”, importata da spacciatori di origine straniera e utilizzata da persone che vivono ai margini della società.

La droga è un problema che non si vuole vedere e di cui non si può ammettere l’esistenza.

Insomma, mentre in Svizzera si può contare su locali appositi dove praticare iniezioni in un ambiente igienico (“igiene invece di isolamento” era il motto che diede il via alla campagna), la Svezia non sembra essere intenzionata a implementare politiche simili.

Ovviamente le persone non dovrebbero essere invogliate a drogarsi, ma se davvero uno stato ha la missione di difendere l’esistenza dei propri cittadini dovrebbe preoccuparsi più di quelli già in vita che di quelli che non sono ancora nati (qui, la petizione).

La criminalizzazione dell’uso personale chiude completamente alla possibilità di un dialogo costruttivo sulla liberalizzazione (e anche questo mi ricorda qualcosa).

Eppure il Portogallo, dove l’uso personale di tutte le droghe è stato depenalizzato, figura all’ultimo posto del grafico che abbiamo mostrato.

 

Grazie a Francesco Troiano e Sebastian Rosengren per l’ispirazione. 

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